A quasi vent’anni dalla prima edizione di Mente Locale (Eleuthèra, 2021) il testo di Franco La Cecla continua ad essere un testo più che mai attuale. Le motivazioni di questa attualità sono da riscontrare nell’osservazione di alcuni aspetti peculiari del mondo di oggi. Inizialmente bisogna dare uno sguardo al rapporto che l’uomo ha con il suo spazio, inteso come la vera realtà che ha davanti ai suoi occhi, dalla casa abitata, allo spazio urbanizzato in cui si muove, cercando di scorgere questa connessione “individuo-spazio circostante” attraverso uno sguardo “globalizzante”. Siamo nell’epoca in cui termini come “glocale” o “glocalismo”, sintetizzando categorie identitarie come “locale” e “globale”, sviluppati e teorizzati da studiosi come Roland Robertson o Zygmunt Bauman, rientrano sempre più nel vocabolario quotidiano dell’individuo.

Termini che oltre ad avere un significato specifico, esprimono segnali identificativi di una realtà in cui l’uomo, in rapporto con il mondo, oltre che non potere facilmente risiedere stabilmente in un luogo preciso, ritrovandosi perennemente in quella dimensione psicologica che Ernesto De Martino definisce “angoscia territoriale”, si ritrova a doversi confrontare con ambienti internazionali.

La Cecla richiama in causa il concetto di angoscia territoriale per evidenziare come, in conseguenza del fatto che l’individuo medio di oggi, per la complessità di esperienze – lavorative o di studio – per cui potrebbe essere chiamato a risiedere al di fuori del proprio habitat culturale e sociale, tende più facilmente a trovarsi in condizioni in cui si deve ambientare a un contesto diverso dal suo, un processo particolarmente lento e faticoso, ma che deve comunque mettere in atto. Un processo che in ogni caso riguarda la nostra realtà e che, come in La Cecla, anche in autori come Arjun Appadurai,