“La guerra entrò nel mondo della mia infanzia non con le esplosioni dei razzi e delle bombe, ma con i passi di mio padre che, nel corridoio, andava verso la sua camera da letto passando davanti alla mia. Sentii la porta aprirsi e chiudersi con un lieve scatto. Attenta a non svegliare Radana nella culla, scivolai giù dal letto e, sgattaiolata fuori dalla mia stanza, appoggiai l’orecchio alla porta restando in ascolto.
«Ti senti bene?» la mamma sembrava preoccupata.
Ogni giorno, prima dell’alba, papà usciva per una passeggiata solitaria e, tornando circa un’ora dopo, recava con sé scene e suoni della città, da cui emergevano le poesie che mi leggeva ad alta voce. Quella mattina, però, sembrava che fosse tornato non appena uscito, perché l’alba era giunta da poco e l’atmosfera notturna non si era ancora dissolta. Il silenzio lo seguiva passo passo come il residuo di un sogno ben oltre il risveglio. Lo immaginavo, ora, disteso vicino alla mamma, gli occhi chiusi mentre ascoltava la sua voce, portatrice di conforto tra il clamore dei suoi pensieri.
«Che cosa è successo?»
«Niente, cara.»
«Che cosa c’è?» insisté lei.
Un lungo, profondo sospiro, e infine papà rispose: «Le strade sono piene di gente, Aana. Persone senza casa, affamate, disperate…». Fece una pausa, il letto scricchiolò, e io lo immaginai mentre voltava la faccia verso la mamma, le loro guance sullo stesso lungo cuscino, come mi era capitato spesso di vedere.
«Le sofferenze…»
«Qualunque orrore ci sia là fuori,» lo interruppe gentilmente la mamma «so che ti prenderai cura di noi.»
Un silenzio sospeso. Immaginai le sue labbra premute contro quelle di papà. Arrossii.
«Ecco!» esclamò lei, il tono squillante e spensierato che riaffiorava nella sua voce. Poi, un rumore di persiane che si aprivano, come di uccelli di legno che, liberati d’improvviso, si alzassero in volo. «Il sole splende» disse piena di entusiasmo, e con quelle parole incoraggianti scacciò la nota grave del mattino, respingendo il “Nulla” fuori dalla porta, come un gatto randagio che si fosse fatto strada con le unghie sulla spalla di papà.
Una lama di luce cadeva sulla facciata della casa e si riversava dal balcone nel corridoio aperto. L’immaginai come un tappeto celeste gettato dall’alto da un incurante tevoda, un
angelo. Corsi da quella parte, i passi liberi dall’imbracatura di metallo e dalle scarpe che portavo di solito per correggere la zoppia della gamba destra.
Fuori, il sole si levava nel lussureggiante fogliame verde del cortile. Sbadigliava e si stirava, come una divinità bambina che cacciasse le molteplici braccia tra le foglie e i rami. Era aprile, la fine della stagione secca, e di lì a poco sarebbe arrivato il monsone, portando sollievo al caldo e all’umidità
con le sue piogge. Tutta la casa, intanto, ribolliva, soffocante come l’interno di una mongolfiera. Ero lustra di sudore. Il capodanno, a ogni modo, stava arrivando, e dopo tanta attesa e incertezza, infine avremmo avuto una celebrazione!

