“Posso toccarli?”, “Ti sei mai fatta la piastra?”, “in famiglia hai qualcuno con i tuo capelli?” sono le domande più frequenti che chi ha i capelli ricci subisce.  Possono sembrare domande innocenti, ma in realtà dietro nascondono un mondo discriminatorio in cui il riccio porta con sé molte stigmatizzazioni e rappresentazioni stereotipiate.

Midge Wilson, professoressa di psicologia e studi femminili di genere all’università di DePaul, ha affermato che negli anni ’60 c’era tolleranza verso il riccio sia tra i bianchi che tra gli Afro verso gli Afroamericani e gli ebrei. La professoressa ritiene che “it seemed loose, free-spirited, evenwild”, ma una volta finita l’era dell’Amore Libero, questa percezione è diventata un pregiudizio. Aggiunge che nella pop culture, le donne squilibrate hanno spesso ricci grandi e spettinati. I capelli ben curati sonno visti come seri e senza fronzoli.

In un articolo per la rivista Cosmopolitan Anna Breslaw afferma che “In Hollywood, curly hair just isn’t taken that seriously at work”. Come afferma anche Saran Donahoo, le donne nere hanno un problema ancora più grande, perché i capelli afro sono ancora un target di discriminazione e oppressione razzista che le obbliga a lisciare i capelli per seguire le “White beauty norm”. In America nel 2019 è stato approvato il Crown Act, una legge che, come affermano Donahoo e Smith, cerca di supportare le donne nere e gli uomini nell’esprimere i propri capelli naturali senza paura di essere discriminati, licenziati, riportati alla disciplina nelle scuole, nei posti di lavoro o negli spazi pubblici.

Hairism è la discriminazione o il pregiudizio basato sui capelli, che alimenta le “White beauty norm” e le preferenze per capelli lunghi e lisci, a cui le donne nere e non solo, sono assoggettate. Questo tipo di discriminazione classifica i “Blaick hair” come sbagliati, perché sono antiestetici in confronto ai “white hair”, ideale di bellezza giusto. Inoltre, anche tra le donne che hanno deciso di indossare acconciature per nascondere la propria capigliatura naturale, vi è la convinzione sociale che siano più educate, sofisticate e capaci di ricoprire posizioni dirigenziali. Il Crown Act, approvato da otto stati -California, Colorado, Connecticut, Maryland, New Jersey, New York, Virginia e Washington-, identifica la discriminazione sui capelli come una questione di diritti razziali e civili. Più che altro sostiene che le politiche e le pratiche che etichettano le acconciature naturali nere come non professionali e sgraditeviolano “The Civil Rights Acts” del 1964.

Anche se gli argomenti che supportano le politiche sui capelli riguardano allo stesso modo persone di tutte le razze, le donne nere sono quelle che subiscono gli effetti peggiori di queste discriminazioni perché sul posto di lavoro hanno 3.4 volte in più la probabilità che gli altri percepiscano i propri capelli naturali come non professionali, 1.5 volte in più la possibilità di essere licenziate sempre per i propri capelli, l’80%  in più di probabilità di cambiare i propri capelli naturali e il doppio delle probabilità rispetto alle donne bianche di lisciare capelli per adattarli al lavoro.

La discriminazione nei confronti dei capelli però non è solamente una questione politica, ma anche di identità di genere e di femminilità. Come spiega Saran Donahoo, l’idea di femminilità è associata a stereotipi che toccano il mondo dei capelli lisci, lunghi e setosi, per cui è difficile per una donna che non rasenti questo ideale di bellezza essere associata al concetto di femminilità, già di per sé eurocentrico. Molte donne nere hanno dovuto adattarsi per conformarsi al gruppo dominante.

Inoltre, è una questione di identità di genere perché la donna che ha deciso di avere capelli naturali corti, che quindi non rispecchia lo stereotipo di donna eterosessuale e femminile, viene spesso considerata “lesbica”, perché ha un’estetica “mascolina”. Questi aspetti però toccano l’intera società, non solo la comunità nera. I Principi del movimento femminista nero “The Combahee River Collective”affermano che i capelli neri naturali sono soprattutto una questione politica perché condizionano il modo in cui una donna accede e lavora all’interno di spazi pubblici.

Per una maggior inclusione però, si dovrebbe poter allargare il concetto all’intero tessuto sociale perché non solo nella “black community” riscontriamo pregiudizi che racchiudono stereotipi caratteriali associati alla tipologia di capello.

Camilla Fondi