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Migranti: risorse umane non percepite, riflessioni dal campo di Leros

I richiedenti asilo, nel vivere in strutture di permanenza temporanea comunemente chiamate hotspot, si confrontano con una serie di limiti. I vincoli, che si colgono ponendosi dal punto di vista del migrante, derivano sia dal sistema di accoglienza, sia dalle regole che  – di fatto – impediscono alle persone in transito di essere percepiti come risorse utili alla vita attiva della società in cui risiedono: paradossi di difficile soluzione e scarsamente raccontati al di fuori degli stessi sistemi di accoglienza.

Dopo un’esperienza diretta presso la ONG austriaca ECHO 100+, una struttura di seconda accoglienza collegata all’hotspot dell’isola di Leros, in Grecia, ho potuto rendermi conto di aspetti limitanti come l’attesa nella quale i migranti sono costretti a causa dell’allungamento dei tempi burocratici per il riconoscimento della protezione internazionale, l’assenza di alternative all’accoglienza e all’aiuto umanitario e l’impossibilità di trovare un lavoro. Nel lavoro volontario  quotidiano, mi sono resa conto del potenziale produttivo, creativo e umano di persone ferme, sospese, in attesa, completamente ignorato dalle prassi e dalle dinamiche dell’aiuto.

Infatti, vivendo sull’isola, si nota come i richiedenti asilo siano, non siano percepiti come risorse umane, come presenze utili alla vita attiva e di come questo si trasformi in una doppia assenza. Proprio come scriveva Abdelmalek Sayad, allievo di Pierre Bourdieu, nel suo saggio Doppia Assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, essi sono geograficamente lontani dalla loro realtà di origine e non possono fare affidamento sulla propria rete o capitale sociali; al contempo sono anche assenti, anche se fisicamente presenti, dalla nuova realtà in cui vengono accolti. I richiedenti asilo sono infatti collocati in strutture poste a margine delle città, lungo i confini dei Paesi, in aree che spesso appartengono a, o che sono gestite da, autorità statali o militari.

In pratica, si può dire che i migranti a Leros si vedono e si sentono ma non ci sono. Non ci sono perché non possono lavorare, non possono inserirsi nella quotidianità dell’isola, salvo recarsi in città per fare qualche commissione nei negozi o nei supermercati, o andare all’ospedale. Questo fatto è ancora più evidente se da Lakki, la cittadina dell’isola dove si trovano l’hotspot e le strutture ad esso associate, ci si sposta verso Aghia Marina, Panteli o altre  località turistiche e non, dove ci sono poche, o quasi nessuna, tracce dei richiedenti asilo.

Proseguendo nell’analisi delle dinamiche della migrazione di Sayad, si può fare anche un’altra considerazione. Il sociologo franco-algerino evidenzia come alla condizione di emigrato-immigrato sia spesso associata una colpa: da un lato, la colpa che egli definisce “storica” e che riguarda il fatto di essere fuggito, di aver abbandonato la propria realtà, una colpa reale o percepita in relazione alla distanza dalla propria precedente quotidianità. Dall’altro lato, c’è la colpa definita comportamentalecorrelata allo stigma sociale diffuso che unisce immigrazione e delinquenza, devianza o criminalità. Di nuovo, una colpa reale o percepita che nasce nel contesto di arrivo, generalmente a causa di pregiudizi. Nel caso dell’hotspot di Leros, se è impossibile accertare l’esistenza di una colpa storica, la conformazione del campo, protetto da filo spinato e reti, così come il controllo costante ad opera di telecamere, poliziotti o militari, porta a riflettere invece su quella comportamentale.

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The Hub è la struttura di seconda accoglienza organizzata e gestita dall’ong ECHO 100+ a Leros. The Hub è principalmente una scuola inglese, greco, tedesco e francese, ma offre inoltre lezioni di informatica, coding, disegno, arti plastiche e organizza attività sportive e momenti di dibattito. (Foto di Barbara Palla)

Gli hotspot sono stati pensati dalle istituzioni europee nel duplice intento di identificare gli arrivanti e di inserirli nel sistema di accoglienza dei paesi di frontiera in cui arrivano (princiapalmente Italia e Grecia). L’accoglienza si basa però sulle logiche dell’aiuto umanitario, i cui effetti possono riflettersi in modo non solo positivo sulle persone che lo ricevono.

