Pubblicato il 18 Marzo 2026

Chi decide sul mio corpo?

di Serena Silvestri e Margherita Grmek

Chi decide sui nostri corpi?  È una domanda che torna spesso nel dibattito pubblico italiano quando si affrontano i diritti legati al corpo e all’autodeterminazione individuale: non solo quelli riproduttivi, ma anche quelli relativi alla sessualità, alle scelte sul fine vita e alle questioni di identità di genere. Tra proposte di legge e polemiche parlamentari, il tema dell’autodeterminazione emerge soprattutto nel dibattito istituzionale, più che tradursi in cambiamenti concreti (Butler 2004).

Eppure, mentre la politica discute, in molti luoghi questa domanda è già una pratica quotidiana. Negli ultimi mesi il dibattito politico italiano ha riacceso la domanda su chi possa decidere dei nostri corpi. Al centro della discussione non c’è solo il diritto all’aborto, ma un nuovo disegno di legge, il ddl Bongiorno, che rilancia la controversia sul significato stesso di autodeterminazione, consenso e tutela dei diritti delle donne, suscitando critiche da molte realtà transfemministe e dai centri antiviolenza, i quali vi individuano criticità nella protezione delle libertà individuali. Ma lontano dai palazzi della politica, in spazi autogestiti, consultori e reti informali, questa domanda non resta astratta: è già una pratica quotidiana, costruita giorno dopo giorno nelle vite di chi prova a esercitare davvero i propri diritti.

A Roma, durante un incontro organizzato per l’Anthroday 2026 attiviste, ricercatrici e operatrici hanno raccontato cosa significa oggi parlare di aborto e accesso alla salute riproduttiva. Non in termini teorici, ma a partire dalle esperienze concrete: consultori che non funzionano, informazioni difficili da reperire, percorsi sanitari poco accessibili, ma anche reti di mutualismo che provano a colmare questi vuoti. L’incontro si è svolto venerdì 6 marzo negli spazi di Lucha y Siesta, Casa delle Donne e centro antiviolenza nato dall’occupazione di un edificio pubblico, diventato negli ultimi anni uno dei punti di riferimento del mutualismo transfemminista romano.

In una sala piena di attiviste, studentesse e operatrici del settore, si sono incontrate realtà diverse come Aborto in Pillole, AIDOS, PregDat Project e Obiezione Respinta, portando esperienze che spaziano dalla ricerca, all’advocacy e all’accompagnamento diretto. Lo spazio, simbolo di autogestione e attivismo, ha offerto un contesto ideale per discutere di pratiche
collettive e strumenti di supporto. È stato un momento di confronto tra esperienze che pur partendo da istanze diverse spesso si
trovano ad affrontare lo stesso problema: la distanza tra il diritto all’aborto previsto dalla legge 194 e le difficoltà pratiche che molte persone incontrano quando provano ad accedervi.

Dalle testimonianze emerse, il problema non è tanto l’esistenza formale del diritto, quanto le condizioni reali che ne permettono o ne ostacolano l’esercizio. Molte persone si ritrovano costrette a navigare autonomamente tra informazioni frammentarie e contradditorie: siti istituzionali poco aggiornati, consultori con orari limitati, ospedali che applicano in modo disomogeneo le linee guida sull’aborto farmacologico. Le difficoltà aumentano per chi proviene da contesti diversi, minorenni o persone con background migratorio, per le quali orientarsi tra servizi e procedure può diventare una sfida resa ancora più complicata da barriere linguistiche.

Il percorso spesso genera emozioni contrastanti: ansia e paura, ma anche sollievo per poter esercitare un diritto che, sulla carta, è già garantito. L’accesso limitato, lo stigma sociale e la mancanza di informazioni affidabili creano una sensazione di perdita di controllo sul proprio corpo, trasformando un diritto formale in un’esperienza complessa e a volte solitaria (Rapp & Ginsburg 1995). Le esperienze condivise mostrano come le disuguaglianze territoriali e economico-sociali amplifichino le difficoltà: ciò che funziona in alcune città resta spesso inaccessibile in altre, e chi si trova a dover affrontare il percorso senza reti di supporto rischia
di sentirsi isolata e scoraggiata. In questo contesto, l’informazione e la conoscenza diventano strumenti di autonomia e autodeterminazione: avere indicazioni precise su dove e come accedere ai servizi restituisce alle persone un controllo consapevole sul proprio corpo (Haraway 1988).

Progetti come la mappa di Obiezione Respinta aiutano a orientarsi tra consultori, ospedali e farmacie, mentre guide pratiche, accompagnamenti e gruppi di supporto transfemministi condividono informazioni, consigli e strategie. Queste pratiche vanno oltre la semplice informazione: sono strumenti di cura collettiva e di costruzione di fiducia. In luoghi autogestiti, nei piccoli gruppi e nelle reti di solidarietà, l’autodeterminazione diventa quotidiana: ogni mappa aggiornata, ogni accompagnamento, ogni condivisione di esperienza è un atto di resistenza e creatività, che permette a chi ne ha bisogno di esercitare un diritto spesso difficile da far valere nei percorsi ufficiali.

