Pubblicato il 15 Febbraio 2026
Arte contemporanea in Ucraina. Esperienze di mobilità culturale in uno scenario di guerra
di Sofia Baldi Pighi e Valeria Radkevych
Entrare in Ucraina oggi non è un gesto neutrale.
Attraversare il confine significa prendere una posizione: su cosa si guarda, su cosa si racconta, su come si restituisce un’esperienza che è insieme artistica, politica e profondamente fisica. In un contesto di guerra, la mobilità culturale si muove tra necessità e privilegio, tra urgenza di testimonianza e rischio di semplificazione.
Questo testo nasce dall’incontro tra due prospettive diverse ma complementari: da un lato, la lettura storica della scena artistica ucraina a partire dalla fine degli anni Ottanta, sviluppata dalla ricercatrice e storica dell’arte Valeria Radkevych; dall’altro, l’esperienza diretta di viaggi recenti, vissuti come pratica curatoriale di campo dalla ricercatrice Sofia Baldi Pighi.
Insieme, queste traiettorie interrogano profondamente il ruolo dell’arte e dei curatori in un territorio segnato dalla violenza strutturale e dalla guerra delle narrazioni. In un contesto dominato da discorsi polarizzati e spesso astratti, l’esperienza incarnata assume un’importanza decisiva: essa riporta l’attenzione sul corpo, sulla testimonianza in carne ed ossa, offrendo una resistenza immediata alle narrazioni che tendono a ridurre la violenza a puro racconto di propaganda.
Il discorso sull’Ucraina contemporanea, le sue difficoltà e i suoi traguardi non può essere separato dal contesto storico in cui il paese si trova.
Per spiegare le condizioni della posizione dell’Ucraina sulla mappa politica, economica e culturale, bisognerebbe raccontare gli ultimi mille anni della sua esistenza, a partire con la fondazione di Kyiv nel 482. Ma ci limitiamo a fare un breve excursus sulla storia dell’arte contemporanea ucraina, da sempre nell’immediata prossimità alla vita sociale, politica e geopolitica. Alla fine degli anni Ottanta, l’arte ucraina si ridefinisce attraverso un ritorno critico alla figurazione, distante dal realismo socialista. Sorrow of Cleopatra di Arsen Savadov e Heorhii Senchenko (immagine di apertura), presentata nel 1987, è un’opera emblematica di questa transizione. Il suo linguaggio rielabora la transavanguardia italiana e il nuovo espressionismo europeo in chiave postmoderna, attraverso ironia, citazione e teatralità. La classicità evocata è instabile, segnata dalla crisi simbolica del tardo periodo sovietico. Nel contesto della Parcommune di Kyiv, questa pittura afferma la possibilità di un linguaggio autonomo, capace di dialogare con l’Occidente senza aderire né ai canoni ufficiali né a una mera imitazione dei modelli esterni, diventando metafora della nascente “nuova onda” ucraina.
Nel 1994 la curatrice Marta Kuzma organizza Alchemic Surrender, una mostra concepita come gesto politico situato. L’esposizione si svolge a bordo della nave da guerra Slavutych a Sevastopol, trasformando un simbolo del potere militare in spazio di produzione artistica. Le opere, realizzate direttamente sul posto, si confrontano con la materialità e la memoria del luogo, rivelando le tensioni della fase post-sovietica. Alchemic Surrender propone così un modello di arte situata, in cui contesto e spazio diventano parte integrante della riflessione su identità, potere e linguaggio artistico.
Negli anni Duemila, l’arte ucraina si sviluppa in una geografia fortemente decentralizzata. In questo scenario, Kharkiv si afferma come centro di ricerca autonoma, anche grazie alla lunga influenza della Kharkiv School of Photography. Figura chiave di questa tradizione è Borys Mikhailov, che negli anni Duemila consolida una pratica fotografica incentrata su corpo, marginalità e precarietà quotidiana. Le sue immagini mettono in crisi ogni rappresentazione rassicurante della transizione post-sovietica, trasformando la fotografia in uno strumento critico piuttosto che documentario. Attorno a questa postura si sviluppa una scena che fa della marginalità un punto di osservazione privilegiato sulle strutture di potere e sulle identità collettive.
Nel contesto italiano, e più in generale europeo, il privilegio di vivere in una condizione di pace conferisce alle esperienze di mobilità culturale di artisti, curatori e ricercatori che operano in scenari di guerra un valore fondamentale. La mobilità culturale non è soltanto uno spostamento, ma una pratica di responsabilità: mette a disposizione strumenti teorici, reti istituzionali e piattaforme internazionali capaci di ospitare e amplificare voci marginalizzate, favorendo un dialogo transnazionale che altrimenti rischierebbe di rimanere confinato entro confini nazionali o narrazioni locali. In questo senso, il privilegio europeo può trasformarsi in uno strumento politico di visibilità e connessione.
