Nel 1960, il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer dà alle stampe Verità e metodo, saggio filosofico in cui affronta il problema dell’esegesi della realtà formulando la questione interpretativa del dato fenomenico – da un punto di vista esistenziale, etico e socio-politico – in termini di «pre-giudizio» e «pre-comprensione», intesi come momento essenziale per una compiuta e dialogica interpretazione della vita umana.

Sulla scorta di queste argomentazioni, il filosofo teorizza un processo di analisi empirica definito «circolo ermeneutico» nel quale, secondo la definizione suggerita, ogni essere umano, per necessità chiamato a interpretare quanto lo circonda, si rapporta all’esistenza attraverso i propri pre-giudizi e le proprie pre-comprensioni formulando così un giudizio che «di per sé, viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo di tutti gli elementi obiettivamente rilevanti» (ivi, p. 561). L’ipotesi di Gadamer è, in buona sostanza, l’affermazione di un processo graduale di appropriazione del mondo che non può prescindere dalle proprie esperienze culturali e, di pari passo, dalle scelte pratiche (nel senso gramsciano del termine) messe in campo da ogni individuo.

Ora, pare fuori da ogni dubbio l’arbitrarietà interpretativa che caratterizza l’essere al mondo (inteso come da sein heideggeriano) dell’essere umano. Ogni interpretazione, con buona pace di chi teorizza una qualche specie di obiettività analitica, è in definitiva un tentativo volto a dare compiutezza a un particolare segmento dell’esistenza che, di per sé, si sviluppa in un determinato periodo storico e per necessarie dinamiche socio-culturali. Sotto questo punto di vista, anche l’individuo si ritrova quale segmento interpretativo di una Storia che lo esamina e lo interpreta secondo le sue leggi e le sue ragioni (potremmo dire, ancora utilizzando Gadamer, secondo i suoi «pre-giudizi»): ne consegue un rapporto stretto tra interpretante e interpretato che non può risolversi se non al di là della contraddizione di un processo – quello esegetico – di per sé parziale e fazioso; di un processo che, ed è questo il nocciolo della questione, si può dire compiuto solo nella misura in cui si riconosce frammentato e dipendente dalle conoscenze e dalle finalità particolari che lo muovono.

Nella realtà odierna un simile approccio interpretativo rappresenta, oltre che un nuovo modo di pensare alla nostra vita e al nostro posto nel mondo, soprattutto un necessario bagno di umiltà: l’uomo onnipotente della tecnica e del denaro, quello che pare avere tutte le risposte, potrebbe finalmente capire che il machismo a tutti i costi non solo è erroneo da un punto di vista etico, ma soprattutto è insostenibile da un punto di vista filosofico. La relativizzazione del circolo ermeneutico ci insegna, in altri termini, che l’essere umano non è perfetto, che la sua comprensione della realtà non è totale, e che è giusto così: una relativizzazione non intesa come superficiale aggiramento dei valori e delle conoscenze, ma come ripensamento critico di sé e del proprio posto nella società e nella Storia.

Nell’anno della pandemia e nel tempo della resa dei conti l’uscita di un testo come Io sono Medea  di Claudia Mazzilli, Nulla die Edizioni, Piazza Armerina 2021 non poteva che essere necessaria, con una riscrittura del mito di Medea che è iconoclasta anche rispetto alle rivisitazioni più audaci della vicenda della maga infanticida. La storia della letteratura insegna che ogni voce ha il proprio tempo, una porzione cronotopica che le appartiene congenitamente dalla quale potersi irradiare suggerendo una nuova visione delle cose e un nuovo modo di pensarsi all’interno di una cornice spazio-temporale dinamica e in costante mutamento.

Il romanzo, uno di quelli che richiama a gran voce il lettore, è nella sua incisività una costrizione al pensiero e alla riflessione etica. Un’etica che, è bene sottolinearlo, abbraccia in sé stessa tanto la sfera individuale, quanto quella collettiva. Non a caso, la struttura teatrale dell’opera (che si richiama alla grande tragedia greca e che, al contempo, richiama l’attenzione del lettore in un’ottica di compartecipazione agli eventi narrati) bene si presta a questa duplice analisi inserendo l’individuo in un ampio tessuto socio-culturale mentre, allo stesso tempo, il tessuto sociale riflette le scelte compiute da ogni singola individualità. In questo senso, il recupero della tragedia greca non si limita a essere semplicemente una ‘riscrittura’ in chiave attuale di un’opera classica; al contrario, esso si rivela quale scrittura consapevole del presente volta a scardinare le dinamiche interne di una società profondamente anestetizzata.

A ben vedere, dunque, il processo esegetico portato avanti da Mazzilli riflette, nelle sue coordinate estetiche, strutturali, lessicali e ideologiche il tentativo (a tratti disperato) di recuperare quei valori umanistici utili a una ri-comprensione della realtà. Medea, nel suo essere fermamente donna dei suoi tempi – che sono, poi, i nostri –, nella sua scelta di essere madre senza mai generare, nei suoi rapporti con le figure del potere che sono sempre declinazioni al maschile di una potenza maschile, mette in dubbio non solo sé stessa, non solo il mondo che la circonda, ma soprattutto quei tratti egemonici di prevaricazione e sudditanza che la forza neo-liberista sta continuando a travasare dal mercato agli affetti, dal capitale alla formazione e all’educazione delle nuove generazioni: la critica è pertanto volta a una certa reiterazione culturale che, lungi dall’affiancarsi alle nuove necessità etico-comportamentali che i tempi richiedono, cerca di mantenere il controllo sulle nuove dinamiche sociali attraverso la negazione e la differenziazione non più su una base razziale, ma su quella economica. La rabbia di questa nuova Medea si risolve in un atteggiamento taciturno o in un silenzio condizionato, accettando, a scapito della stabilità piccolo-borghese, di aprirsi non al grido irrazionale e forsennato delle baccanti, ma all’azione lucida e nitida che, consapevole delle parzialità dell’esistenza, non rinuncia alla speranza di riguadagnare una realtà più umana.

