Nel 2001, festeggiato da poco l’inizio del nuovo millennio, carichi di speranze, di sogni sconfinati in un mondo nel quale la globalizzazione eurocentrica prometteva contemporaneità e giustizia, con un pugno di amici controcorrente che si interessavano di Medio Oriente andammo al cinema a vedere Viaggio a Kandahar del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf.

Il film, girato in Iran perché in Afghanistan era impossibile ottenere permessi, racconta di un paese sconfinato, dalla terra aspra e aranciata, desertica e impervia, nel quale vivono persone con usanze molto diverse da quelle occidentali.

Ne scriveva così Umberto Mosca nel 2016 per AsiaMedia una rassegna cinematografica all’Università di Venezia – Cà Foscari:

“Siamo nell’estate del 1999. Nafass è un’afghana fuoriuscita dal suo Paese insieme ai pochi familiari a seguito delle guerre che sconvolgono da anni l’Afghanistan. Ha deciso di ritornarvi dopo aver ricevuto la lettera di una sorella, la sola parente rimasta nella terra d’origine e andata in sposa a un uomo afghano che la umilia. La lettera annuncia l’imminente suicidio della donna, che dovrebbe coincidere con l’ultima eclissi del secolo.

Nafass decide di entrare in Afghanistan passando dal confine con l’Iran, là dove inizia lo sterminato deserto afghano. Così prima paga lautamente il passaggio su una scassatissima Ape che viene sequestrata dai predoni del deserto, quindi accetta l’invito di un ragazzino appena espulso da una scuola coranica, che le offre di guidarla, poi viene accompagnata per un tratto di strada da un medico che si finge talebano e che in realtà è un nero americano arrivato per combattere i russi e poi trattenutosi in missione di solidarietà, infine, dopo aver fatto sosta in un campo della Croce Rossa, dove molti uomini mutilati dalle mine attendono la distribuzione delle protesi, si mescola a un corteo di donne col burkha che vanno a piedi a Kandahar per un matrimonio, sostituendosi alla cugina della sposa.

E prosegue così Mosca, analizzando il film:

“Attraverso il suo film Makhmalbaf ci offre l’opportunità di avere un’immagine dell’Afghanistan nella quale la finzione è più vera del reale. Non tanto un’immagine diversa o alternativa da quelle infinite e identiche che già avevamo (o pensavamo di avere: troppe immagini, nessuna immagine). Piuttosto un’immagine che recuperi un significato, che provi a restituire senso a una condizione, quella dell’Afghanistan e della sua gente, che settimane e settimane di impotenti ritagli televisivi sempre uguali a se stessi e ripetuti stolidamente all’infinito […] rischiano di neutralizzare e di privare di ogni senso di realtà. Tutti i giorni sempre lo stesso film, dunque. È questa, molto semplicemente, l’operazione svolta da Viaggio a Kandahar sul nostro immaginario di oggi: avevamo bisogno di un film di finzione per impedire alle immagini reali di smarrirsi in un delirio di inespressiva virtualità.

Makhmalbaf, ricorrendo a una serie di situazioni che suggeriscono la dimensione documentaristica (il radioregistratore cui la protagonista affida le sue considerazioni in diretta, i cambi di inquadratura sui primi piani dei vari personaggi che compongono la folla dei mutilati), da vita a una serie di tappe volte a offrire allo spettatore una serie di paradigmi sulla condizione afghana: innanzitutto il numero spaventoso di mutilati, poi le donne, chiamate “teste nere” per via del burkha che copre l’intero corpo e la testa, quindi la rassegnazione allo stato delle cose ulteriormente incrementata dalla fede religiosa, l’indottrinamento crudele dei bambini all’interno delle scuole coraniche, l’inflessibilità dei mullah, l’impotenza dell’Onu, che involontariamente serve da copertura anche per alcune azioni criminali, il divieto alle donne di parlare direttamente con altri uomini che non siano il marito, che costringe la protagonista a usare il ragazzino come interprete, la totale assenza di mezzi di trasporto che non siano quelli di fortuna, le distanze infinite coperte a piedi, la condanna all’invisibilità cui sono destinate le donne e i sofferenti.

Con la semplicità del suo cinema didattico il film di Makhmalbaf trova un interprete privilegiato nello spettatore occidentale. Così l’esperienza della visione diventa occasione per riprendere a stupirsi, per ritornare a indignarsi lontano dalla fiera delle atrocità messa in moto dal baraccone televisivo e a cogliere l’autentico significato delle cose. Come nelle sequenze più belle del film. La prima: quella del gruppo di mutilati che tutt’a un tratto, con la massima velocità possibile, si allontanano dalle tende della Croce Rossa, senza che lo spettatore per lunghi istanti abbia la possibilità di individuare la loro meta. Quindi, dopo un po’ di tempo, le immagini dei paracaduti che sganciano le protesi a forma di gambe, della forma e della misura richiesta via radio dalle dottoresse del campo. La seconda: la protagonista che viene visitata attraverso un foro circolare aperto nella tenda che la separa dal medico, soluzione che suggerisce al regista di creare una forma pura che aliena completamente quel particolare dal resto del corpo della donna, trasformando quest’ultima in qualcosa di inumano, di mostruoso.

In entrambi i casi lo spettatore rimane incredulo: immagini dalla straordinaria intensità poetica diventano la testimonianza più convincente di una situazione reale. E all’interno di una dimensione simbolica deve essere inserito anche il percorso della protagonista, il cui obiettivo è quello di riuscire a raggiungere Kandahar prima che la giovane afghana, figura emblematica che rappresenta tutte le donne d’Afghanistan, metta fine da sé alla sua condizione disperata. Così, mentre tutti insistono sulla fuga dall’Afghanistan, Makhmalbaf propone l’immagine nuova di qualcuno che vuole a tutti i costi rientrarvi e raggiungerne il cuore per impedirgli di smettere di battere.”

Quest’interpretazione del film di Makhmalbaf, girato e distribuito prima dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono del Settembre 2001 e’ ancora attuale per capire un lavoro che offriva al mondo occidentale una veduta su un paese antico che, da lì a poco e per venti lunghissimi disorientanti anni, sarebbe stato bombardato  e occupato.

Un paese dal quale vent’anni fa come oggi gli occupanti fuggono e chi entra rischia la vita; un paese, l’Afghanistan, nel quale vent’anni di guerra ideologica non hanno, molto democraticamente, cambiato nulla.

Melissa Pignatelli

Umberto Mosca è professore in linguaggi del cinema all’Università di Torino, giornalista e critico cinematografico.

Immagine il volto della protagonista sulla locandina del film: “Viaggio a Kandahar”

Titolo originale: Safar é Kandahar. Regia, sceneggiatura, montaggio: Mohsen Makhmalbaf. Fotografia: Ebrahim Ghafori. Musica: Mohammad Reza Darvishi. Interpreti: Niloufar Pazira (Nafas), Hassan Tantai (Tabib Sahid), Sadou Teymouri (Khak), Hayatalah Hakimi. Produzione: Mohsen Makhmalbaf per Makhmalbaf Productions/Bac Films/. Distribuzione: Bim. Durata: 85′. Origine: Iran/Francia, 2001.