Pubblicato il 19 Novembre 2020

Sull’urgenza della previsione sociale in tempo di Covid

di Giacomo Buoncompagni

In uno scenario di crisi sanitaria ed economica, che più che crisi ormai sembra l’inizio di  un vero e proprio mutamento sociale e antropologico generato dagli effetti della pandemia ancora in corso, la previsione del futuro non è mai neutrale.

L’idea di “previsione sociale” coincide con l’idea di  essere artefici e protagonisti del proprio futuro e di quello degli altri. I  fatti della vita avvengono sempre più velocemente, la società muta, i tempi di azione e di comunicazione non hanno più un ordine crono-logico, sono sempre più personalizzabili, ma comunque sfuggenti  (Panico, 2017; Buoncompagni 2018).

Questo significa pensare all’oggi in vista del domani, operare scelte oggi per cogliere gli effetti e procurare conseguenze domani (Rizza, 2016).

L’attività previsionale non è attività che poggia su semplici capacità intuitive, al contrario, la previsione si basa su una seria attività intellettuale e scientifica supportata da un adeguato impianto teorico e metodologico. Il tentativo è quello di coniugare la conoscenza ‘oggettiva’ con l’azione ‘politica’ e la decisione “soggettiva” in nome di un’etica della responsabilità, che non può essere estranea alla sociologia e all’uomo stesso (Rizza 2016; Panico 2017).

Il rapporto tra la sociologia e il futuro può essere espresso dalla “previsione”, intesa come variabile dell’attività scientifica e come pratica sociologica; è nell’attività “scientifica” che si concretizza il passaggio dai cambiamenti al futuro, dunque  la “previsione”.

Nella crisi, la previsione sociale richiede  un cambiamento radicale  della mentalità amministrativa e politica e questo perché “il futuro è sempre più difficile da preveder non perché è troppo lontano, ma proprio perché è troppo vicino” (Rizza, 2016). E di fronte a un futuro a dir poco incerto diviene sempre più difficile sottrarsi alla tensione etica della responsabilità.

Giacomo Buoncompagni

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