Pubblicato il 19 Febbraio 2026

L’antropologia come strumento di risposta alle emergenze sanitarie: Trame sociali e resilienza urbana durante l’epidemia di colera a Luanda, Angola

di Melissa Pignatelli

L’epidemia di colera che ha colpito l’Angola e, con maggiore gravità, la provincia di Luanda nel 2025 non è stata solo una crisi sanitaria, ma un evento rivelatore delle complesse geografie sociali che definiscono la vita nei musseques angolani. Questo contributo esplora la componente qualitativa dell’intervento condotto da Medici con l’Africa CUAMM in collaborazione con Unicef e con il Ministero della Salute, spostando lo sguardo dalla gestione clinica alla comprensione delle strutture, formali e informali, che hanno mediato l’impatto della malattia e dell’intervento di soccorso.

Proviamo a proporre una riflessione su come l’efficacia di un intervento umanitario dipenda dalla capacità di leggere il contesto non solo come una mappa di casi epidemiologici, ma come un tessuto vivente di alleanze sociali, obblighi di parentela e resistenze silenziose alla precarietà infrastrutturale.

A Luanda vive circa un terzo della popolazione dell’intero paese; le aree urbane popolari sono caratterizzate da condizioni igienico sanitarie estremamente precarie a causa della quasi totale assenza di sistemi idrici e fognari. Il colera, come altre malattie trasmissibili legate all’acqua, è endemico nel paese ma quella emersa ad inizio 2025 è stata la epidemia più grave in termini di numero di casi e di decessi che l’Angola abbia mai registrato (con un tasso di quasi il 4% sui casi registrati, l’Angola ha registrato la mortalià da colera più alta a livello globale nel 2025). Essendo dunque chiamati a rispondere in comunità fragili su una malattia fortemente stigmatizzante come il colera, conoscere in profondità le dinamiche e le architetture sociali diventa uno strumento di salute pubblica quanto l’intervento sanitario in sè.

Il nostro lavoro con i Rapid Response Team (addetti alla disinfezione delle case dei malati, alla clorazione delle fonti d’acqua e ad altre misure preventive) si è svolto nei quartieri periurbani, dove il potere formale delle Commissioni di Quartiere si intreccia con l’autorità informale dei leader religiosi e della rete rizomatica dei guaritori locali.

Al centro di questo ecosistema si colloca la famiglia come unità sociale inserita nella propria comunità, dove l’interdipendenza nella gestione delle risorse diviene pratica collettiva di sussistenza quotidiana e, nel contesto dell’epidemia, elemento cardine di prevenzione e supporto.

L’intervento ha confermato che i legami di parentela non sono solo canali di possibile contagio, ma reti primarie di cura e accompagnamento delle persone più fragili direttamente o indirettamente affette. Attraverso il prisma dell’antropologia medica, si è operato attraverso un coinvolgimento attivo e diffuso sia delle figure apicali che parallelamente valorizzando il ruolo della donna angolana come “sentinella epidemiologica di base” grazie alla capacità ed efficacia di promuovere comportamenti preventivi.

Nonostante la società popolare di Luanda sia formalmente strutturata su una predominanza formale della componente maschile, l’economia informale estremamente polverizzata porta gli uomini ad essere poco presenti, demandando alla componente femminile lo status di capofamiglia con relativo potere decisionale sulle dinamiche della quotidianità. Condurre dunque focus groups di discussione con gruppi di donne e madri permette di comprendere la conoscenza che le comunità hanno della malattia, dei metodi di trasmissione e delle barriere che impediscono di ridurre i fattori di rischio.

Dal nostro lavoro sul campo è emersa una notevole e in alcuni casi raffinata conoscenza dei determinanti della malattia e delle catene di responsabilità politiche, sociali, culturali da parte delle donne sollecitate, che hanno spesso rivendicato il proprio ruolo di agenti di emancipazione e di processi di cambiamento sociali.

Dare visibilità a queste voci, raccogliere i loro spunti e farne strumento di co-progettazione degli interventi di cooperazione internazionale è un imperativo strategico oltre che morale, percorso che le pratiche e i saperi dell’antropologia possono sostenere creando ponti tra discipline, approcci e potenzialità inespresse.

Tra molteplici possibili spunti appresi durante il lavoro sul campo – il materiale raccolto è in fase di elaborazione ed analisi – sottolineamo un’attenzione particolare dedicata alla dimensione simbolica della disinfezione domiciliare operata dalle Rapid Response Teams. Se da un lato il “kit” igienico distribuito ad ogni famiglia viene accolto come un bene utilitario prezioso, l’atto della disinfezione con cloro nelle abitazioni solleva interrogativi profondi sullo stigma e sulla visibilità della malattia: la casa disinfettata rischia di diventare una “casa marcata”, alterando gli equilibri di vicinato e le percezioni di purezza e pericolo.

