I richiedenti asilo, nel vivere in strutture di permanenza temporanea comunemente chiamate hotspot, si confrontano con una serie di limiti. I vincoli, che si colgono ponendosi dal punto di vista del migrante, derivano sia dal sistema di accoglienza, sia dalle regole che  – di fatto – impediscono alle persone in transito di essere percepiti come risorse utili alla vita attiva della società in cui risiedono: paradossi di difficile soluzione e scarsamente raccontati al di fuori degli stessi sistemi di accoglienza.

Dopo un’esperienza diretta presso la ONG austriaca ECHO 100+, una struttura di seconda accoglienza collegata all’hotspot dell’isola di Leros, in Grecia, ho potuto rendermi conto di aspetti limitanti come l’attesa nella quale i migranti sono costretti a causa dell’allungamento dei tempi burocratici per il riconoscimento della protezione internazionale, l’assenza di alternative all’accoglienza e all’aiuto umanitario e l’impossibilità di trovare un lavoro. Nel lavoro volontario  quotidiano, mi sono resa conto del potenziale produttivo, creativo e umano di persone ferme, sospese, in attesa, comp