Questo meccanismo di riappropriazione, vera chiave di volta del romanzo, non può prescindere da un utilizzo critico e problematico del mito. Quando si parla di mito si sa, in linea generale, a cosa ci si riferisce: nei substrati antropologici delle civiltà, il mito è la risposta razionalizzatrice alle contraddizioni dei tempi e delle scelte politiche. Così, nella cultura netta e definitiva dei Greci, il mito ha risposto alla necessità di fondare tale cultura su basi eterne e immutabili. Non sarebbe, dunque, un errore affermare la solidità del mito all’interno dei processi conoscitivi umani delle realtà che, via via, si sono susseguite nel corso degli anni e dei secoli. Similmente, il romanzo Io sono Medea struttura la propria carica esegetica sulla forza di un mito recuperato non in chiave fondatrice – come nel caso del mito classico –, ma destrutturante, un mito che piegato dalle contraddizioni del XXI secolo trae la propria ragion d’essere nella comunicazione di una realtà che rifiuta ogni processo razionalizzante.

Medea, in altri termini, ci mostra qui l’enorme contraddizione di una società che, basando le proprie verità – ovvero, le proprie interpretazioni – sugli assiomi tecnocratici della scienza e dello sviluppo, rifiuta ogni altro approccio analitico circoscrivendosi all’interno di una presunta obiettività e confondendo quest’ultima con la verità. «Quid est veritas?» domanda Pilato a Cristo – una domanda che, al di là dell’impianto cristologico di riferimento, non prevede alcuna risposta definitiva, lasciando nella sensibilità occidentale un vuoto che è il luogo privilegiato di ricerca e di azione di Mazzilli e della sua Medea:

Ah, donne corinzie, donne ateniesi, donne di Paralia, donne greche tutte. Lo so quanto vi faceva male vedermi così libera dai vostri fardelli e investigare, per la nazione umana tutta, le altre possibilità. Ed io ero l’unica a poterlo fare perché barbara. Io ero e sono ostaggio, ma resto libera. Vedevate in me, uomini e donne, il pericolo di un’alternativa: la vita senza i vostri pesi. Obblighi verso la prole che si portano dietro tutti gli altri doveri, l’obbedienza alle leggi religiose economiche e politiche a garanzia della sopravvivenza della vostra stirpe di dominatori giunta alla fine di ogni decadenza. Io sono la bestemmia vivente. (p. 66)

La ricerca spasmodica della donna diventa, così, ricerca assoluta di un’intera generazione di sconfitti, di umiliati e di offesi: vittime sacrificate su un altare depredato da qualsivoglia attributo divino; un sacrificio a cui non seguirà nessuna ierofania poiché la realtà ha sottratto al mito – e alla sua forza immaginifica, alla sua capacità raziocinante di dare significato alle cose del mondo – la possibilità di incidere sull’azione pratica dell’individuo. Con la carica descrittiva del genere romanzesco, Medea rimprovera alla società del suo tempo quella sopraffazione culturale – di una cultura egemonica e alienante – già oggetto di analisi del Gramsci maturo innestando, a specchio, la critica alla vuotezza poetica lamentata dal Pasolini ‘arrabbiato’ degli Scritti Corsari. In quest’ottica il processo esegetico che, dal romanzo, investe la realtà tanto dell’autrice, quanto del lettore, si sviluppa nei termini precedentemente indicati di pre-comprensione e pre-giudizio, sancendo un indissolubile rapporto dialogico tra le diverse componenti della narrazione che si lascia comprendere dal lettore sulla base delle conoscenze di quest’ultimo e delle sue prospettive d’azione: la critica di impianto sociologico permette, così, di rilevare quel substrato ideologico che fa di Io sono Medea un esempio di romanzo metaletterario, di scrittura che non si limita a denunciare ma che vuole com-partecipare alla creazione di un nuovo tessuto socio-culturale. Questa azione pratica è possibile attraverso il recupero del substrato mitico che, dalla tragedia classica, viene riconquistato alla luce delle frammentazioni post-contemporanee; un meccanismo circolare che offre al lettore una nuova spinta analitica e un nuovo modo di guardare al presente senza l’obbligo di liberarlo dalle sue contraddizioni.

Filippo Casanova

Immagine: Medea di Anselm Feuerbach, olio du tela, 1870, pubblico dominio.


Filippo Casanova si è laureato in Filologia Moderna presso l’Università di Bari il 17 Marzo 2021 dopo aver discusso una tesi sperimentale in Sociologia della Letteratura (rel. prof. Daniele Maria Pegorari; corr. prof. Pietro Sisto) dal titolo: Radice della parola e tensione metafisica nell’opera di Matteo Bonsante, valutazione 110/110 e lode.

Testi e Studi:

Mazzilli C., Io sono Medea, Nulla die Edizioni, Piazza Armerina 2021

 

Dei F., Cultura popolare in Italia. Da Gramsci all’Unesco, Il Mulino, Bologna 2018.

Gadamer H. G., Verità e metodo, a c. di G. Vattimo, Fabbri, Milano 1972.

Gramsci A., Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Editori Riuniti, Roma 1977.

Pasolini P.P., Scritti corsari, Garzanti, Milano 2015.