Pubblicato il 27 Gennaio 2026
Memorie di una guerra mondiale in Europa
di Melissa Pignatelli

Lee Miller fu una delle prime donne reporter di guerra: nel 1942 riuscì a farsi accreditare come fotogiornalista dall’esercito americano per raccontare personalmente la Seconda Guerra Mondiale dalla Francia alle lettrici del British Vogue. Americana d’origine, visse a lungo a New York e a Londra, dove fu modella, artista, musa ispiratrice; condividendo la vita di Lord Roland Penrose e il loro figlio, e finendo i suoi giorni curando il suo giardino nella campagna inglese. Il suo coraggio la portò spesso in prima linea, come nel caso che la vide all’interno dell’assedio di Saint Malò in Francia e la spinse poi dentro la Germania nazista insieme all’esercito statunitense per documentarne lo stato e la liberazione. Nel libro a cura del figlio Antony Atmosfere di Guerra. Fotografie dal fronte 1944-1945 presto in uscita per le Edizioni Mimesis, si possono leggere pagine del suo diario quotidiano illustrate dalle sue stesse fotografie, un’esperienza che rende il racconto della guerra in Europa viva come una ferita aperta.
Vi proponiamo un breve estratto che racconta lo sgomento di Lee Miller davanti al comportamento dei tedeschi, coloro che avevano collaborato alacremente alla realizzazione e alla gestione dei campi di concentramento, come nel caso di Dachau, dove la Miller è una delle prime fotogiornaliste ad arrivare e a documentare quanto messo in atto dalla violenza del regime seguace di Adolf Hitler:
“I primi giorni a Colonia furono pieni di incontri disgustosi e orrendi. Si riteneva ci fossero centomila famiglie che vivevano nei rifugi sotterranei della città. Ne comparivano poche alla volta ed erano ripugnanti per servilismo, ipocrisia e amichevolezza. La rete sotterranea di cantine abitate rigurgitava altri vermi, di un pallore candido e ben nutriti con le scorte rubate di grasso belga e della Normandia”.
“Mi sentivo costantemente irritata e insultata dai viscidi inviti a cena in case tedesche clandestine ed ero stupita dall’audacia dei tedeschi che imploravano un passaggio su un mezzo militare, che provavano a ottenere sigarette, gomme da masticare o sapone, al pari dei bambini che viziavamo in Francia. Come osavano? Chi credevano che avessimo sfidato con lo sguardo e con i corpi per tutti questi anni in Inghilterra? Chi credevano che fossero i miei compatrioti, se non i cittadini bombardati di Londra e i bistrattati prigionieri di guerra francesi? Chi credevano che fosse sangue del mio sangue, se non i piloti e la fanteria americana? Che razza di idiozia e stupidità li rendeva ciechi di fronte ai miei sentimenti? In quale assurda dissociazione mentale si rifugiavano, da quale via di fuga non areata del cervello erano in grado di partorire l’idea di essere la popolazione
liberata invece che quella conquistata? (Lee Miller, Atmosfere di guerra, Mimesis Edizioni, p.204)
“Una prigione della Gestapo fu liberata e le accuse di pazzia criminale furono rivolte a tutto il popolo tedesco sia dai morti muti sia dai vivi parlanti. Nella lista principale c’erano deportati politici, sospetti simpatizzanti degli Alleati e lavoratori Maquis. Avevano delle storie orribili da raccontare, ma non lo fecero. I fatti e le prove della brutalità tedesca emergevano tacitamente in mezzo a conversazioni su Charles le Roi o Orléans o Bruxelles o sul fronte olandese – nella risata che tremava sulle labbra ma non risuonava nelle corde vocali dell’istruita ragazza francese dalla gamba ferita, nelle lacrime che ripulivano il volto di un ragazzo belga condannato a morte proprio quel giorno.
Non erano tante le persone che potevano vantare il privilegio di sapere che la loro condanna era stata emessa. Spesso gli aguzzini tormentavano il sospettato finché non provava dei dolori insopportabili, ordinavano che fosse fucilato e si dimenticavano di firmare l’ordine. Il giorno successivo la stessa odiosa routine sarebbe stata ripetuta su qualsiasi prigioniero che sembrasse in grado di reagire. L’esecuzione delle condanne rispondeva a un misterioso capriccio o a una quota prestabilita; i prigionieri sopravvissuti pensavano che forse la maggior parte delle fucilazioni servisse come ulteriore tortura per gli esausti e a manipolare i nervi delle persone sotto interrogatorio.
Il dato impressionante di questa prigionia è che era situata nel cuore della Germania. Questi atti vennero compiuti nella madrepatria, e non da turisti indisciplinati che si accendevano i sigari con banconote da mille franchi o dalla distratta energia perversa di pochi dannati scelti che non potevano essere rintracciati ed erano giustificati da noia e solitudine.
Questi non erano le temibili SS o una fanatica élite, ma nazisti di basso rango e ufficiali del governo, esseri piuttosto normali. Questo accadde in una grande città tedesca dove gli abitanti dovevano sapere e acconsentire, o come minimo sospettare, e fingere di non conoscere le attività dei loro compagni, coniugi e figli. (p.205, Lee Miller, Atmosfere di Guerra, Mimesis Edizioni, 2026)
L’orrore freddo e lucido che videro i suoi occhi rimane per sempre nelle sue fotografie.
Melissa Pignatelli
Immagine in apertura parte della copertina del libro citato Lee Miller, Atmosfere di guerra. Articoli e fotografie di guerra (1944-45), Mimesis Edizioni, 2026
Rivista di Antropologia Culturale, Etnografia e Sociologia dal 2011 – Appunti critici & costruttivi