Il termine antropocene (dal greco anthropos, uomo) è stato coniato negli anni Ottanta dal biologo statunitense Eugene F. Stoermer e diffuso dal Duemila nella comunità scientifica. La radice etimologica della parola ci indica che l’epoca geologica in cui ci troviamo mette l’uomo al centro dell’era che segue l’Olocene incidendo, come mai prima d’ora, strutturalmente sul pianeta. Infatti, l’uomo non è più solo un attore ambientale come gli altri ma direziona processi evolutivi, crea nuovi ambienti, condiziona ogni ecosistema con il quale entra in contatto e modifica – anche radicalmente – l’ambiente che lo circonda.

L’essere umano domina infatti sul 75% delle terre non coperte dai ghiacci attraverso l’urbanizzazione, l’industrializzazione, l’estrazione, e l’agricoltura. Domina, ma senza custodire, superando così tassi limite di azoto, potassio e fosfato per la produzione di fertilizzanti in molte coltivazioni. Il fosforo nel terreno ha oggi un impatto più massiccio di quanto ne abbia avuto negli ultimi due miliardi.

Mentre i livelli di anidride carbonica sono più alti degli ultimi 66 milioni di anni, evento che non ha precedenti; questo significa che non è possibile fare previsioni in merito. L’anidride carbonica a questi tassi elevatissimi provoca instabilità delle temperature, fenomeni meteorologici estremi, innalzamento dei livelli dei mari, acidificazione degli oceani, e surriscaldamento globale che è solo l’onda più alta e visibile di questa trasformazione irreversibile.

Non si tratta più solo di “inquinare” ma di incidere nella catena alimentare di ogni eco-sistema, negli strati tellurici profondi, plasmare la morfologia degli ambienti. Si chiama “terraformazione”, la manipolazione di un pianeta per i fini umani.

In Antropocene – L’epoca umana, il docufilm che indaga l’impatto dell’uomo sul pianeta attraverso le straordinarie immagini di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier ed Edward Burtynsky, con la voce narrante di Alba Rohrwacher nella versione italiana, vediamo immagini di vene rosse di carnallite nelle miniere di potassio in Russia, cunicoli dai motivi psichedelici e fantasie cromatiche sgargianti, fumi tossici, corsi di fiumi deviati da dighe colossali, miniere a cielo aperto, geometrie di terreni coltivati che hanno spazzato via foreste, orizzonti di discariche frequentate da volatili sghembi. L’estetica unica, di un momento oscuro nello splendore della natura.

Sappiamo ormai che la desertificazione e il cambiamento climatico costringono intere popolazioni a migrare e, dove invece non si fa sfuggire, innesca guerre per le risorse. Conosciamo ormai la definizione di rifugiato climatico e non si può ignorare che le opportunità sociali siano fortemente condizionate dalle opportunità ambientali.

Il lungometraggio Antropocene, di rilevante valore scientifico, fa parte di un progetto educativo sostenuto da associazioni per la difesa dell’ambiente, e sostiene il Global Strike For Future, la più grande manifestazione a tema ambientale mai organizzata, che conta circa 2500 eventi in 150 nazioni.  Antropocene non è solo un documentario, ma un’esperienza di realtà aumentata che serve a includere lo spettatore nel suo ruolo di partecipante attivo; è l’ appello personale e urgente ad ogni individuo, una meditazione profonda sulla nostra specie.

Giulia Bertotto

Immagine tratta dal docufilm “Antropocene l’epoca umana” (Canada, 2018, 87′) di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier ed Edward Burtynsky, con la voce narrante di Alba Rohrwacher nella versione italiana. Il film è prodotto dalla Fondazione Stensen e Valmyn.

Nella fotografia, le miniere di potassio di Uralkali in Russia.