Pubblicato il 25 Luglio 2026
“Il viaggio di io”: il viaggio da me a te
di Tiziana Bergamaschi e Martina Treu

In una piccola sala teatrale (Isolacasateatro) che si trova a Milano, nel quartiere Isola, nel tardo pomeriggio del 27 febbraio 2026 arrivano una ventina di persone. Sono uomini e donne di diversa età che vengono visibilmente da tanti luoghi e Paesi diversi: si presentano, scherzano tra loro, creano una babele linguistica che ci accompagna per tutta la serata. Proprio questa mescolanza e commistione di lingue e di culture sono tratti distintivi di chi ospita l’incontro – Isolacasateatro – e di chi lo organizza e lo conduce, per Teatro Utile – il Viaggio APS (che ha al suo attivo laboratori multiculturali fin dal 2012) – e per il terzo anno consecutivo durante il W.A.D. vi partecipano cittadini e cittadine, migranti, studenti, anche senza esperienza alcuna di teatro, attori dilettanti o professionisti, antropologi e ricercatori docenti delle università Statale e IULM.
Il workshop teatrale che proponiamo in questo tempo condiviso è volutamente inclusivo, aperto a tutti, senza barriere e preclusioni, com’è nello spirito del W.A.D. Il tema di quest’anno – il viaggio – specialmente nell’accezione di “viaggio da me a te”, ci guida nel percorso di consapevolezza che accomuna tutti coloro che hanno scelto di partecipare. Questa declinazione della parola “viaggio” nasce dall’incontro, dal desiderio comune di sentirci viaggiatori: uno stato dell’essere che va oltre le barriere culturali e che reclama una libera scelta, riscattando il dolore, la fatica dell’esilio, la solitudine, con la condivisione di un’esperienza che ridoni la dovuta dignità alla persona. Per noi è importante che si viva questo momento come uno spazio di dialogo, di scambio d’esperienze e di storie che fanno parte della nostra formazione.
Tutti hanno una storia preferita, una che ci si ricorda dall’infanzia, che sembra trovarci ovunque noi siamo, anche lontani da casa. Questa storia è una parte preziosa della nostra identità, parla con le parole, i suoni e le immagini delle nostre radici, e cresce con noi accompagnandoci nel nostro viaggio. Il compito che ci proponiamo ogni volta è sceglierne una da cui partire per coinvolgere i partecipanti al laboratorio in una narrazione collettiva. Ricorriamo al ‘mito’ – dal greco mythos, che significa parola, discorso, racconto – perché con la sua natura dinamica e fluida offre la possibilità, attraverso la narrazione di figure che condensano in sé la storia di ogni uomo, di raccontare le nostre piccole e grandi storie.
Per rendere tutto ciò possibile dobbiamo in primo luogo scegliere la nostra versione di un mito, e come questo possa raccontarci. Decidiamo di prendere come punto di partenza la guerra, l’esilio forzato e l’annientamento dell’uomo da parte di altri uomini. Viene naturale confrontarsi con le diverse situazioni di guerra presenti in questo momento nel mondo ed in particolare in Palestina. Per questo decidiamo che la performance abbia inizio con la distribuzione di volantini, scritti in italiano e in arabo, con questo testo: “Hai 5 minuti per lasciare la tua casa perché sarà bombardata”. Ogni partecipante dovrà pensare in pochi minuti a cosa portare con sé, in una simile eventualità: fotografie, libri, documenti, o l’immancabile computer? Questa per noi è un’ipotesi, per altri è realtà: poche ore dopo il laboratorio (nella notte tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio), una pioggia di missili costringerà moltissime persone a compiere in pochi minuti la stessa scelta forzata.
