Cultura, Curiosità
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La tempesta il naufragio e la purificazione

Il male c’è, esiste. Prova ne è la congiura contro Prospero a Milano messo su una zattera e buttato in mare, un mare tempestoso, insieme con la figlia – destinati a morte sicura. Ma – ecco il miracolo della lingua shakespeariana – se il mare minaccia, ci viene detto, il mare è anche pietoso: “Though the seas threaten, they are merciful”. E in effetti in questo dramma, perfino i venti “soffiano pietà”, gli elementi sono pietosi e le tempeste non sono vere tempeste; di fatto qui nessun annega, nessuno muore; semmai tutto diventa “richer and stranger”, sempre più ricco e sempre più strano.

Semmai, cioè, le cose subiscono una mutazione – “a sea-change” – che è in sé una specie di purga-purificazione – non una catarsi tragica – ma una specie nuova di release emotivo, di rilassamento emotivo – un rilascio d’emozione, che è anche un rinnovamento mentale, una pulizia spirituale, la potremmo chiamare. Ma grazie a che cosa? Grazie all’immersione nell’acqua, a una specie di annegamento battesimale. Ecco il senso del naufragio: è un battesimo. La tempesta è simbolica; come il battesimo, è una prova grazie alla quale chi l’ attraversa, ne esce purificato, sì che assistiamo a una specie di una specie di trasformazione. Il mare purificatore penetra e cambia, trasforma, muta… “Those are pearls that were his eyes”, canta Ariel. Giù in fondo al mare le ossa tramutano in corallo, gli occhi in perle.

Nel finale di questo dramma è attiva una differente logica; una logica simbolica, una logica passionale, non aritmetica; una logica che non ha niente a che vedere con quel conto dei peccati e degli errori, quella contabilità puritana – quella mentalità così “precisa” – tanto che quell’aggettivo, ‘precise’, era diventato ai tempi sinonimo di ‘puritano’. Anzi, direi, che nella Tempesta i conti non tornano mai. Finiti i giochi, non ci sono né vinti né vincitori – o meglio, ci sono, ma anche no. Perché la verità è che non tutti i misteri della metamorfosi e del mutamento si espongono tutti alla luce della ragione, non tutti si dispiegano interamente alla luce di una spiegazione razionale; restano le pieghe, tante pieghe. L’universo sta diventando davvero ‘barocco’– plissé. Pieghe che sono essenziali all’atmosfera dell’isola e al mistero che si celebra in quei meravigliosi versi di Ariel – inspiegabili davvero; solo ripetibili come un mantra. Una preghiera. Una poesia. Un canto. E difatti Ariel li canta, con Ferdinand che lo segue: “Full fathom five thy father lies/Of his bones are coral made/ Those are pearls that were his eyes/Nothing of him that doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange” (1,2,397).

Alla fine è questa canzone che soprattutto ricordiamo; non solo noi, ma la nostra tradizione. Non a caso, Eliot riprenderà quel motivo: sono occhi quelle che prima erano perle – in cui si fissa che cosa? Se non il tema della metamorfosi, e cioè di una trasformazione grazie alla quale come dice Alonso, il re di Napoli – che dall’esperienza del naufragio, e cioè della tempesta, è trasformato – si passa “from strange to stranger” (5,1,227) – da qualcosa di strano a qualcosa di ancora più strano. E parte della strangeness è che crediamo in this strangeness.

Noi sentiamo che la stranezza è parte della nostra esperienza di esseri umani. E in questo siamo anche noi ‘trasformati’. Tanto per cominciare abbiamo imparato che ci sono tra terra e mare cose peggiori di Caliban. Che ci sono parecchi mostri, forse di più, nella cultura che in natura: i veri mostri sono i civilizzati Sebastian e Antonio; e i veri servi sono Stephano e Trinculo, che rivelano una inferiorità morale, di fronte alla quale Caliban è un eroe del disinteresse. Però, è anche vero che se Caliban è al cuore del dramma, quel cuore di tenebra rimane nero, nerissimo. Di fatto l’arte di Prospero fallisce con lui; la pietà di Miranda va a farsi benedire, o maledire; la loro lingua non si appropria di Caliban, semmai Caliban si appropria della loro lingua per maledirli.

E cioè a dire: l’uomo naturale, contro il quale l’uomo coltivato si misura, nel senso di prenderne le misure, dimostra i limiti dell’uomo coltivato, civilizzato. I limiti della sua comprensione, rispetto alla quale l’uomo naturale rimane “a thing of darkness”: “a wonder” nel senso di “a monster” – che, va detto, Prospero ha il coraggio di riconoscere come “suo proprio”: “this thing of darkness I acknowledge mine” – 5,1,275: un verso, e un riconoscimento meraviglioso. Prospero riconosce così il suo legame, e insieme la sua dipendenza da Caliban. Riconosce la propria responsabilità e la propria colpa. E il proprio fallimento.

Come ha fallito con il fratello; quando ha lasciato che il fratello prendesse il suo posto nell’esercizio del potere. Perché è stato lui a sbagliare. E qui torniamo alla lettera all’idea greca di ‘colpa’, di amartia – che dà l’idea di un mirare a qualcosa che non si centra: un’azione mancata che l’inglese perfettamente traduce con mis-take. Una presa che non è una presa, una presa che non prende. Né vi sarà catarsi, o purga di qualche tipo. Alla fine non si darà punizione del male, né una piena restaurazione del bene. Di certo Antonio rimane speechless and unrepentant – impervio alla grazia e alla gentilezza.

Nadia Fusini

Il primo episodio è disponibile qui.

Il secondo episodio è disponibile qui.

Il terzo episodio è disponibile qui.

Il quarto episodio è disponibile qui.

Il sesto episodio è disponibile qui.

La lezione della prof. Nadia Fusini si è tenuta nel quadro del convegno “Passioni”, incontro del ciclo Visioni in dialogo, promosso dall’Associazione NEL – Fare arte nel nostro tempo che si è svolto a Lugano in Svizzera, il 17-18 Novembre 2017. Si ringrazia la prof. Nadia Fusini per la gentile concessione del testo.

In fotografia  La Verità, Gian Lorenzo Bernini,1646, Galleria Borghese, Roma. Le sculture di Bernini sono in mostra nell’esposizione Bernini nella Galleria Borghese fino al 4 febbraio 2018, per maggiori informazioni consultare il sito della mostra, qui.

Nadia Fusini

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