Pubblicato il 23 Gennaio 2026

Assimilare la violenza. Il rapporto colono/colonizzato nel caso dell’India

di Federico Castiglione

La violenza, nella sua essenza più profonda, ha numerosissime radici. La storia, per esempio, ne è coinvolta nella misura in cui il passato influisce sempre sul presente, talvolta con episodi e fenomeni difficilmente comprensibili, più spesso, almeno a posteriori, riuscendo a coglierne le motivazioni interne. La cultura, intesa come pratiche quotidiane e significati insiti nella tradizione, nonché comportamenti sedimentatesi nel tempo, costituisce il terreno da cui l’aggressività emerge e si configura in forme particolari. La psicologia, come agglomerato di pensieri, percezioni, sensazioni, ed emozioni che accompagnano lo sviluppo dell’uomo dalla nascita al termine della sua parabola temporale.

Il subcontinente indiano, nel corso delle ere storiche, è stato al centro di conquiste e domini da parte di popolazioni non autoctone. Similmente ad altri territori contesi ed occupati, l’India ha affrontato un periodo di colonizzazione e di decolonizzazione che ha mutato la percezione delle identità territoriali, etniche, culturali e collettive lungo varie prospettive di cambiamento. E in questa cornice è bene ricordare che i popoli in generale e quelli che abitano la penisola indiana in particolare non hanno soltanto subito, potremmo dire passivamente, l’arrivo di nuovi venuti in armi, ma, piuttosto, hanno saputo maneggiare ed adattare l’eredità coloniale al proprio contesto in forme differenti.

Detto ciò, rimane necessario riconoscere la dominanza strutturante che esercita la pressione di autorità straniere sui gruppi umani autoctoni quando accompagnata, come la storia sempre testimonia, dalla volontà di potenza di una comunità o di una nazione. Come sostiene Nandy (2014) in merito all’occupazione britannica in India:

Particolarmente forte è la resistenza interiore al riconoscimento della violenza suprema che il colonialismo fa alle sue vittime, e cioè la creazione di una cultura nella quale i dominati sono costantemente tentati di combattere i loro dominatori entro limiti sociologici impostati da questi ultimi. Non è un caso se le specifiche varianti del concetto con le quali hanno operato tanti movimenti anticoloniali nei nostri tempi sono state spesso i prodotti della stessa cultura imperiale per cui, anche opponendosi, questi movimenti hanno reso omaggio alle rispettive origini culturali. (Nandy, 2014, p.27)

Sottolineandone il carattere psicologico ed emotivo, questo passaggio mostra come la mente stia al centro di qualsivoglia esperienza nel mondo, compresa quella coloniale. Non solo la coercizione esterna dunque, caratterizzata dalla violenza fisica e territoriale imposta dalla matrice imperialista, ma anche una più sottile ed invisibile forma di controllo. L’incorporazione e l’adozione inconscia di norme importate dall’esterno, che con il tempo possano divenire parte della normale quotidianità, costituisce uno dei pilastri fondamentali attraverso i quali disporre del “nemico” al fine di renderlo più mite e, al limite, vederlo sollevarsi contro la propria potenza nel quadro più ampio stabilito dalla propria egemonia: un’incantesimo sociologico ed imperiale per eccellenza.

Incasellate all’interno di un quadro occidentalizzante, le esperienze storiche di società al cui cuore si ritrova il mito come forma di immaginazione e percezione della realtà vengono relegate ad immobilità ed astoricismo. Inoltre, quando una sommossa popolare o un sollevamento di massa pretende di minare le dinamiche presenti, l’occhio estraneo ai movimenti autoctoni è in grado di mistificarne la realtà tacciandone le prerogative di anacronismo ed equivocità. Se la vera rivoluzione deve necessariamente essere pensata come cambiamento senza precedenti e tendente al raggiungimento di obiettivi assunti in partenza da coloro che ne osservano l’andamento, nel caso dell’India secondo epistemologia e ideologia britannica, allora non si dà accettazione e riconoscimento fintanto che la rivolta non si inserisce in quello spazio mentale strutturato dai dispositivi imperiali. In sintesi, disporre di una potenza superiore agisce come legittimazione degli assunti epistemologici che si intendono come verità. Come è stato evidenziato da Nandy (2014) sostenendo che “Le società storiche sono le vere rappresentanti dell’autocoscienza umana matura e pertanto le loro rappresentazioni delle società astoriche sono più valide scientificamente di quelle prodotte da queste stesse società” (p.76).

In definitiva, l’esperienza coloniale in India rimane tutt’ora come configurazione psicologica e sociale che, nonostante il tempo trascorso dall’indipendenza, permea rappresentazioni sociali e collettive.

Federico Castiglione

 

Bibliografia per approfondire:

Ashis Nandy, Il nemico intimo. Perdita e recupero dell’identità sotto la dominazione coloniale, Forum edizioni, 2014

Immagine: Sepoy of Madras Native Infantry and his wife, 1810, Watercolour on Oriental paper by a Company artist, Tanjore, Army Museum, out of copyright, link qui

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