Pubblicato il 22 Marzo 2025
L’antropologia pubblica come forma di resistenza culturale
di Disma Dylan Pestalozza

Nella società globalizzata del XXI secolo, l’antropologia pubblica è uno strumento fondamentale che permette di contrastare la massificazione culturale e l’omologazione del pensiero. L’AnthroDay milanese, organizzato dall’Università di Milano-Bicocca (con IULM, Università di Milano e Università di Torino), è un importante pezzo di questo percorso di resilienza sbocciato attorno al World Anthropology Day, istituito nel 2015 dall’American Anthropological Association.
In un mondo in cui le differenze tendono a essere appiattite e le identità locali rischiano di dissolversi, l’antropologia offre strumenti preziosi per preservare e valorizzare la diversità. Uno dei percorsi per contrastare questa deriva è rendere le scienze antropologiche accessibili anche a chi non le conosce, allontanandosi dalle, spesso respingenti, discussioni accademiche. L’AnthroDay svolge questo ruolo da ormai sei anni, crescendo costantemente in termini di numeri e partecipazione. L’uniformazione culturale è un fenomeno pervasivo, alimentato dalla diffusione dei mass media, internet e dalle logiche del mercato globale. Processi apparentemente inarrestabili che trasformano elementi distintivi in prodotti commerciali, spesso svuotandoli del loro significato originario. Questo porta a una standardizzazione delle espressioni culturali, dove tradizioni uniche vengono ridotte a stereotipi vendibili e riproducibili in catena di montaggio. L’antropologia pubblica promuove una comprensione profonda e contestualizzata delle tradizioni, mettendo in luce l’importanza dei significati e dei valori intrinsechi che ogni tradizione, grande o piccola che sia, porta con sé.
Un esempio emblematico di resistenze culturali assorbite e massificate dal mercato è rappresentato dalle controculture giovanili, a Radio Popolare, ad esempio, nell’ambito dell’AnthroDay si è svolta una lunga chiacchierata su Punk e spazi sociali occupati. Questi movimenti nascono spesso in opposizione alle norme sociali, sviluppando stili, riti, linguaggi e pratiche uniche. Il mercato globale li fagocita trasformandoli in tendenze commerciali e privandoli della loro carica sovversiva. L’antropologia analizza e valorizza culture e controculture, riconoscendole come espressioni legittime di identità e resistenza. Sottolinea, inoltre, l’importanza di preservarne l’autenticità di fronte alle forze omologanti del mercato.
Avvicinare le persone al pensiero antropologico e fornire loro strumenti per affrontare il “giro lungo” è essenziale per diffondere consapevolezza. Solo così si può sviluppare uno sguardo laterale in grado di cogliere e restituire peso all’alterità. Conoscendo l’altro si è in grado di conoscere meglio se stessi e la propria cultura, si può accedere ad un bagaglio di conoscenza che consente di indossare nuove lenti in grado di mettere a fuoco, ciò che prima poteva apparire nascosto o sfocato. Il percorso di standardizzazione si fa sempre più drastico, più veloce, più globale. La cooptazione del pensiero alternativo nel mainstream è un fenomeno storico che ha coinvolto e coinvolge in un loop senza fine tutto ciò che nasce come opposizione. Prendiamo la musica trap ad esempio: in poco più di dieci anni è passata dall’essere espressione delle aree più povere e degradate di Atlanta a un fenomeno di massa planetario, capace di muovere interessi economici incalcolabili.
Oggi è tutto ancora più veloce. L’alterità viene limata e snaturata in tempi sempre più brevi, un processo che sembra condurci verso un punto in cui alternativa e mainstream finiranno per confondersi l’una con l’altra, fino a coincidere. Per dirla con Mauss, la massificazione è un fatto sociale totale: un processo che coinvolge ogni aspetto della collettività e che sembra ormai irreversibile, dall’identità ai consumi quotidiani. L’antropologia prova a preservare la complessità, sabbia nell’ingranaggio del conformismo culturale attraverso la lettura della realtà e la diffusione del suo stesso sapere.
L’AnthroDay prova a portare l’antropologia in strada, alla portata di tutti. Perché antropologia è accademia, ma è anche (e soprattutto) un bao mangiato in via Paolo Sarpi, un kebab assaporato in via Padova e una birra al bar di un Centro Sociale Occupato. L’appiattimento e la mercificazione delle singolarità impoveriscono le culture, contribuendo a una visione superficiale e stereotipata delle stesse, frutto di traduzioni culturali grossolane, errate e sciatte. Un processo di circolazione e trasformazione che porta le culture a perdere significato, impoverendosi ad ogni passaggio, fino a diventare sempre più simili e piatte.
L’antropologia pubblica, come forma di resistenza culturale, si impegna a dare voce a prospettive marginalizzate, promuovendo il pluralismo e il dialogo inter-(e intra)culturale per rompere questa spirale gargantuesca di appiattimento che tutto inghiotte e tutto sputa.
Disma Dylan Pestalozza
Foto by LaCucinaItaliana, 2016

Rivista di Antropologia Culturale, Etnografia e Sociologia dal 2011 – Appunti critici & costruttivi