Lo straniero in movimento, con il suo bagaglio culturale e soprattutto la sua storia umana causa uno strappo che interrompe quella linearità occidentalistica che struttura il nostro modo di pensare, la mentalità di noi cittadini che viviamo al di qua del più esteso e concettualmente radicato confine che il mondo conosce, determina e subisce: quello tra Oriente e Occidente. Il migrante piomba nella nostra quotidianità imponendoci di prendere consapevolezza della sua diversità, della sua alterità, e aprendo un varco alla concezione di noi stessi come stranieri in riferimento a lui, determinando una continua ri-formazione dell’Io e del modo in cui concepiamo la nostra identità, che diventa così instabile.

Friedrich Nietzsche in Al di là del bene e del male (Adelphi, 2015) sostiene che i fatti non esistono, bensì di essi ne esistono le interpretazioni. Come per narrare le nazioni è necessario costruire una comunità immaginaria e un immaginario  geografico collettivo cui riferirsi, anche il sé necessita di una sua specifica narrazione in grado di geo-collocarci in un luogo invece che in un altro. Il bisogno di pensare l’Io come stabile e ben definito nient’altro non è che una finzione che ci permette di vivere all’interno di una particolare certezza identitaria. Nietzsche insiste sul carattere fittizio del mondo che costringe gli uomini ad avere a che fare continuamente con la mutevolezza della costruzione che rende precaria la nostra  identità e, di conseguenza, la nostra narrazione.

La linearità imposta dalla storiografia, dalla narrazione della Storia frutto di una prospettiva di stampo occidentale, viene deviata, sconvolta e interrotta dall’insinuarsi di altre storie non più relegate nell’oblio. Il movimento degli uomini olt