Nel pensiero comune, competizione e cooperazione sono generalmente intese come opzioni alternative e, per certi versi, antitetiche ed inconciliabili. La posizione è probabilmente figlia del lungo dibattito ideologico, consumato negli ultimi due secoli, da cui sono emerse contrapposizioni culturali irrisolte di più ampia portata, fra pensiero conservatore e pensiero progressista, capitalismo e socialismo, egoismo e altruismo. Una tendenza tipica del mondo occidentale, quella di considerare ogni dualismo come fonte di conflitto, evitando di cogliere qualsiasi elemento nel fronte opposto.

La cultura dominante in cui oggi siamo immersi ha evidentemente scelto di posizionarsi su un modello sociale spiccatamente individualista ed iper-competitivo, al punto di dimenticare il significato originario del termine competere: in pochi probabilmente conoscono l’etimo cŭm petĕre, ovvero andare insieme, convergere verso un unico punto. Sistemi economici, modelli educativi, relazioni sociali: ogni aspetto dell’agire comune è oggi pervaso da una competizione sfrenata, spesso oltre le regole, una sorta di “lotta per la sopravvivenza” che sa di antico ma anche di tremendamente attuale.

Il vero senso della cooperazione, invece, è stato via via posto ai margini del dibattito culturale e dei comportamenti prevalenti, soppiantati dalla forza persuasiva dell’individualismo e da interpretazioni superficiali di cosa sottenda veramente un atteggiamento basato sulla reciprocità.  

Il sentito comune preferisce ancora aderire alla visione seicentesca di Thomas Hobbes, che considerava naturale un mondo in perpetuo stato di guerra, fatto di predatori e di prede, di vincitori e di vinti, di opposti che confliggono. Le conseguenze di tali presupporti ideologici si sono tradotte nella diffusa legittimazione di qualsiasi comportamento in funzione del tornaconto individuale. Violare le regole, non competere mai ad armi pari, ignorare gli effetti sulle condizioni di vita di altri esseri umani, sono solo alcune delle comuni deviazioni che hanno generato gli sconcertanti squilibri economico-sociali che caratterizzano la nostra epoca. Disuguaglianze, accettate ormai sic et simpliciter, come osserva giustamente S. Zamagni, poiché intese “come qualcosa di connaturato alla condizione umana, (…) una sorta di male necessario per consentire ulteriori balzi in avanti delle nostre società”.

Che l’ingiustizia sociale sia implicita nella natura umana, oltre ad essere moralmente inaccettabile, è anche una convinzione priva di basi scientifiche. Alcune ricerche in campo neuroscientifico ed antropologico mostrano, piuttosto, un quadro inverso: sembrerebbe il comportamento cooperativo ad essere codificato nella nostra natura.

Le moderne teorie evoluzionistiche hanno ormai superato il presupposto post-darwiniano che pone la competizione come centro esclusivo dell’evoluzione umana: quest’ultima è, oggi, intesa come un processo ben più complesso e certamente più cooperativo di quanto fatto sinora. Una ricerca coordinata dal Direttore del Max Planck Institute per l’Antropologia Evoluzionistica di Lipsia, M. Tomasello, pubblicata su Current Anthropology, sostiene che gli esseri umani abbiano sviluppato fini abilità cooperative poiché interagire fra di loro era, prima di tutto, un bisogno essenziale legato alla pura sopravvivenza. Costretto dalle avversità dei cambiamenti ecologici, infatti, l’uomo avrebbe iniziato a cooperare con gli altri per ottenere cibo e, tale comportamento, avrebbe rappresentato un fattore importante nella selezione sociale, determinando vantaggi diretti in termini di sopravvivenza.

Oggi, possiamo osservare da vicino cosa accade nel cervello umano quando cooperiamo con altri individui: un celebre studio pubblicato su Nature, condotto dai ricercatori delle Università di Lubecca, Zurigo e Chicago con l’ausilio di strumenti di imaging cerebrale, ha mostrato risultati sorprendenti. Esiste una forte connessione fra la giunzione temporo-parietale, coinvolta nei comportamenti generosi, ed il nucleo striato ventrale, normalmente associato al benessere ed allo stato di felicità. A simili conclusioni sono giunti anche T. Watanabe e colleghi in un’interessante ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences. I ricercatori, combinando esperimenti di gruppo e di neuroimaging, hanno evidenziato nei soggetti impegnati in atteggiamenti cooperativi, l’attivazione delle strutture neuronali coinvolte nei processi cognitivi correlati a ricompense di tipo emotivo come la gratitudine (insula anteriore) e al riconoscimento sociale (precuneo dorsale).

Altre prospettive scientifiche come la psicologia e la teoria della complessità, offrono argomentazioni che rafforzano l’idea che, nell’uomo, l’agire in un contesto di reciprocità rappresenti un potente fattore evolutivo e di benessere, non solo collettivo ma anche e soprattutto individuale.

E’ quanto mai opportuno, pertanto, aprire al pubblico la buona letteratura di risultati scientifici che supportano l’idea che, la cooperazione fra gli individui, possa condurre ad una società maggiormente prospera, certamente più inclusiva e meno diseguale. 

 

Giacomo Brunaccini

Bibliografia

Current Anthropology – Vol. 53, No. 6, (2012), Two Key Steps in the Evolution of Human Cooperation: The Interdependence Hypothesis, M. Tomasello, A. P. Melis, C. Tennie, E. Wyman, E. Herrmann, pp. 673-692

Nature – 11 July, (2017) A neural link between generosity and happiness, S. Q. Park, T. Kahnt, A. Dogan, S. Strang, E. Fehr & P. N. Tobler

Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (2014), Two distinct neural mechanisms underlying indirect reciprocity, T. Watanabe et al

Zamagni S., (2019), La disuguaglianza strutturale nella stagione della rivoluzione digitale, I quaderni dell’Economia Civile – 6, AICCON