Pubblicato il 17 Febbraio 2026
La scomoda eredità museale dei calchi antropometrici. Come andare oltre?
di Aurora Pozzi

Spesso immaginiamo i musei come luoghi silenziosi, depositari del sapere scientifico e testimoni ufficiali di storia, ma al loro interno ci sono oggetti che possiedono una voce così ingombrante da scuotere le fondamenta stesse delle istituzioni che li ospitano. Tra questi spiccano i calchi in gesso di volti umani, realizzati tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento per dimostrare le “teorie delle razze”, culminate, durante il fascismo, nel Manifesto della Razza, di cui l’antropologo Lidio Cipriani fu firmatario.
In quel periodo l’antropologia non si limitò a studiare l’umanità in modo neutro, ma costruì attivamente il concetto di “razza” e una gerarchia che poneva l’uomo bianco europeo al vertice di una piramide evolutiva arbitraria. Per attribuire scientificità a queste teorie, oggi considerate prive di ogni fondamento biologico, venivano utilizzati strumenti di misurazione e classificazione dei tratti fisici.
I calchi in gesso consentivano di confrontare i lineamenti di soggetti di diverse etnie. Venivano realizzati su persone viventi durante le spedizioni coloniali per poi essere esposti nei musei europei con lo scopo di mostrare l’esistenza di popoli “inferiori”. Il procedimento era estremamente invasivo: il soggetto doveva rimanere immobile per circa quaranta minuti sotto il gesso, che induceva una sensazione di soffocamento. Questa pratica era fortemente ideologica e serviva a giustificare la colonizzazione e lo sfruttamento delle risorse dei territori extraoccidentali. Tale processo ha trasformato centinaia di esseri umani in oggetti, privandoli della loro identità e dei loro nomi per renderli “esemplari razziali” musealizzabili. Sebbene la scienza contemporanea abbia rigettato tali teorie, molti di questi reperti si trovano ancora oggi esposti nei musei universitari italiani (Bologna, Napoli, Padova e Firenze) spesso presentati con gli stessi criteri allestitivi del passato (suddivisi in base al colore della pelle e alle caratteristiche fisionomiche). Si crea così una frattura tra il sapere accademico attuale e una rappresentazione museale cristallizzata in forme anacronistiche che non problematizzano l’avanzamento della disciplina.
In questa frattura si inserisce il progetto “Scomodi Lasciti”: un’azione performativa che vuole indurre una discussione su questi temi, estremamente attuali, vista la persistenza di profilazioni razziali nel mondo contemporaneo. Durante la performance il corpo dell’antropologa-ricercatrice si trasforma in uno strumento di revisione critica dei reperti museali. L’idea di base è che questi oggetti, nati per separare, possano oggi essere risignificati attraverso l’arte per diventare strumenti di consapevolezza collettiva.
Nel mio lavoro ho scelto di considerare queste riproduzioni come “detriti”, lasciti di un’eredità scientifica pesante e soffocante. Dialogando con questi volti, cerco di trasformare il concetto astratto della “responsabilità storica” in un “ingombro fisico tangibile”. Il progetto è un richiamo alla produzione di significato attraverso i sensi: gli spettatori sono invitati a osservare e partecipare fisicamente ad alcune azioni dando vita a una nuova interpretazione. Una delle grandi potenzialità dell’arte è proprio il coinvolgimento diretto dello spettatore e la corrispondenza immediata con la materia, capace di creare un ponte tra il passato e un presente dove i pregiudizi continuano a pesare sul quotidiano. Il superamento delle concezioni coloniali non può avvenire con la rimozione degli oggetti “scomodi”, richiede una trasformazione dei luoghi della cultura in laboratori di discussione e sperimentazione. I calchi, un tempo “prove di inferiorità”, possono oggi diventare testimoni di una storia che non può più essere ignorata.
Negli ultimi decenni l’antropologia ha compreso che il riconoscimento autentico di altre culture avviene solo quando la “Scienza” rinuncia al suo primato di osservatore “oggettivo” per riscoprire la relazione come metodo di apprendimento reciproco. Questo concetto è esemplificato nella frase della performance: “nel mio tu che è in me, ti riconosco”. Presentare questo lavoro durante le giornate di antropologia pubblica a Torino è significativo: spero contribuisca a stimolare un dibattito che porti questi temi fuori dalle teche polverose dei musei per riportarli al centro di un discorso collettivo necessario.
La decolonizzazione non è un atto burocratico, ma un percorso per abitare i nostri corpi con occhi nuovi, che ci renda capaci di vedere la violenza del passato per costruire un futuro più equo e privo di pregiudizi. L’arte può essere un catalizzatore potente per descrivere e reinterpretare la realtà, solo attraverso questo confronto fisico e intellettuale con la nostra eredità possiamo trasformare i musei di antropologia da “santuari” escludenti a spazi aperti di riflessione. Ogni calco esposto è una domanda aperta che attende una risposta da una comunità che riconosce e rielabora la propria storia. In questo processo, la vulnerabilità del corpo diventa la forza per scardinare lo stallo museale e suggerire che la conoscenza è sempre un atto di posizionamento politico e umano verso l’altro.
Aurora Pozzi
ANTHRODAY_TORINO_ LINK AGLI EVENTI IN CITTA’ QUI
EVENTO #T40 Performance “Scomodi Lasciti”
Tipologia: Performance
Quando: Sabato 21 febbraio, ore 17.00-19.00
Dove: Miriade, spazio indipendente di arte contemporanea, via Montalenghe 10, Torino
Descrizione Performance site specific tra arte contemporanea e antropologia.
Consultare il sito del programma per le modalità d’accesso all’evento T40
Il World Anthropology Day è un’iniziativa promossa dall’American Anthropological Association e lanciata a Milano (dal 2019), a Torino (dal 2023) e a Roma (dal 2026), dal corso di Laurea Magistrale in Antropologia Culturale e Sociale (ex Scienze Antropologiche ed Etnologiche), dal Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale, dal Dottorato Patrimonio Immateriale nell’Innovazione Socio-Culturale e dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. La rassegna è organizzata in collaborazione con SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata), con il dipartimento di Lingue, Letterature, Culture e Mediazioni dell’Università di Milano Statale, con il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università IULM, con i dipartimenti di Culture, Politica e Società e di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino e con il dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo dell’Università di Roma Sapienza. Dal 2024 Radio Popolare è media partner; World anthropology Day si avvale anche del contributo organizzativo di Presso e della partnership con LaRivistaCulturale.com.




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