Pubblicato il 11 Giugno 2026

Dov’è finita la Sinistra? Come possiamo capire la Destra?

di Aurora Chialastri e Federica Michis

Mentre le parole che Gaber cantava alla metà degli anni ‘90, le sue strofe “Cos’è la destra? Cos’e la sinistra?”, risuonano ancora nelle radio e nelle playlist di oggi, proponiamo una lettura in parallelo di due numeri della Rivista di Antropologia Contemporanea (RAC) titolati Sinistre e popoli e Antropologia e cultura di destra usciti per la casa editrice Il Mulino nel 2025. Pensiamo che le ricerche sul campo e le riflessioni originali che contengono possano fornire chiavi di lettura nuove per capire la realtà sociale in campo in Italia. Gli studi pubblicati si concentrano infatti sull’analisi del rapporto tra la sinistra, o per meglio dire le sinistre, le destre, l’elettorato e la società in generale cercando di capire dov’è finito il concetto di “popolo”.

In questi contributi, con un approccio multidisciplinare che completa le qualità etnografiche, si è cercato di andare oltre le sterili semplificazioni che ad oggi si riconoscono in numerosi discorsi politici per indagare la complessità di questa apparente crisi della sinistra e della sua classe popolare.

In Sinistra e Popoli, numero curato da Lorenzo Urbano e Antonio Vesco (Il Mulino, 2025), emerge quanto la sinistra, in particolare, sembra aver perso la capacità sia di aggregare una base elettorale solida per la quale costruire una progettualità politica, sia di aver perso la sua storica capacità di aggregazione interna. La sinistra inoltre, viene accusata di guardare ai problemi di minoranze che diventano elitarie e di non riuscire ad intercettare i reali bisogni sociali. Il risultato è che, nel momento in cui manca un’azione concreta di recepimento dei problemi nei programmi politici di sinistra, subentra la rappresentanza di destra. Dagli studi emerge anche una semplificazione eccessiva della sinistra che non tiene conto dei mutamenti recenti della sua stessa base elettorale, che ad oggi fatica a definirsi come un tutt’uno. Vediamo piuttosto, nei contributi dei vari ricercatori e ricercatrici, che la realtà sociale italiana è composta da masse più frammentate che mai, come mostra bene l’esempio di Portelli nel passaggio “dal rosso al nero” della storica classe operaia di Terni.

Se dunque non si può più parlare di una sola sinistra e di un unico popolo, si rende esplicito l’intento di non dare visioni univoche dei due concetti, ma di abitare la loro ambiguità. Come si definiscono allora le figure politiche che fanno parte di questa ampia sinistra plurale? A quale “popolo” parlano? Il consenso può essere riguadagnato attraverso la costruzione di un popolo?

A partire da queste domande i contributi presentati ampliano le prospettive da cui guardare la resistenza/rottura di questo rapporto. Nelle analisi, viene indagato lo spazio della politica istituzionale attraverso uno sguardo sul populismo del Movimento Cinque Stelle, analizzati casi in Sicilia e a Napoli, riportate realtà del Tirolo austriaco, della Sassonia, di tre stati dell’India e di una città in Brasile. Come detto nella premessa di Urbano e Vesco in Sinistra e Popoli, l’obiettivo non è quello di dare una panoramica completa della pluralità dei due concetti di destra e sinistra, pretesa impossibile da realizzare, ma piuttosto, di identificare alcuni punti di riferimento specifici attraverso etnografie di contesti locali che possano orientare la comprensione di una nuova articolazione della sinistra e del “suo” popolo.

In questo contesto che vede la sinistra tacciata di elitismo, emerge una realtà molto frammentata tra classi sociali, generazioni e contesti diversi, sempre in rapida trasformazione, abitata da sfide quotidiane che interrogano il capitalismo, la globalizzazione e l’ambientalismo. In quest’affanno della sinistra, la lettura fornita riguarda come la destra sia riuscita ad introdursi nelle sue crepe per formare un “popolo della destra”: un discorso sulle sinistre quindi non può essere fatto senza tener conto delle destre.

A questo proposito, il numero successivo della rivista, curato da Vincenzo Matera e Fabio Dei, si occupa di Antropologia e cultura di destra (Il Mulino, 2025). L’operazione condotta non è strettamente speculare a quella di Sinistre e popoli poiché si concentra principalmente su aspetti metodologici e si chiede se l’antropologia possa studiare le culture di una certa destra piuttosto intollerante rispetto alla diversità.

C’è o c’è mai stata un’antropologia di destra? È questa una delle questioni che anima il numero sulle culture di destra e ripercorre la storia della disciplina per capire l’uso fatto dell’antropologia durante i regimi totalitari, per asserire il potere negli imperi coloniali, per legittimare teorie razziali e/o per esaltare valori “tradizionali” nell’esercizio del potere.