L’efficacia dell’intervento nei bairros di Luanda non è dunque dipesa unicamente dalla logistica sanitaria – fondamentale e in molti casi, vitale per le persone contagiate – ma dalla capacità di navigare una complessa dicotomia sociale: quella tra il controllo capillare delle strutture di governo e l’autorità morale delle figure informali.

Nel contesto angolano, la dimensione amministrativa e quella politica si fondono infatti nelle Comissões de Bairro (Commissioni di Quartiere), propaggini locali del partito di governo che esercitano una sorveglianza sociale capillare. Queste strutture hanno rappresentato il cardine della sicurezza operativa: quasi tutti i gruppi di discussione hanno riconosciuto come il coinvolgimento dei presidenti delle commissioni sia stato fondamentale per legittimare l’ingresso delle RRT nelle comunità e garantire l’incolumità degli operatori, in contesti dove l’epidemia diviene elemento scatenante per l’erompere della rabbia sociale dovuta ad assenza di servizi, ingiustizia, diseguaglianze.

Parallelamente al potere formale, emerge la rete delle autorità religiose e culturali. Mentre la Commissione garantisce l’accesso fisico alle case, sono spesso i leader religiosi a legittimare l’accesso simbolico e morale alle popolazioni coinvolte. L’analisi qualitativa suggerisce che la sorveglianza epidemiologica non può limitarsi ai confini amministrativi, ma deve seguire le faglie religiose e lignatiche. In un contesto caratterizzato dalla presenza di molteplici chiese pentecostali riformate, oltre che dalla chiesa cattolica, poter discernere i referenti a cui rivolgersi diventa una competenza necessaria per veicolare con linguaggi appropriati le disposizioni di salute pubblica emanati dal Ministero.

In contesti dove la sfiducia verso le istituzioni può portare a nascondere i sintomi per timore di interventi coatti, l’autorità morale del leader informale funge da ponte sicuro per la segnalazione.

L’emergenza, terminata solamente a dicembre 2025, ha dimostrato che la risposta rapida funziona solo quando queste due sfere collidono positivamente. La proposta emersa è quella di formalizzare il ruolo dei presidenti delle commissioni nella segnalazione immediata, ma integrando i “dashboard qualitativi” che raccolgono i rumors e i feedback della comunità gestiti dai leader informali.

Questa “sorveglianza ibrida” riconosce che, sebbene le Commissioni di Quartiere rimangano le uniche in grado di garantire alle RRT di raggiungere le case in sicurezza, l’adozione reale dei comportamenti preventivi passa attraverso la validazione sociale dei leader informali. Sul terreno la sfida non è scegliere tra controllo partitico e autorità comunitaria, ma far convergere la forza organizzativa del primo con la profondità fiduciaria del secondo per trasformare l’emergenza in un processo di resilienza urbana duratura.

Antropologia applicata alla risposta emergenziale sanitaria, come strumento di pianificazione di salute pubblica e come percorso per dare maggiore visibilità alle popolazioni coinvolte, soggetto attivo e consapevole della propria salute e di lotta alla diseguaglianza, determinante cardine delle “malattie della povertà” delle quali il colera è un portato drammatico ed in crescita preoccupante in Africa subsahariana.

Edoardo Occa, PhD

Antropologo, Responsabile dei Programmi di Salute Comunitaria

Medici con l’Africa Cuamm

Immagine: I leaders comunitari coinvolti a Luanda, per gentile concessione dell’autore

Tipologia Evento Incontro

Quando Venerdì 27 febbraio, ore 17.00-19.00

Dove Chiamamilano, Via Laghetto 2, Milano

Iscrizione consigliata via e-mail a: e.occa@cuamm.org

 

ANTHRODAY_WORLD ANTHROPOLOGY DAY_MILANO_ TUTTI GLI EVENTI QUI

Il World Anthropology Day è un’iniziativa promossa dall’American Anthropological Association e lanciata a Milano (dal 2019), a Torino (dal 2023) e a Roma (dal 2026), dal corso di Laurea Magistrale in Antropologia Culturale e Sociale (ex Scienze Antropologiche ed Etnologiche), dal Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale, dal Dottorato Patrimonio Immateriale nell’Innovazione Socio-Culturale e dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. La rassegna è organizzata in collaborazione con SIAA (Società Italiana di Antropologia Applicata), con il dipartimento di Lingue, Letterature, Culture e Mediazioni dell’Università di Milano Statale, con il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università IULM, con i dipartimenti di Culture, Politica e Società e di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino e con il dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo dell’Università di Roma Sapienza. Dal 2024 Radio Popolare è media partner; World anthropology Day si avvale anche del contributo organizzativo di Presso e della partnership con LaRivistaCulturale.com.

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