Pubblicato il 14 Novembre 2018

Frammentazione e crisi in Nord Africa e Medio Oriente: quali strumenti per un ritorno alla stabilità?

di Barbara Palla

Dal 2011, i repentini cambi di governo, le rivolte popolari e le ingerenze esterne hanno creato una forte instabilità politica, economica e sociale nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. In questa instabilità, la legittimità degli Stati centrali è stata rimessa in discussione da nuove forze politiche. Nell’analizzare i casi della Libia, della Tunisia, della Siria e dell’Iraq, il Rapporto dell’ISPI The Arc of Crisis in the MENA Region, Fragmentation, Decentralization and Islamist Opposition a cura di Karim Mezran e Arturo Varvelli, si propone di riflettere sulla decentralizzazione del potere dall’apparato centrale alle nuove forze politiche come strumento per favorire una maggiore stabilità nella regione.

La frammentazione del potere e della legittimità degli Stati centrali avvenuta in seguito alle Primavere arabe e alle rivolte armate, ha favorito la nascita o il riemergere di attori non-statali come ad esempio nuovi partiti politico-religiosi, nuovi gruppi armati o nuovi gruppi di opposizione. Nelle diverse situazioni locali, questi ultimi hanno sfruttato le fragili relazioni tra Stato e società civile per garantirsi il controllo di risorse strategiche, della forza armata e del territorio, sottraendolo all’apparato centrale. Gli attori non-statali si sono così diventati interlocutori inevitabili tanto sul piano interno che a livello internazionale.

Il caso più evidente di questo procedimento di decentralizzazione del potere, come spiegano Merzan e Varvelli, è quello della Libia. Nel paese infatti, da quando è crollato il regime costruito da Gheddafi, non c’è stato più un apparato centrale capace di controllare la totalità del territorio nazionale, ma una moltitudine di autorità che competono per affermare la propria legittimità ed espandere il proprio potere. Tale decentralizzazione non è stata guidata da un interesse nazionale e di conseguenza alcune fazioni hanno acquisito maggiore potere a discapito di altre. Tuttavia, come si può leggere nelle analisi del Rapporto, è possibile che inquadrando questo processo in una cornice istituzionale più strutturata, ridistribuendo potere e controllo, si possa favorire un ritorno alla stabilità.

Questo suggerimento nasce anche dall’analisi di altri due esempi: la Tunisia e l’Iraq. In entrambi i paesi, infatti, dopo il crollo del potere centrale si è creata una situazione di grande frammentazione. La progressiva istituzionalizzazione della decentralizzazione, avvenuta non senza difficoltà, è stata però una delle risorse principali per ridurre il grado di instabilità.

In Tunisia, la nuova Costituzione approvata nel 2014 ha dato molta importanza al riconoscimento alle autorità locali legittime. Infatti, nel 2018 si sono tenute per la prima volta dopo la fine del governo di Ben Alì, vere elezioni multipartitiche. Anche in Iraq, il nuovo apparato costituzionale, nato nel 2011, garantisce alle proprie minoranze o autorità legittime di ottenere maggiori autonomie. Infatti, oggi il nord del paese a maggioranza curda è governato, anche se con qualche complessità, da un’autorità con poteri autonomi.

Mezran e Varvelli sottolineano però che la decentralizzazione non deve essere intesa come strumento da imporre dall’alto in ogni situazione. In Siria, ad esempio, le forze nate nella società civile e nell’opposizione politica (che tuttora si contestano l’autorità e la legittimità dello Stato centrale ancora in mano allo stesso apparato del periodo pre-2011) pongono una grande importanza nella definizione della propria identità etnica, tribale o religiosa a discapito di quella nazionale. In un contesto del genere è infatti difficile che si possa attuare un efficace processo di decentralizzazione del potere.

Nel fornire dunque un quadro ampio e dettagliato dell’attuale situazione e delle attuali complessità in Medio Oriente e Nord Africa, il Rapporto propone di superare l’idea dello Stato centrale come unico protagonista legittimo nel processo di stabilizzazione. Il suggerimento principale è quindi l’invito a pensare a nuovi modelli che tengano conto non della situazione  molto frammentata, ma anche dei diversi interlocutori e di tutte quelle complessità presenti sul campo, in modo da favorire concretamente il ritorno al dialogo, alla stabilità e in qualche modo anche alla pace.

Barbara Palla

Karim Merzan e Arturo Varvelli (a cura di), The Arc of Crisis in the MENA Region, Fragmentation, Decentralization and Islamist  Opposition, Rapporto ISPI, Ledi Publishing, Milano, 2018.

In fotografia: 9/11 and the Middle East del vignettista giordano Mahmoud Al Rifai, 2018.

By |2018-11-27T14:25:37+00:0014 Novembre 2018|Cultura, Teoria|