Che cos’è la maschilità? Una domanda apparentemente banale e che, tuttavia, non trova una facile risposta. Mentre penso a come rispondere, da persona socializzata come donna, facendo ricorso agli studi di genere, alle teorie queer, agli scritti di studiosɜ che hanno rivoluzionato il campo dei men’s studies (una branca all’interno dei più generali gender studies), mi fermo in preda all’ansia da prestazione e decido di andare a vedere la definizione del vocabolario Treccani che indica brevemente: “L’essere maschio o maschile; complesso (e possesso) dei caratteri che sono, o sono ritenuti, tipici dell’uomo, in quanto maschio; virilità (in senso generico).” Ecco, una definizione semplice, diretta, breve che rimanda immediatamente all’idea che quando si parla di maschilità si parla di uomini e di maschi, punto. Ma cosa non viene detto in questa voce? È davvero così importante riferirsi a una definizione per parlare di maschilità?

Negli ultimi anni, in Italia, si pone sempre più attenzione all’identità maschile, grazie soprattutto ai discorsi che si sono diffusi sulla maschilità e ai significati che essa può avere. Ormai anche nei media mainstream, capita di incontrare dibattiti e discussioni sulla “maschilità tossica” e iniziano a circolare modelli estetici “alternativi”, pensiamo, ad esempio, allo smalto per le unghie o alle gonne indossate da attori e personaggi famosi. Tuttavia, ai bambini continua ad essere detto di “non piangere come una femminuccia” e la differenziazione di genere riguardo a ciò che è per “maschi” e per “femmine” è ancora molto marcata (negli sport, nei giochi, nei modelli culturali). La violenza di genere e le disuguaglianze economiche e sociali sono una realtà ben presente e visibile nelle esperien