Pubblicato il 26 Marzo 2022

Guerra: un fatto sociale deumanizzante, culturale, storico. Una definizione antropologica per l’epoca contemporanea

di Vincenzo Matera

In tutte le società esistono tensioni più o meno forti sia all’interno, concernenti in genere la distribuzione delle risorse e il potere, sia all’esterno, provocate da particolari circostanze di carattere socioculturale e ambientale.

Dal punto di vista teorico, alla base delle aggressioni fra gruppi umani diversi si trova una sorta di deumanizzazione dell’altro, provocata dal fatto che, nella definizione della propria identità, ciascun gruppo finisce con l’estendere i fattori biologici fino a confonderli con quelli culturali; per questo una diversa identità culturale (e per di più spesso anche linguistica) finisce inevitabilmente per essere percepita come propria non già di altri esseri umani solo culturalmente (e linguisticamente) differenti, ma di un diverso genere di essere, una specie (anche biologicamente) differente e, quindi, inferiore.

Tale processo di deumanizzazione dell’altro sembra essere universale; diverse, tuttavia sono state le modalità secondo cui si è espresso nella guerra, che si è caratterizzata come sterminio di massa nelle società europee (si pensi alla colonizzazione), mentre nelle società tribali aveva le caratteristiche di un conflitto ristretto e rigidamente regolamentato.

Gran parte delle aggressioni fra gruppi tribali coinvolgeva infatti un basso numero d’individui e non durava oltre un certo periodo, a causa dell’impossibilità, per economie fondate sulla caccia e la raccolta o sull’orticoltura, di sostenere  i costi di combattimenti troppo lunghi.

Inoltre, in società fondate su questo tipo di economia, raramente il desiderio di conquistare nuovi territori era sufficiente per avviare una guerra (anche se può essere l’effetto finale). Piuttosto i motivi di combattimenti che degeneravano in veri e propri conflitti potevano essere dispute fra individui di gruppi differenti, per esempio a causa di razzie o di omicidi.

Tra gli Jivaro (Shuar), per esempio, era costante uno stato di guerra caratterizzato da frequenti e improvvisi attacchi  reciproci fra gruppi tradizionalmente ostili, finalizzati alla caccia alle teste. Tali spedizioni però causavano non più d’un paio di vittime, oltre alla cattura delle donne (che portavano vantaggi economici e riproduttivi). In seguito ai contatti con gli Europei e alla diffusione dei primi fucili, questo sistema tradizionale di conflitto si è trasformato profondamente, con l’aumento del numero dei partecipanti e, conseguentemente, di vittime – anche perché gli Europei erano disposti a comperare le teste dei nemici uccisi (Tsantsa).

Un meccanismo analogo si è innescato fra gli Irochesi. Essi praticavano  una forma tradizionale di guerra, la quale imponeva però un limitato numero di vittime (altrimenti per l’eventuale vincitore non ci sarebbe stata una vera vittoria). In seguito allo sviluppo del commercio delle pelli, gli indiani si dedicarono intensamente allo sterminio indiscriminato dei gruppi vicini e degli animali per soddisfare la domanda europea.

Un caso differente quello è quello dei Maori, che praticavano una guerra limitata, di breve durata e di piccole dimensioni, per conquistare terre nuove, tuttavia sempre per motivi di vendetta. Con la diffusione del fucile si scatenò una vera e propria guerra di espansione, con ripercussioni anche ideologiche favorite dalla struttura sociale monarchica, centralizzata, non egualitaria. Anche presso popolazioni tutt’altro che predisposte tradizionalmente alla guerra (in quanto non avevano mai avuto particolari motivi sociali, economici o culturali per avviarla) l’espansione europea ha indotto meccanismi di conflitto. Ciò è avvenuto, per esempio, tra gli Yanomamo del Brasile, in conseguenza della fatto che essi sono stati costretti a ritirarsi dal loro territorio e a risiedere in un’area caratterizzata da scarsità di risorse.

Dall’analisi della guerra secondo una prospettiva antropologica emerge chiaramente quanto sia sbagliato sostenere che essa sia una conseguenza naturale dell’aggressività umana. Nulla è, forse, un prodotto storico e culturale più dell’aggressione dell’uomo (appartenente a una determinata cultura) contro un membro della sua stessa specie (ma appartenente ad una cultura diversa).

Rimuovendo le sue cause specifiche (di tipo storico e non biologico), sarebbe probabilmente possibile eliminare anche la guerra, nonostante il fatto che gli uomini abbiano costantemente combattuto guerre. Contribuire a comprendere le condizioni che causano le guerre dovrebbe essere uno degli obiettivi della ricerca di tutte le scienze sociali, antropologia compresa.

Vincenzo Matera

Questo testo è stato pubblicato alla voce guerra nel “DIZIONARIO DI ANTROPOLOGIA”, a cura di Ugo Fabietti e Francesco Remotti, pubblicato da Zanichelli nel 1997.

Questo dizionario fu il primo nel suo genere ad essere scritto interamente da studiosi italiani e tutt’ora pubblicato dalla casa editrice come strumento utile per comprendere l’antropologia ed intraprendere nuove ricerche.

Immagine:  Fernand Léger, La partie de cartes, huile sur toile, 1917 Esposto al Museo Kroller-Muller, Otterlo, Paesi Bassi, link qui

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