Le voci concitate di chi è costretto a fuggire si accavallano, diventano nella nostra improvvisazione grida di dolore per poi lentamente articolarsi in parola. Una parola che diventa poesia nei versi di Maya Abu Al-Hayat (poetessa palestinese) e nel racconto di una storia antica, che si proietta sul presente: il mito di Io. Nell’antica Argo Io è una giovane sacerdotessa di Era, sedotta da Zeus, trasformata in giovenca e costretta a vagare di terra in terra, incinta e tormentata da un tafano. Nelle sue peregrinazioni incontra Prometeo, inchiodato ad una parete scoscesa sulle montagne della Scizia. Prometeo è un veggente e le rivela che le sue peregrinazioni avranno fine in Africa, dove finalmente la donna partorirà Epafo; mitico progenitore non solo della stirpe africana, ma anche dell’eroe Eracle, che contribuirà alla liberazione di Prometeo. A questa storia fanno riferimento due antiche tragedie greche, il Prometeo incatenato e le Supplici di Eschilo, e loro riscritture moderne come quella di Kossi Efoui, un drammaturgo del Togo costretto all’esilio in Francia: nel suo testo teatrale “Io, Tragedia” (2006) prende spunto dal mito di Io per narrare le storie delle ragazze-madri di oggi, costrette a migrare, a solcare i mari e le strade del mondo cercando un rifugio, un approdo, un porto sicuro. Questa versione del mito di Io, con Prometeo e Supplici, è alla base del nostro workshop teatrale, collettivo e partecipato.
Dopo aver raccontato la storia per sommi capi ai partecipanti, infatti, li coinvolgiamo tutti nel ruolo che il coro aveva nella tragedia greca: accompagnare e sostenere le voci singole che emergono dal racconto collettivo. Alcuni leggono brani dai testi greci e dal dramma di Kossi Efoui, altri ripetono e amplificano le sonorità delle parole, utilizzando il corpo nello spazio (ad esempio camminando in cerchio con passo lento e pesante) e narrando il viaggio delle donne che migrano, incinte e cariche di bagagli, in cerca di un luogo sicuro dove poter partorire. L’esperienza collettiva è resa ancora più emozionante e intensa grazie alla musica dal vivo, anch’essa frutto di improvvisazione, che Olivier Elouti (musicista, attore di Teatro Utile) e Tommaso Tigrino (tutor di W.A.D.) eseguono con tamburi e strumenti africani, talvolta fatti di materiali di riciclo, come semi, bottiglie, corde. Compito del trainer (Tiziana Bergamaschi) è guidare i movimenti e le voci, come un direttore d’orchestra, dando man mano le istruzioni a ciascuno.
Il momento centrale della performance è la lettura da parte di giovani studentesse dell’Università IULM dei loro racconti autobiografici, scriti durante un laboratorio teatrale condotto nell’autunno 2025 dalla stessa Bergamaschi al CUT – Centro Universitario Teatrale dell’Università IULM. Ognuna di loro sviluppa liberamente il tema proposto in precedenza, ossia la domanda contenuta nel volantino citato sopra: “Cosa porteresti con te se dovessi abbandonare la tua casa in cinque minuti?” Ed ecco che la Storia, attraverso la modulazione di un mito, diventa momento di riflessione sulla nostra piccola storia. Le protagoniste e i protagonisti siamo noi e dobbiamo mettere alla prova le nostre capacità, scoprire risorse, anche magiche, che ci aiutino a superare gli ostacoli. Attraverso la saggezza di queste storie antiche, ma sempre attuali, acquistiamo consapevolezza che dentro ogni essere umano c’è un eroe, anche quando si è soli, spaventati e in terra straniera.
L’esperienza vissuta insieme testimonia il processo di trasformazione che il mito, attraverso la sua rilettura in ambito teatrale, può compiere in ognuno di noi. È una sfida che abbiamo voluto intraprendere per poter dare spazio alle nostre storie, che racchiudono le tante imprese e conquiste di chi si rifugia, di chi approda in terra straniera e ogni giorno crea un villaggio più grande per sé e per gli altri, grande come il mondo intero.
In questo senso l’esperienza collettiva ci aiuta a capire -attraverso il confronto con il mito – che l’altro siamo noi, che non siamo estranei al dolore di chi deve affrontare un viaggio verso un futuro sconosciuto, abbandonando ciò che fino a quel momento considerava la propria vita. E in fondo possiamo sperare che anche per noi, come per Io, alla fine di questo viaggio ci sia una rinascita.
Queste riflessioni, a fine laboratorio, sono condivise dai partecipanti anche grazie a due brevi interventi di Martina Treu (Università IULM) e Luca Ciabarri (Università Statale). Entrambi sottolineano il valore simbolico del laboratorio nell’ambito del W.A.D., la portata universale del tema scelto, le tematiche comuni ai rispettivi ambiti di ricerca, l’importanza della giornata e nello specifico di un’esperienza emotiva ed esperienziale diretta, che coinvolge persone di diversa età, provenienza e formazione.
