Ho sempre pensato che i viaggiatori, i giornalisti di viaggio, gli inviati, i grandi reporter, spesso al seguito di missioni esplorative che documentavano e raccontavano usi e costumi di popolazioni incontrate fossero delle sorte di precursori di etnografi ed antropologi.

Albert Londres (1884-1932), il primo e forse il più famoso grand reporter, pilastro del giornalismo di viaggio francese, morto nel golfo di Aden per un incendio sul paquebot che lo riportava a casa dopo anni di Oriente e a cui è intitolato il prestigiosissimo premio giornalistico Prix Albert Londres, viveva a Tokyo nel 1922.

Londres che da bambino voleva fare il poeta, racconta il Giappone e i giapponesi con la grazia leggera della meraviglia nel libro In Giappone. Cronaca di un cambiamento (ObarraO, 2019). Londres ammira, descrive e compara ciò che osserva con quello che conosce, cerca i dettagli ed i particolari delle vite quotidiane, racconta la luce, le sensazioni di strada, cerca i sentimenti e dipinge il tutto con parole fresche, allegre e piene di grazia. Persone, usi, costumi e modi di essere prendono forma per chiunque non sia li con lui.

Per prima cosa, nel Giappone di Albert Londres, i giapponesi non avevano mai sentito parlare della Francia. Riporta così con meravigliosa ironia il giornalista francese che:

“Quando d’estate gli indigeni di Parigi vanno in campagna, la campagna, vedendoli passare, dice: «Sono i parigini!». Allo stesso modo, all’estero ero abituato a sentirmi chiamare con il mio nome; dicevano: è il francese. Improvvisamente non ero più nulla. «Francese!» spiegavo con il tono di chi nomina se stesso per farsi riconoscere. Era come se mi fossi messo a gridare: «Sono l’inviato straordinario del pianeta Marte da cui, primo tra tutti i marziani, scendo proprio ora con le mie due valigie». Quel popolo non aveva mai sentito parlare della Francia. Ero il cittadino di un paese onorario!

Un orizzonte nuovo si dischiuse ai miei occhi. Il velo della mia ignoranza si squarciò. Infine, vedevo chiaramente. Fino a quel momento mi ero creduto di una nazionalità indiscutibile. No! Ero il fuoriuscito di una contrada oscura, lo sconosciuto di sangue e di pelle, portatore di malefici. I miei gesti non potevano avere altro movente all’infuori della brutalità. Se in mezzo alla folla mi concedo un timido movimento, se estraggo una sigaretta dalla tasca, le mie piccole impaurite vicine dalle chele di aragosta (indossano calzini a due scomparti, uno per l’alluce, l’altro per le restanti quattro dita) si mettono immediatamente al riparo. Perché, signori miei, mi avete fin qui ingannato sulla mia razza? Ero il senegalese.

Avreste mai supposto che il tuonare fatto dalla Francia con i suoi cannoni tra il 1914 e il 1918 non fosse stato udito da uno dei suoi alleati? Non parlo del Giappone di facciata, ma del suo popolo, non dei suoi uomini che sanno – e sanno bene –, ma dei suoi cinquantacinque milioni di sudditi. Che cos’è la Francia? Un animale? Una pianta? Suvvia! viene detto loro, è un paese. Ed essi, con molta educazione, si dichiarano lieti di apprenderlo.
«Insomma! Non avete sentito dire che abbiamo sconfitto la Germania?»
«Ah!» esclamano con lo stesso tono appassionato che avreste voi se qualcuno ci tenesse a informarvi che l’ultima stella della coda dell’Orsa Maggiore ha appena strapazzato la Stella polare.
Qui, che voi siate montenegrini, croati, cechi, estoni, lapponi, danesi, cretesi, spagnoli o francesi, siete americani. Se dite che non è così, allora diventate tutti indistintamente della stessa nazionalità: la nazionalità X; siete di Achira! Di laggiù!”

