L’interesse antropologico si è spesso soffermato sull’essenza culturale delle lacrime, mostrando come il pianto non sia da intendere quale semplice reazione estemporanea e naturale, espressione universale di uno stato emotivo, ma piuttosto come un comportamento socialmente appreso, riflesso di rappresentazioni collettive situate. Le modalità e le aspettative relative al piangere vengono quindi incorporate attraverso processi di inculturazione capaci di togliere l’essere umano dalla sua plasticità originale, modellandolo secondo un ideale socialmente definito e approvato. La cultura, con la sua forza “antropopoietica”, seleziona uno tra “i mille tipi di vita” che in potenza ci sono dati, tesse quelle “ragnatele di significati” in cui ci troviamo sospesi e che ognuno di noi, nella sua esperienza di attore sociale, contribuisce ad intrecciare.

Le stesse emozioni, afferma la prospettiva costruttivista, non si possono pensare come fenomeni innati e puramente biologici, ma piuttosto, riprendendo Clifford Geertz, come “manufatti culturali”. La cultura emozionale non regola solamente la manifestazione dell’esperienza emotiva, ma ci permette anche di viverla come tale, fornisce gli strumenti e le risorse di senso attraverso cui interpretare e comunicare il proprio sentire. Così, mentre tra i Kaluli della Papua Nuova Guinea drammatizzare le emozioni era attitudine incoraggiata, a Bali, dove Gregory Bateson e Margaret Mead individuano uno stile emozionale in “stato di quiete”, gli atteggiamenti aggressivi erano fortemente disincentivati, se non addirittura stigmatizzati.

Le norme sociali disciplinano le forme, le circostanze e le figure a cui il pianto è concesso, negato o perfino richiesto. L’impostazione occidentale moderna tende ad associare le lacrime alla sfera dell