L’antropologo Luca Ciabarri in particolare evidenzia i punti di risonanza fra il tema scelto per il W.A.D quest’anno, e per il laboratorio, e le sue ricerche: espone brevemente il lavoro in corso da molti anni nella zona di Milano per la costruzione di un archivio digitale di storie raccontate da migranti, profughi, richiedenti asilo, soprattutto giovani, arrivati per mare dal Corno d’Africa. Descrive un tessuto urbano complesso e frastagliato, intessuto di storie spesso silenziose, di persone che solitamente non si fermano qui, ma continuano il viaggio. Milano non è un posto di ampia ospitalità e non è la destinazione finale per molti migranti che spesso girano per l’Europa, si fermano un poco, talvolta ritornano. Quello che è visto inizialmente come un punto di approdo e di salvezza dove ricostruire la vita non permette sempre di mettere delle ancore. La migrazione ci rivela come le nostre società siano inospitali per tutti.
Sul modello dell’archivio tedesco “We Refugees” gli antropologi milanesi stanno costruendo un archivio digitale della migrazione, dove raccogliere storie e testimonianze poco visibili, dove depositare una memoria collettiva, come nei Musei delle migrazioni sparsi per il pianeta. Per molto tempo il fenomeno migratorio (anche degli stessi italiani) è stato negato, sminuito, rimosso: fa fatica a entrare nella cosiddetta “Storia” che ancora oggi viene scritta e insegnata nelle scuole, spesso costruita su schemi nazionali. Nel passato si è attuata una ‘normalizzazione’ della storia. La sedentarietà è la norma che viene registrata, le altre situazioni no. Da non sottovalutare è anche il peso della vergogna, in tutte le forme, nel trattare questi temi.
La migrazione viene spesso narrata e rappresentata come un eterno presente; è invece necessario collocarla in uno spazio pubblico di memorie condivise. Ci si scontra con la difficoltà di produrre un discorso pubblico, non privato, con la difficoltà di collocarla in una storia più ampia – sciogliere nodi che si accumulano nel corso del tempo.
Un’altra esigenza condivisa è portare le voci dirette delle persone coinvolte in queste vicende, anch’esse da includere nell’archivio (che diviene quindi un ‘Deposito di voci’). Il che vuol dire non solo far parlare una persona, ma pensare a una costruzione che coinvolga tutti, a uno spazio in cui le storie possono trovare un riconoscimento, farsi memoria e storia, non cadere nell’oblio, farsi ascoltare. Non si tratta di accogliere una voce che parla da sola, ma di creare spazi comuni di ascolto Occorre lavorare sulla voce collettiva, sull’esigenza di liberarsi dal senso di vergogna, sulla volontà di rendersi visibile, di cambiare se stessi e la propria identità, attraverso il racconto e la propria espressività. Nel caso dei migranti il riconoscimento è prima di tutto con le rispettive comunità in evoluzione, disperse in tutto il mondo. Chi parte solitamente causa una frattura molto forte con la propria famiglia, aggravata spesso dalle difficoltà del viaggio, comprese le richieste di riscatto da parte dei trafficanti libici. E la condizione precaria dei migranti non facilita un percorso che presupponga una certa tranquillità e che consenta una prospettiva sul futuro.
Un esempio e un modello, seppur lontano, si può indicare nella storia di Behrouz Boochani, profugo curdo iraniano rimasto a lungo detenuto in un ‘campo’ su un’isola al largo dell’Australia dove le garanzie sono sospese, attenuate (i centri italiani in Albania copiano quel modello). I suoi messaggi whatsapp, inizialmente mandati ad amici, sono stati pubblicati prima nel giornale inglese The Guardian e poi in due libri: Nessun amico se non le montagne,e Libertà solo libertà. La sua è una voce importante che denuncia le condizioni dei profughi – non solo in Australia, ma anche in Libia dove i centri di detenzione sono ancora più duri – un esempio che pone la questione centrale: queste storie, se sono di dominio pubblico, possono essere una base, una testimonianza di violenza e sofferenza, ma anche uno strumento, un modo di chiedere giustizia e creare i presupposti per un futuro diverso.
Martina Treu e Tiziana Bergamaschi
Il Workshop teatrale “Il viaggio di io” si è tenuto per il World Anthropology Day 2026 il 27 febbraio 2026, Isolacasateatro a Milano. Fotografia per gentile concessione delle autrici.



