Nel canto III dell’Inferno, Dante, descrive in maniera minuziosa e dettagliata i cosiddetti “ignavi”. Essi rappresentano quella tipologia di persone che nella vita terrena conosciamo come vili e troppo codardi per farsi avanti prendendo una posizione concreta. Secondo Dante si tratta di peccatori così indegni che non meritano neanche una reale pena da espiare, per tale motivazione il Sommo Poeta li ripone nell’Antinferno.

Chi non si è mai schierato da una parte, chi in vita ha sempre scorto una via d’uscita nell’omologazione verso la massa, chi non curante dell’importanza di prendere una posizione ha scelto di non scegliere, rappresenta il peccatore di ignavia. Per tali ragioni, Dante, sarà particolarmente duro nella descrizione che ne darà, li definirà come esseri che il mondo quasi non ricorderà, per dirla con le sue stesse parole:

“Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidiosi son d’ogni altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa”.
(Inferno, III, 46-49).

L’ignavia, questa terribile condizione in cui l’individuo non prende una scelta rappresenta l’immobilismo di fronte al divenire. Dante scriveva nel Trecento, ma i problemi dai quali nasceva una critica così efferata nei confronti di chi sceglieva di non scegliere non sono così lontani da quelli che possiamo riscontrare in epoca contemporanea attraverso l’occhio di altri autori. Dante si scagliava contro chi nella vita politica si tirava indietro davanti alla grande scelta, quella scelta che avrebbe prodotto quello specifico cambiamento in una società contraddittoria. Per tale ragione, tra gli ignavi si ritroverà Celestino V, ovvero colui “che fece per viltade il gran rifiuto”.Se volessimo trovare un punto di contro tra Dante e i nostri tempi continueremo ad elencare tante figure che nella politica, intendendola come “ipostasi” del nostro sistema sociale, hanno riprodotto gli errori del Celestino V.

Ma balzando un mero elenco quantitativo, si potrebbe pensare invece ad un intellettuale che, nel Novecento, di fronte ad un mondo piegato dal secondo conflitto mondiale e dal quasi ineluttabile declino totalitario della società, teorizza il tema dell’indifferenza dell’uomo di fronte alla propria realtà: Antonio Gramsci. La sua teorizzazione implica l’odio per l’indifferente, ovvero per colui che guarda la realtà senza affrontarla o per l’appunto senza scegliere. Nell’ottica gramsciana l’indifferenza si consuma di fronte ad un’Italia fascista e l’azione del prendere parte, scegliere, vestire delle posizioni, significa “parteggiare” contro di essa.

L’accostamento che è stato volutamente posto in questa sede tra Dante che scrive nel Trecento e Gramsci che scrive nel Novecento ci serve per comprendere che il tema dell’indifferenza non è un qualcosa di storicizzabile soltanto ad un contesto sociale o ad uno specifico ethos culturale.

Dante, ripone coloro che definisce come ignavi nell’Antinferno e anche al suo tempo si poteva definire un individuo come “cittadino” nel momento in cui prendeva parte alla vita politica. Ma al di là della declinazione politica che si poteva dare di un comportamento “indifferente”, vi era anche un fondamento teologico che presupponeva che l’individuo scegliesse sempre tra bene e male. Attraverso questa interpretazione in chiave teologico-politica si può giungere ad un collegamento con l’analisi che Gramsci sviluppa di fronte all’indifferenza.

I contesti sociali, politici e dunque storici sono ovviamente figli di tempi ed epoche diverse, con i propri connotati ideologici e culturali. Ma quella struttura interna del concetto di indifferenza è perfettamente reiterabile e applicabile allo stesso modo, anche se i tempi e le epoche cambiano. Su questa scia che vede, per l’appunto, la possibilità di affrontare l’indifferenza come un qualcosa di scisso dalle imposizioni culturali di un’epoca, si crea anche un rilevante collegamento con ciò che riguarda il tema della scelta. Quest’ultima rappresenta uno dei temi principali di ciò che è stata la corrente esistenzialista nel Novecento.

A proposito di ciò sembra funzionale richiamare all’attenzione alcuni aspetti del pensiero di Jean Paul Sartre, il quale, nel suo L’essere e il nulla (2014), un’opera in cui si risentono tutte le influenze che l’autore francese ha avuto all’interno dei suoi studi da parte di tutta quella matrice husserliano-heideggeriana sul tema del rapporto coscienza-mondo, teorizza il tema della scelta legato a quello della libertà, in quanto è a partire da uno costruzione del proprio sé (della propria coscienza) che si può avere un rapporto “libero” con il mondo esterno, senza avere timore di prendere le proprie decisioni.

Senza addentrarci in ragionamenti sulla fenomenologia esistenziale di Sartre, attraverso tutto un apparato fenomenologico che dovrebbe risalire ad Hegel, bisogna ricordare che all’interno del pensiero dell’autore francese la libertà rientra nella logica del pensare e ragionare secondo i dettami della propria coscienza. Quest’ultima viene alimentata dalla capacità di affrontare il reale senza intercessioni esterne, così da riuscire a giungere ad uno stato cosciente in cui l’angoscia creata da questa assoluta libertà può essere contrastata. Notevole, come si può evincere da queste ultime parole, è anche l’influenza della filosofia di Kierkegaard. Questo aspetto dell’essere liberi, descritto da Sartre, diventa funzionale a discorso svolto precedentemente.

L’ignavia di Dante, che diventa l’indifferenza di Gramsci, oggi probabilmente diventa una riproduzione di un’angoscia esistenziale non consapevolizzata, che per ragioni fallaci diventa superficialità di fronte alle scelte. Una superficialità che alberga nelle nuove generazioni non perché ci si ritrova in uno stato di mancanza di volontà, poiché se fosse così ci sarebbe spazio per consapevolizzare il problema e fare un tentativo per prendere una posizione.

Oggi, ciò che in maniera diffusa si può scorgere, è che si porta l’individuo, sin da una tenera età, ad uno stato di consapevolezza del mondo circostante precedentemente veicolato. Se si consapevolizzasse questo aspetto che porta ad uno stato di degenerazione intellettuale dell’individuo, allora – probabilmente – si potrebbe avanzare contro ciò che oggi è diventata l’ignavia di Dante prima e l’indifferenza di Gramsci oggi. Bisogna dunque prediligere il dialogo con se stessi, per non sfociare in un’ alienante omologazione che ci porterebbe in ogni caso verso un orizzonte in cui scegliere per sé e sentirsi liberi nel farlo si tradurrebbe in un comportamento deviante.

Maurilio Ginex

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