Il termine antropocene (dal greco anthropos, uomo) è stato coniato negli anni Ottanta dal biologo statunitense Eugene F. Stoermer e diffuso dal Duemila nella comunità scientifica. La radice etimologica della parola ci indica che l’epoca geologica in cui ci troviamo mette l’uomo al centro dell’era che segue l’Olocene incidendo, come mai prima d’ora, strutturalmente sul pianeta. Infatti, l’uomo non è più solo un attore ambientale come gli altri ma direziona processi evolutivi, crea nuovi ambienti, condiziona ogni ecosistema con il quale entra in contatto e modifica – anche radicalmente – l’ambiente che lo circonda.

L’essere umano domina infatti sul 75% delle terre non coperte dai ghiacci attraverso l’urbanizzazione, l’industrializzazione, l’estrazione, e l’agricoltura. Domina, ma senza custodire, superando così tassi limite di azoto, potassio e fosfato per la produzione di fertilizzanti in molte coltivazioni. Il fosforo nel terreno ha oggi un impatto più massiccio di quanto ne abbia avuto negli ultimi due miliardi.

Mentre i livelli di anidride carbonica sono più alti degli ultimi 66 milioni di anni, evento che non ha precedenti; questo significa che non è possibile fare previsioni in merito. L’anidride carbonica a questi tassi elevatissimi provoca instabilità delle temperature, fenomeni meteorologici estremi, innalzamento dei livelli dei mari, acidificazione degli oceani, e surriscaldamento