«Su, su, su» venne un grido dal padiglione della cucina. Era Om Bao, con la voce voluminosa come la sua ampia figura, simile a un sacco di iuta debordante di riso.
«Tirate su le vostre teste di sfaticate!» chiocciava incalzante.
«Presto, presto, presto!»
Corsi per il balcone verso il fianco della casa e la vidi andare avanti e indietro tra la bassa dimora delle donne e il padiglione della cucina, schiaffeggiando il terreno con i sandali impazienti. «Sciacquatevi la faccia, lavatevi i denti!» ordinava, battendo le mani mentre spingeva una fila di giovani cameriere assonnate verso le vasche di argilla che bordavano il muro all’esterno del padiglione. «Su, su, su, il sole si è alzato, e così dovrebbero fare anche i vostri sederi!»
Sculacciò una delle ragazze. «Vi perderete l’ultimo ruggito della Tigre e il primo salto del Coniglio!»
La Tigre e il Coniglio indicavano due anni lunari, uno giunto al termine, l’altro all’inizio. Il capodanno khmer si celebra sempre in aprile, e quell’anno, il 1975, cadeva il 17, di lì a
pochi giorni. A casa, i preparativi per tutte le cerimonie buddiste e le feste in giardino disseminate durante la celebrazione di solito incominciavano con largo anticipo. Quell’anno, però, per via del conflitto, papà non voleva che celebrassimo.
Il capodanno era un periodo di purificazione, ci ricordava, un periodo di rinnovamento. E finché nelle campagne fossero durati gli scontri che spingevano i rifugiati nelle strade cittadine, sarebbe stato sbagliato, da parte nostra, festeggiare.
Per fortuna, la mamma non era d’accordo. Se c’era un momento per celebrare, sosteneva, era proprio quello. Una festa di capodanno avrebbe scacciato tutto il male e fatto entrare tutto il bene. Mi voltai e la scorsi in piedi nell’angolo del balcone appena fuori dalla sua camera da letto, mentre sollevava i capelli così da rinfrescarsi la nuca. Lentamente, li lasciò ricadere in ciocche sottili per tutta la lunghezza della schiena. Una farfalla che si fa bella. Un verso di una poesia di papà. Sbattei gli occhi. Era scomparsa. […]

I rami del baniano in mezzo al cortile si agitarono, le foglie danzarono. Alcuni rami erano così lunghi che arrivavano fino al balcone, le ombre delle foglie come pezze di seta sul mio corpo. Roteai su me stessa, le braccia protese, mormorando un incantesimo che evocava i tevoda: «Pelleossa, Cicciotta…». «Ed esattamene che cosa stai facendo?» Mi rigirai. Ecco la Mamma del Latte sulla porta con Radana sull’anca. Radana si divincolò fino a toccar terra e subito cominciò a marciare sulle ombre con i suoi piedi grassocci, i campanellini tempestati di diamanti delle cavigliere che risuonavano disordinatamente. Per alcuni bambini cambogiani era normale portare gioielli costosi, e la mia adoratissima sorellina ne era adorna nel modo più insensato, con una collana di platino e un paio di minuscoli orecchini ad anello che si intonavano alle cavigliere. Quella non era una bambina, pensai. Era un bazar notturno! […]

Papà aveva ripreso la lettura, sfogliando avanti e indietro il giornale con tenui schiocchi. Inclinai la testa per leggere il titolo nella prima pagina: “I khmer krahom circondano la città”. Khmer krahom? Khmer rossi? Chi ne aveva mai sentito parlare? Eravamo tutti cambogiani, o khmer, come ci chiamavamo. Immaginai le persone che, con il corpo dipinto di un rosso vivo, invadevano la città correndo per le strade come schiere di formiche rosse pronte a mordere. Risi sonoramente, quasi strozzandomi con il succo di semi.

La Regina Nonna mi rivolse uno sguardo vacuo, apparentemente interessata solo alla vita futura. Qualunque cosa avesse a che fare con questa, era per lei un immenso vuoto.
Mi domandai, perfino, se sapesse della guerra.
«Le persone stanno combattendo…»
«Sì, lo so» mormorò lei.
«Di noi resteranno solo quanti riposano all’ombra di un baniano…»”

Vaddey Ratner

Vaddey Ratner, All’ombra del baniano, OBarraO edizioni, 2021, pp.392

Illustrazione di copertina: Susan and Fredrick Dittlau / Think Magazine, vaddeyratner.com

Ascolta il Podcast 

Ascolta il podcast