Come ricorda Matera, l’antropologia, per sua natura, esercita il dubbio critico e vuole mostrare il carattere storico, particolare e relativo della cultura e questo relativismo antropologico rappresenta la sua più grande forza, ma anche la sua l’intrinseca debolezza, che può quindi essere strumentalizzata. Sulla stessa linea di Matera, e in sintonia con il tentativo ironico di Gaber di ricostruire cosa sia di destra e cosa sia di sinistra, Dei nota come vari temi dell’antropologia siano stati usati a vantaggio di fazioni politiche diverse, persino opposte. Ad esempio, nei casi in cui un’ “identità indigena” sia rivendicata a sinistra per sostenere la pari dignità dei “popoli nativi”, lo stesso concetto si trasforma a destra e diventa razzismo differenzialista, utilizzato da movimenti xenofobi e di estrema destra. Allo stesso modo, alcune tematiche sono migrate da destra verso sinistra come il primitivismo, che rifiuta la modernità e predica un ritorno alla natura, un tempo baluardo della  destra antimodernista, si è spostato verso una sinistra ecologica radicale controculturale, con il rischio di promuovere nuovi radicalismi identitari non utili alla vita in comune e democratica.

I dodici articoli di Antropologia e cultura di destra sono molto sensibili al clima politico e culturale contemporaneo e lo saldano con una lettura antropologica che mantiene una profondità storica, anche rispetto alla storia della disciplina in Italia e in particolare rispetto all’antropologia dei processi di patrimonializzazione. L’articolo di Palumbo offre una critica all’attuale entusiasmo per il patrimonio culturale che si connetterebbe alle ideologie delle nuove destre globali, le quali utilizzano il patrimonio come strumento di affermazione identitaria e di controllo. La critica di Palumbo e le posizioni non riduzionistiche di Dei offrono uno spaccato su un dibattito politico vivace e fruttuoso.

Dunque la risposta alla domanda iniziale se è esistita o esiste una cultura di destra? è sì, ma è necessario ricostruire e comprendere le genealogie culturali e storiche che la informano. Antropologia e cultura di destra rappresenta dunque un’operazione preliminare e necessaria affinché possa esserci un destre e popoli che metta: «al centro dell’attenzione etnografica quei ceti medi sottoposti a stress sociale, alla «paura» e al risentimento che della cultura di destra, se non di un nuovo fascismo, rappresentano la base potenziale».

Infine, a chi magari non vota e continua a domandarsi il senso della destra, della sinistra e della politica contemporanee, possiamo suggerire di leggere la terza via indicata da Michael Herzfeld in Sinistre e popoli, ovvero la via media militante (link qui) nella quale una società davvero inclusiva accetta anche il dissenso. Per farlo, evita due estremi: l’illusione che la scienza risolva ogni problema umano e l’errore di credere che nella frammentazione sociale non esista una base di valori comuni. E con l’augurio che le prospettive antropologiche possano ispirare anche qualche esponente dei nostri partiti politici!

Federica Michis e Aurora Chialastri

Articolo citato:

Michael Herzfeld, Non è il momento di cedere ai nostri valori. La “via media militante” al momento della crisi, in Sinistre e Popoli,  Rivista di Antropologia Contemporanea, Il Mulino, Fascicolo 2/2025, pp.293-302, doi: 10.48272/119978

Link ai numeri delle riviste:

Lorenzo Urbano e Antonio Vesco (a cura di), Sinistre e popoli, Rivista di Antropologia Contemporanea 1/2025, pp. 3-257, doi 10.48272/118419 (link qui)

Vincenzo Matera e Fabio Dei (a cura di), Antropologia e cultura di destra, Rivista di Antropologia Contemporanea 2/2025, pp. 267-494,doi: 10.48272/119977 (link qui)

Condividi l'articolo sui tuoi Social!

LaRivistaCulturale.com è Media Partner di AnthroDay 2026. Cliccare per maggiori informazioni sugli eventi in programma a Febbraio e Marzo 2026 a Milano, Torino e Roma

SULLA RIVISTA

LaRivistaCulturale.com è uno spazio di mediazione culturale: porta fuori dall’accademia temi e prospettive complesse, rendendole accessibili al pubblico, senza rinunciare al rigore.

I testi sono selezionati con cura dalla direzione, firmati da autori e autrici del mondo universitario e offerti a lettrici e lettori col cuore.

L’arte accompagna i contenuti, trasformando idee complesse in esperienze visive e cognitive.

“Curated, non peer-reviewed”

Ultimi articoli