Pubblicato il 27 Febbraio 2026

Immobili per muoversi. I momenti dell’attesa alle fermate degli autobus a Roma

di Alessandro Bianco

Dentro al bus un uomo tamburella le dita sul ginocchio, mentre con l’altra mano gioca con un piccolo portachiavi. Alla fermata del tram una signora passeggia avanti e indietro, un ragazzino fuma una sigaretta mentre sposta il peso da una gamba all’altra, c’è che chi guarda ossessivamente verso la direzione da cui verrà il bus, chi sta al telefono e chi sembra da tutt’altra parte, con lo sguardo perso chissà dove.

«Quelli dell’attesa sono momenti in cui drammaticamente non succede nulla», così mi ha detto un compagno di corso parlando del mio progetto di tesi. Perché, infatti, un laureando in antropologia dovrebbe osservare cosa succede nelle file dei supermercati, alle stazioni dei treni, dentro i mezzi di trasporto? Che senso può mai avere? Ebbene, se accettiamo l’invito che ci porgono gli antropologi Ehn, Lofgren e Wilk nel loro Exploring Everyday Life (2015) e cominciamo a «rendere strano il familiare», ci accorgiamo che nei momenti in cui sembra non succedere nulla succedono davvero un sacco di cose. L’attesa smette così di essere solo un momento spiacevole, da evitare ad ogni costo. Diventa, invece, una pratica sociale densa di ordini culturali e morali, di dati-per-scontato che vengono costruiti, appresi, violati giorno dopo giorno. Impariamo ad aspettare assumendo certe posture e non altre, facendo certe cose e non altre. Soprattutto, negli spazi urbani, impariamo a «prendere le giuste distanze» dalle altre persone e a non sorpassare le file – o a farlo nel modo più intelligente e meno visibile possibile. Così, parlare di attesa e, quindi, di immobilità e mobilità, significa trattare il modo in cui si sta assieme nelle società contemporanee, di come è declinata la socialità e la comunità in certi contesti.

Ciò è parte di quello che si cercherà di osservare nell’attività laboratoriale «Immobili per muoversi. I momenti dell’attesa alle fermate degli autobus a Roma» che si terrà il 7 marzo nell’ambito dell’Anthroday 2026. Durante il laboratorio si cercherà di notare alcune delle sfaccettature dei momenti di attesa, dopo una breve discussione sull’importanza di un’antropologia che si occupi della vita quotidiana e di ciò che si dà per scontato. Si discuterà anche di una delle difficoltà più grandi che coinvolge l’osservazione della vita quotidiana: gli attori sociali– compresi gli scienziati umani e sociali, ovviamente! – non riflettono sulle pratiche ordinarie. Per loro stessa definizione i dati-per-scontato non vengono pensati, non sono oggetto di indagine da parte di chi compie le azioni. Non si mette in discussione la realtà del mondo mentre si fa colazione (solitamente, almeno).

Diventa faticoso, dunque, cercare di osservare un fenomeno che noi stessi non abbiamo mai pensato come un qualcosa da indagare. Come riporta laconicamente il fondatore dell’etnometodologia Harold Garfinkel, se chiedessimo ad una persona come aspetta in una fila la risposta potrebbe essere brusca: «“You marvel at the way we stand in line? How do we stand in line? We stand in line, like anyone stands in line. What do you want of us?”». Si cercherà dunque di capire com’è possibile fare ricerca sulla vita quotidiana, quali sono i metodi «di campo» da attuare. In una cornice densa di attese come quella di Porta Maggiore, lo scopo sarà quello di dare gli strumenti alle e ai partecipanti per condurre una piccola ricerca individuale o collettiva in mattinata, per poi cercare di tirare le somme assieme attraverso una discussione sulle possibili prospettive che possono nascere a partire da queste ricerche. Non si sottovaluterà l’importanza anche pratica che queste osservazioni possono avere: comprendere come ci comportiamo, al di là delle semplificazioni e dei riduzionismi, potrebbe portare a pensare e costruire gli spazi in maniera diversa, a non sottovalutare l’importanza delle ritualità nel momento in cui vengono progettate le città in cui viviamo.

Come intuibile sin dal titolo, si ragionerà principalmente sul confine tra immobilità corporea e mobilità legata ad altri sensi umani: immaginazione, superstizione, pensiero. L’attesa, come hanno scritto le poche ricercatrici e ricercatori che l’hanno trattata, è sempre legata a sentimenti di impotenza, di nervoso, di fastidio. Ci si sente bloccati, in situazioni dove non vorremmo essere, ma che siamo obbligati ad affrontare. Sembra, però, che, alle nostre latitudini e nel nostro tempo, abbiamo incorporato e appreso metodi per evadere da queste situazioni, per non «stare lì fermi, ad aspettare». Quanti sguardi persi possiamo notare nei luoghi dell’attesa? Quante presenza che sembrano, in qualche modo, assenti? Attraverso l’osservazione, la lettura di romanzi e il racconto di esperienze personali si cercherà di capire come il mondo dell’attesa può diventare «incantato». Ragionare su se stessi e sulle proprie esperienze può essere un modo per fare antropologia? Da questo punto di vista, la tecnica metodologica dell’autoetnografia può aiutarci a smettere di dare-per-scontato le pratiche e a riprovare, per usare termini legati alla filosofia fenomenologica, uno «stupore» nuovo di fronte al mondo.

Alessandro Bianco

Immagine: Alessandro Bianco, Piazza Vittorio Emanuele a Roma, Persone che «mantengono le distanze», ognuno con la propria ritualità

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