“La guerra entrò nel mondo della mia infanzia non con le esplosioni dei razzi e delle bombe, ma con i passi di mio padre che, nel corridoio, andava verso la sua camera da letto passando davanti alla mia. Sentii la porta aprirsi e chiudersi con un lieve scatto. Attenta a non svegliare Radana nella culla, scivolai giù dal letto e, sgattaiolata fuori dalla mia stanza, appoggiai l’orecchio alla porta restando in ascolto.
«Ti senti bene?» la mamma sembrava preoccupata.
Ogni giorno, prima dell’alba, papà usciva per una passeggiata solitaria e, tornando circa un’ora dopo, recava con sé scene e suoni della città, da cui emergevano le poesie che mi leggeva ad alta voce. Quella mattina, però, sembrava che fosse tornato non appena uscito, perché l’alba era giunta da poco e l’atmosfera notturna non si era ancora dissolta. Il silenzio lo seguiva passo passo come il residuo di un sogno ben oltre il risveglio. Lo immaginavo, ora, disteso vicino alla mamma, gli occhi chiusi mentre ascoltava la sua voce, portatrice di conforto tra il clamore dei suoi pensieri.
«Che cosa è successo?»
«Niente, cara.»
«Che cosa c’è?» insisté lei.
Un lungo, profondo