A tale proposito l’antropologa Barbara Harrell-Bond scrive nel suo saggio L’esperienza dei rifugiati in quanto beneficiari di aiuto per l'”Annuario di Antropologia” (collana diretta da Ugo Fabietti e edita da Meltemi Editori, 2005):

“È necessario trovare un delicato equilibrio. L’aiuto dovrebbe essere distribuito equamente su base individuale e l’assistenza non dovrebbe essere così generosa da far apparire i rifugiati più ricchi dei loro ospiti. […] Se vi è un’eccessiva assistenza i rifugiati rifiuteranno di lavorare per sé stessi; se ve ne sarà troppo poca troppi periranno.

La questione posta dalle organizzazioni umanitarie la seguente: quanto aiuto, che tipo di aiuto, dove, a chi e quando? Ciò che non è mai stato messo in discussione è chi dovrebbe essere responsabile di queste decisioni. [] A questa domanda non viene mai data una risposta precisa e il risultato è un’assegnazione sbagliata di scarse risorse e un uso errato dell’assistenza.”

Inoltre, la logica dell’aiuto, e soprattutto quella dell’aiuto umanitario, porta con sé il rischio intrinseco di favorire una rappresentazione parziale del migrante, del richiedente asilo, o del rifugiato. La subalternità nella relazione di aiuto rafforza l’immagine stereotipata di una persona povera, debole, indifesa e/o incapace di affrontare la nuova realtà e porta ad avere verso di loro atteggiamenti oltremodo empatici.

Alla luce del fatto che il fenomeno migratorio non è un’emergenza, o meglio, non è più un’emergenza dato che le rotte, gli stratagemmi, le dinamiche della migrazione che hanno colto di sorpresa l’Europa nel 2013, oggi sono ben noti e ancor di più, sono prevedibili, sarebbe interessante poter pensare a modalità di aiuto differenti che possano permettere ai richiedenti asilo di impiegare le proprie conoscenze, abilità e le capacità variamente acquisite durante la loro vita personale e lavorativa, per sostenersi e al contempo portare un contributo attivo nelle società di destinazione in cui sono, o saranno, inseriti.

Come dimostra la Harell-Bond, difficilmente i sistemi di aiuto prendono in considerazione o fanno affidamento sulle competenze delle persone in arrivo o sulle loro capacità pratiche siano esse manuali, intellettuali, linguistiche o artistiche. Tutte queste conoscenze vengono in qualche modo sprecate durante la lunga attesa vissuta negli hotspot. Al contrario il  know how delle persone in arrivo potrebbe essere re-impiegato nelle società di destinazione, sopperendo forse alle mancanze che si creano nel mercato del lavoro. Proprio su questo argomento l’UNHCR (l’Altro Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) ha di recente pubblicato un articolo in cui riporta come siano gli stessi rifugiati a voler essere considerati delle risorse, come si può leggere in  “We are part of a solution” say young refugees” del 10 maggio 2018.

Anche il settimanale britannico The Economist ha condiviso un video su YouTube,The Rise of the Refugee Startup”, lo scorso 3 aprile 2018, nel quale si mette in luce il potenziale creativo e produttivo dei rifugiati raccontando come nel campo di Za’atari (al confine tra Siria e Giordania) sono nate numerose piccole start-up grazie all’ingegno dei residenti.

Vivere a Leros, a contatto quotidiano con i richiedenti asilo e con la loro creatività, quella per esempio dei due registi impegnati nella realizzazione di un film e del pittore alle prese con una mostra delle sue opere a New York (alla quale non avrebbe potuto prendere parte di persona), con la loro voglia di imparare, come il ragazzo del Malì dedito alla creazione del suo sito web e le giovani donne insieme a uomini anziani impegnati nell’imparare l’inglese e il tedesco, mi ha fatto capire quanto l’esperienza migratoria sia frutto di una comprensibile volontà di mettersi in gioco e andare avanti a qualsiasi costo.

Tutto un capitale umano ignorato, sprecato nell’assenza e nell’attesa.

 

 Barbara Palla

Per approfondire l’argomento è possibile leggere:

L’Agenda Europea sulla Migrazione del 2015, disponibile in italiano, qui.

Lo scorso numero della rivista Antropologia Pubblica: “Richiedenti asilo e sapere antropologico”, Antropologia Pubblica, vol.3, n°1, 2017, disponibile qui.

Il volume della rivista Antropologia diretta da Ugo Fabietti edita da Meltemi Editore: “Rifugiati”,  Antropologia, n°5, 2005, disponibile qui.

Il saggio di Abdelmalek Sayad Doppia Assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato , Raffaello Cortina Editore, 2002.

Ringrazio  ECHO100+, di cui è possibile visitare il sito qui, per avermi accolto tra i volontari e avermi permesso di compiere un’esperienza tanto bella quanto intensa.

In fotografia: un negozio di biciclette nel campo di Za’atari al confine tra Giordania e Siria.

Barbara Palla

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