Preso atto che i giapponesi non conoscono per niente gli europei, Londres passa alla descrizione di un paese per gli europei che non lo conoscono molto di più:

“Che cos’è questo popolo? È un popolo felice che non aspetta la felicità da qualcun altro, poiché la possiede. Ha una sua propria civiltà che, in rapporto a lui, ai suoi bisogni, ai suoi gusti, alle sue predilezioni, è quella che gli si addice e che preferisce. Non ne invidia altre, dal momento che la sua crea contemporaneamente il benessere della persona, della famiglia, del paese. In merito al fatto se essa sia inferiore o superiore, ci si potrà pronunciare solo il giorno in cui verrà dimostrato che il signore che passa su una lussuosa quaranta cavalli si sente in quel preciso istante più appagato del pedone sul marciapiede.

Abita dimore puerili e deliziose, senza chiavi, senza mobili; i mobili si tirano fuori all’occorrenza: cuscini, tavolini; il ricco e il povero hanno la stessa casa, con pareti scorrevoli in legno leggero e carta, su cui, la sera, alla luce, il profilo degli inquilini si staglia a mo’ di ombre giapponesi. Per sapere ciò che accade all’interno basterebbe che un dito dispettoso forasse quell’involucro, ma chi sarebbe tanto maleducato da farlo? Così le più fragili abitazioni del mondo rimangono le più misteriose.

Si dice che il giapponese non sappia riscaldarsi. Ahimè! è vero, ma perché non gli piace. D’inverno, quando sta accovacciato davanti al suo hibachi (una cassa di cenere con tre piccoli carboni di legna al centro), lascia la porta spalancata a tutti i venti. Adora l’aria, soprattutto le correnti d’aria. D’estate è buona creanza complimentarsi con il proprio ospite per le correnti che circolano in casa sua.

Quando lui entra in una dimora, si toglie le scarpe; noi ci togliamo il cappello. È solo una questione di estremità. Capita talvolta che le calze siano bucate, ma non ci sono forse uomini che non hanno più capelli? È l’equivalente. Il giapponese si siede per terra, sulle proprie tibie, io preferisco appoggiarmi su quella parte del corpo che il buon Dio mi ha dato espressamente, credo, per questo. È una considerazione.

In strada lui si veste con il kimono; noi preferiamo indossarlo in casa. È solo una questione di luogo. Quanto ai colletti, francamente non li apprezza, ma nemmeno il re di Spagna. A ogni angolo della strada ci sono dei bagni dove, per la somma di sei centesimi (prezzo da carovita), lui si reca ogni sera, con devozione: noi preferiamo i “bistrot”. A ciascuno il suo dio. Il giapponese mangia il pesce crudo, ma io conosco alcune affascinanti parigine che farebbero follie per una bistecca di cavallo ugualmente cruda. Noi adoperiamo le forchette, lui pensa che le bacchette siano più igieniche poiché le si utilizza una volta sola. È vero che gli viene servita la zuppa in ciotole di lacca usate da tutti ma, in ogni caso, quella è l’unica eccezione. Cammina su panchette che chiama geta, in questo modo non si sporca le calze. In certi giorni, saremmo ben lieti di fare lo stesso per attraversare la piazza dell’Opéra.

Ora, se voi credete che il giapponese renda gli onori a quella che noi chiamiamo la civiltà europea, vi sbagliate di grosso.

Nell’arena politica, dove le olimpiadi sono perenni, osserviamo un corridore che ha appena preso il via. È partito alla grande. I suoi muscoli sono agili, il suo sguardo ardente. È nel vivo della competizione. Sulla sua maglietta, al posto dei colori, c’è il sole. Si chiama Giappone.”

Per una sorprendente veduta dell’antico Giappone nel quale molti di noi non possono andare,  e nemmeno al seguito delle delegazioni olimpiche, il libro, il buon vecchio surrogato del viaggio, ci accompagna nel sogno di una dimensione diversa, nella quale geishe, samurai, genro e imperatori fanno parte di un mondo antico, sereno e pacifico. In Giappone è da leggere per immaginare la storia dell’atmosfera delle gare in corso nel paese del Sol Levante.

Melissa Pignatelli

Albert Londres In Giappone. Cronaca di un cambiamento (ObarraO, 2019)