Né lungo, né breve, il Novecento si può criticamente definire il secolo colpevole. A ben guardare oggi questi ultimi trent’anni, cosa è rimasto del secolo concluso se non il sangue versato e il dolore delle vittime? Perché quotidianamente ci relazioniamo con frustrazione e ansia, incompletezza, rabbia e violenza? La risposta secondo Daniele Giglioli, professore di Letterature Comparate all’Università di Bergamo, come spiega nel suo saggio Critica della Vittima. Un esperimento con l’etica (Edizioni Nottetempo, 2014), risiederebbe proprio nel ruolo centrale della vittima, eroe del nostro tempo.

Quando non riusciamo ad interpretare compiutamente i grandi fenomeni sociali che abbiamo davanti, occorre guardare nelle individualità che li plasmano: nell’uomo, in noi. Così, la condizione della vittima origina innanzitutto da un cortocircuito relativo all’uso della memoria. È questa l’epoca delle giornate in onore del ricordo: della Shoah, delle Foibe, delle vittime di mafia, del terrorismo interno e internazionale. Giornate che girano intorno ad un valore, a ognuno il suo, ma che si limitano a ricordare senza elevarsi a moniti affinché quel fatto non si ripeta. Valori che, invece, generano solidarietà solo verso altre vittime.

“Non chi non ricorda, ma chi non capisce il passato è condannato a ripeterlo. Passaggio illecito di testimone, che onora chi non può parlare occupando il suo silenzio con la grancassa delle retoriche commemorative. La memoria serve sempre ai vivi, il suo tempo vero è il presente; ma che pensare di un presente che addita valori soltanto tramite lutti? Conferendo loro, per di più, un significato salvifico: se oggi siamo qui è grazie a voi.”

“Sotto le spoglie di una morale universale, a basso costo e alta spendibilità perché non problematica, il credo umanitario è piuttosto una tecnica. In apparenza fraterno, il credo umanitario è un sentire sovrano che rende suddito tutto ciò che tocca”.

Il “dispositivo vittimario” che si instaura diventa in questo modo strumento di sovranità e di mera competizione tra vittime: chi lo usa meglio ha più potere nella disputa pubblica. Con un passato che diventa aneddoto e leggenda fondativa, la vittima manca di comportamenti etici e atti politici adeguati al presente. Il vuoto viene riempito dall’istinto di primeggiare, in questa sorta di “aristocrazia del dolore, meritocrazia della sfortuna”. La vittima di oggi pretende un riconoscimento ereditario per i dolori degli avi, che loro mai forse avrebbero richiesto, e impunità per discendenza, innocenza di diritto.

Per placare questa incompletezza, alla vittima viene in aiuto “il farmaco dell’identità”: si è qualcuno, qui e ora. L’identità appare come inalienabile e indivisa. Indiscussa come un diritto naturale, ma è talvolta assegnata dall’esterno, dai fatti del tempo, dalle fluttuazioni del mercato o dai calcoli di un algoritmo: non libera. Si origina, dunque, una mitologia, una storia semplice e ripetitiva da raccontare, totalizzante, funzionante in tutti gli ambiti.

Chi così agisce si sottrae invece alle responsabilità del presente, alle sfide più ambiziose come alla fatica che precede un successo realmente guadagnato. Riuscire a mediare tra individualità, scontrarsi con situazioni ostili sono necessarie fasi per imparare a cambiare, migliorare. Non senza motivo, infatti, l’autore lascia l’epilogo aperto: con il senno di ciò, si può intraprendere un percorso diverso, che non origini dalla voglia di potere né offra giustificazioni ad essa, capace di immaginare il futuro?

Davide Ficarola

Davide Ficarola è laureato in Scienze Politiche e Strategie della Comunicazione Pubblica presso l’Università degli Studi di Firenze e attualmente lavora come giornalista. 

Daniele Giglioli, Critica della vittima. un esperimento con l’etica,  Edizioni Nottetempo, 2014.

In fotografia: La Soglia Magica at Milano Malpensa Aiport, FuoriSalone, Bernardo Ricci Arrmani, Milano, 2015