Queste esperienze si inseriscono in una tradizione più ampia di mutualismo e attivismo transfemminista che, negli ultimi anni, ha rimesso al centro il tema della cura collettiva. Non solo come risposta all’assenza o alla fragilità dei servizi, ma come pratica politica che prova a restituire autonomia e consapevolezza sui e ai propri corpi. Alle difficoltà già evidenziate si aggiunge una dimensione meno visibile ma altrettanto importante: quella della temporalità. L’aborto non è solo questione di diritto o di accesso ai servizi, ma anche di tempi. Le legislazioni stabiliscono limiti precisi entro cui è possibile interrompere una gravidanza, trasformando il tempo, costruito sulla presunzione della biologia, in strumento di razionalizzazione e controllo. Riflettere su questi limiti significa interrogarsi su come, in certi momenti, un diritto possa trasformarsi in reato e su come la temporalità diventi uno strumento di amministrazione dei corpi. In questa prospettiva, diventa necessario ripensare la formulazione stessa del diritto, affinché sia più flessibile e più aderente alle esperienze di vita delle persone. L’analisi degli stati anticipatori illumina la questione perfettamente: «(…) i nostri “presenti”; sono necessariamente intesi come contingenti rispetto a un futuro astrale in perenne mutamento; un futuro che può o meno essere conosciuto con certezza, ma che esige, ciononostante, di essere tradotto in azione (Adams, Clarke & Murphy 2009: 2).

Allo stesso tempo è importante interrogarsi sulle figure che mediano l’accesso a questi diritti e sulle gerarchie politiche e mediche che emergono nell’esercizio del diritto alla salute. L’antropologia offre strumenti utili per osservare come queste dinamiche si realizzano nella pratica e per immaginare futuri possibili in cui le comunità possano riappropriarsi di conoscenze e pratiche progressivamente sottratte.

Mentre il dibattito pubblico continua a interrogarsi sui confini dell’autodeterminazione e sulle possibili modifiche legislative, esperienze come quelle raccontate durante l’incontro dell’Anthroday mostrano che la questione non riguarda solo le norme. Riguarda l’esigenza di rimettere al centro le condizioni materiali che permettono alle persone di esercitare davvero i propri diritti, e le forme di solidarietà che nascono quando queste condizioni vengono politicamente mal gestite o denegate.

Forse allora la domanda iniziale, chi decide sui nostri corpi?, non riguarda soltanto ciò che accade nelle aule parlamentari, ma ciò che avviene nei consultori, negli spazi sociali, nelle reti informali che ogni giorno provano a costruire strumenti, conoscenze e supporto reciproco per rendere possibile, nella vita quotidiana, ciò che sulla carta è già un diritto. E se il diritto, da solo, non basta, queste esperienze mostrano che la libertà di decidere dei propri corpi può nascere dal basso, dall’impegno quotidiano e dalla cura reciproca.

Serena Silvestri e Margherita Grmek

Immagine: WikiMedia Commons- CC-BY Succubus MacAstaroth – Own work based on: Bodyshapes.jpg

Quest’articolo è nato dall’organizzazione dell’evento#R23 dell’Anthroday di Roma 2026. Aborto, saperi e mutualismo: percorsi di cura e resistenza, Lucha y Siesta, venerdì 6
2026

Bibliografia:
Adams, Vincanne, Michelle Murphy, and Adele E. Clarke. 2009. “Anticipation:
Technoscience, Life, Affect, Temporality.” Subjectivity 28: 246–265.
https://doi.org/10.1057/sub.2009.18.
Butler, Judith. 2004. Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence. London: Verso.
Ginsburg, Faye D., and Rayna Rapp, eds. 1995. Conceiving the New World Order: The
Global Politics of Reproduction. Berkeley: University of California Press.
Haraway, Donna. 1988. “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the
Privilege of Partial Perspective.” Feminist Studies 14 (3): 575–599.

Condividi l'articolo sui tuoi Social!

LaRivistaCulturale.com è Media Partner di AnthroDay 2026. Cliccare per maggiori informazioni sugli eventi in programma a Febbraio e Marzo 2026 a Milano, Torino e Roma

SULLA RIVISTA

LaRivistaCulturale.com è uno spazio di mediazione culturale: porta fuori dall’accademia temi e prospettive complesse, rendendole accessibili al pubblico, senza rinunciare al rigore.

I testi sono selezionati con cura dalla direzione, firmati da autori e autrici del mondo universitario e offerti a lettrici e lettori col cuore.

L’arte accompagna i contenuti, trasformando idee complesse in esperienze visive e cognitive.

“Curated, non peer-reviewed”

Ultimi articoli