Pubblicato il 16 Luglio 2026
Sempre connessi, sempre più soli: il paradosso della vita super moderna
di Daria Romano

Nel 1986 la casa editrice francese Hachette pubblicava Un ethnologue dans le métro, seguito nel 1992 da Non luoghi pubblicato per Le Seuil, studi etnografici sulla metropolitana di Parigi e gli spazi pubblici firmati dall’antropologo Marc Augé, ormai passato alla storia. Rileggere oggi questi testi produce un effetto paradossale: il via-vai nel metrò degli anni ’80 come simbolo dell’alienazione urbana mette in luce un grado d’interazione umana che, con le nuove app per i trasporti, non c’è nemmeno più. Modernissimi, ipermoderni e probabilmente sempre connessi, siamo sempre più soli.
Con le sue ricerche, Augé aveva dato inizio al filone di studi della surmodernité, generando l’ormai acquisito neologismo non-luoghi. Augé aveva raccontato l’enorme metrò della capitale francese che, con le sue quattordici linee e più di trecento stazioni, “si attraversa ma non si abita”, acquisendo un significato solo in base all’esperienza personale del suo singolo utente:
«Insomma, ci sono sempre state delle stazioni di metro della mia vita scolastica, professionale, familiare. (…) In questo i miei itinerari sono simili a quelli degli altri al cui fianco mi trovo tutti i giorni nel metrò senza sapere che scuola hanno frequentato, dove hanno vissuto e lavorato, da dove vengono e dove vanno, mentre i nostri sguardi si incontrano e si distolgono, a volte dopo essersi attardati un istante. Le linee del metrò, infatti, come quelle della mano, si incrociano; non solo sulla mappa ove si spiega e si ordina l’intreccio dei loro percorsi multicolori, ma nella vita e nella testa di ciascuno.»
Eppure, facendo un passo indietro, sembra che l’anonimo non luogo metropolitano, con la sua eccessiva mobilità, possieda in realtà una propria identità più che stabile, caratterizzata proprio dal transito e dall’incontro episodico come esperienza quotidiana. Per quanto impersonale, il vagone sa, quindi, ancora di collettività, con uno spazio, un tragitto e una temporalità condivisi.
Nel metrò di Augé gli individui non necessariamente si conoscono, ma sicuramente si riconoscono: sono i volti assonnati alla fermata sotto casa, il giornale spiegazzato, lo zainetto blu, i capelli intrecciati, gli occhiali da sole, ad esempio, che si notano solo quando assenti. Il trasporto pubblico genera così una forma minima ma concreta di comunità urbana, costituita da membri i quali rapporti sono individuabili negli impercettibili, muti e confortanti tratti di riconoscimento reciproci.
È proprio questa dimensione collettiva che colpisce maggiormente me, lettrice contemporanea, per difetto e non per eccesso, direbbe un matematico. Se non nella metro, se non nel pullman, dove possiamo ancora percepire strascichi di simili dinamiche sociali, che rivelano l’umanità semplice di ognuno di noi?
«Nell’indagine etnologica dei giorni nostri è cambiato il contesto, che oggi si è allo stesso tempo ampliato (globalizzato) e interiorizzato (grazie all’intervento delle tecnologie della comunicazione)» ha risposto in parte Augé nell’introduzione all’edizione italiana del 2010 dello stesso libro.
Insomma, a distanza di una trentina d’anni, le cose sono cambiate perché se la metropolitana parigina degli anni ‘80 era certamente un non luogo, era tuttavia anche uno spazio di coesistenza. Seppure le persone non condividessero necessariamente valori, idee o relazioni, finivano pur sempre per condividere almeno un tragitto e sperimentare quella forma di prossimità umana che il digitale tende sempre più a sostituire con una ridotta ‘aggregazione’.
A conferma e testimonianza di tutto quanto detto, i tratti originari attribuiti da Augé al non luogo – permanenza breve, finalità di spostamento, ottimizzazione del tempo, anonimato, standardizzazione e riconoscibilità globale – non sono scomparsi nei mezzi di trasporto; al contrario, si sono radicalizzati.
A cambiare è stata la dimensione collettiva: si prenota, si paga e si valuta tramite app; conducente e passeggero si incontrano come profili. Il grado di anonimato viene esteso ai massimi livelli e l’incontro umano ridotto a funzione temporanea. Il risultato dell’equazione è lampante e porta all’impennata degli utilizzi di Uber, o di qualunque genere di app per il trasporto on-demand.
Rileggere oggi Augé, con l’aiuto di un piccolo ma proficuo sforzo di pensiero, mi riaccende un fioco barlume che, personalmente, si tramuta in pochi attimi in dubbio: ma quand’è stata l’ultima volta che ho davvero incontrato qualcuno?
Daria Romano
Marc Augé, Nonluoghi, 2024 (1a edizione italiana 1993) Elèuthera
Marc Augé, Un etnologo nel metrò, 2023 (1a edizione italiana 1992) Elèuthera