Con l’inizio della guerra nell’est dell’Ucraina e l’annessione della Crimea, il conflitto diventa una condizione strutturale. Tra il 2014 e il 2026, l’arte ucraina non si limita a rappresentare la guerra, ma interviene nello spazio simbolico come forma di resistenza critica, opponendo complessità e responsabilità alla semplificazione propagandistica. L’arte assume apertamente una funzione testimoniale e contro-narrativa, rispondendo alla guerra dell’informazione con strumenti propri del linguaggio artistico.
Nel tentativo di immaginare la guerra da casa, riflettere sui suoni e sui rumori che accompagnano una giornata ordinaria può essere rivelatore. Oltre al traffico, ai richiami religiosi o ai suoni della natura, il paesaggio sonoro racconta molto della storia e delle condizioni del luogo in cui ci troviamo.
Nikita Kadan e il collettivo Open Group con le opere, rispettivamente Tryvoha (Sirens and the Mast) di Repeat After Me II raccontano la colonizzazione sonora della guerra nell’atmosfera culturale quotidiana in Ucraina. Il suono della guerra è un’ incursione dello spazio fisico ed emotivo delle persone. In Tryvoha Kadan, installata in una chiesa di Ypres in Belgio nel 2023, crea una struttura circolare fatta di teli traslucidi e acciaio leggero per far entrare il pubblico. È un luogo fragile, accogliente, quasi liturgico. Ma all’interno si è investiti da un suono acuto, perforante: la sirena d’allarme aereo, il segnale che in Ucraina significa “pericolo imminente”. È un suono che spezza il pensiero, che entra nel corpo prima che nella mente. La composizione sonora – creata da Roman Grygoriv e Illia Razumeiko, con la voce di Lena Bielkina e il violino di Ihor Zavhorodnii – trasforma la paura in un’esperienza estetica. E in questo passaggio, porta la guerra dentro uno spazio culturale europeo, costringendo lo spettatore occidentale a sentire sulla propria pelle l’interruzione del quotidiano. In Repeat After Me II, presentata alla Biennale di Venezia 2024, il collettivo Open Group porta la guerra dentro un karaoke militare. Rifugiati ucraini – civili, non soldati – ricordano i suoni delle armi che li hanno colpiti. Non raccontano, ripetono: mitragliatrici, lanci di missili, esplosioni. Il pubblico è invitato a fare lo stesso. A imparare la grammatica del conflitto, una lingua sonora della sopravvivenza. Il karaoke – normalmente dispositivo popolare e giocoso – diventa strumento traumatico.
Il ruolo del curatore non è quello di “tradurre” o sovrascrivere le esperienze, ma di interrogarsi costantemente sul proprio posizionamento, sulle asimmetrie di potere e sulle strutture da cui proviene. In questo senso, la mobilità culturale non è solo una condizione logistica, ma uno strumento critico fondamentale: rende possibile una prossimità consapevole, una presenza situata che consente di creare spazi espositivi capaci di far emergere l’esperienza incarnata senza ridurla a oggetto di consumo culturale. È un lavoro fondato sull’ascolto attivo, sulla co-presenza e sull’autocritica, in cui la mobilità diventa una pratica etica e politica, capace di mettere in discussione i dispositivi di rappresentazione e di costruire relazioni più eque tra contesti, soggetti e istituzioni.
Sofia Baldi Pighi e Valeria Radkevych
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Immagine: Arsen Savadov e Heorhii Senchenko, Sorrow of Cleopatra, 1987, olio su tela. Fair Use.
Il World Anthropology Day è un’iniziativa promossa dall’American Anthropological Association e lanciata a Milano (dal 2019), a Torino (dal 2023) e a Roma (dal 2026), dal corso di Laurea Magistrale in Antropologia Culturale e Sociale (ex Scienze Antropologiche ed Etnologiche), dal Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale, dal Dottorato Patrimonio Immateriale nell’Innovazione Socio-Culturale e dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. La rassegna è organizzata in collaborazione con SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata), con il dipartimento di Lingue, Letterature, Culture e Mediazioni dell’Università di Milano Statale, con il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università IULM, con i dipartimenti di Culture, Politica e Società e di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino e con il dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo dell’Università di Roma Sapienza. Dal 2024 Radio Popolare è media partner; World anthropology Day si avvale anche del contributo organizzativo di Presso e della partnership con LaRivistaCulturale.com.
Rivista di Antropologia Culturale, Etnografia e Sociologia dal 2011 – Appunti critici & costruttivi