Pubblicato il 11 Giugno 2026

Dov’è finita la Sinistra? Come possiamo capire la Destra?

di Aurora Chialastri e Federica Michis

Le parole che Gaber cantava alla metà degli anni ‘90, le sue strofe “Cos’è la destra? Cos’e la sinistra?”, risuonano ancora nelle radio e nelle playlist; oggi invece questo tema di destra e sinistra ha interrogato due numeri di una rivista di spicco della ricerca antropologica italiana per aiutarci a capire la realtà sociale in campo in vista delle prossime elezioni politiche, previste per la Primavera 2027. La Rivista Antropologia Contemporanea (RAC) titolati “Sinistre e popoli” e “Antropologia e cultura di destra” usciti per la casa editrice Il Mulino nel 2025, si dedica infatti all’analisi del rapporto tra la sinistra, o per meglio dire le sinistre, le destre ed un elettorato che trasforma la società studiata in “popolo”.

In questi contributi, con un approccio multidisciplinare, accanto alle potenzialità del metodo etnografico, si è cercato di andare oltre le sterili semplificazioni che ad oggi si riconoscono in numerosi discorsi politici, indagando la complessità di questa apparente crisi della sinistra e della sua classe popolare.

La sinistra, in particolare, sembra aver perso la capacità sia di aggregare una base elettorale solida, per la quale costruire progettualità politiche, sia di aggregazione interna. Viene accusata di guardare ai problemi di minoranze che diventano elitarie, di non riuscire ad intercettare i reali bisogni sociali con il risultato che, nel momento in cui manca un’azione di recepimento dei problemi da parte della sinistra subentra la rappresentanza di destra. Una semplificazione che non tiene conto dei mutamenti storici di quella stessa base elettorale, che ad oggi si fatica a definire come un tutt’uno: piuttosto nei contributi dei vari ricercatori e ricercatrici, scopriamo la realtà di masse più frammentate che mai, come mostra l’esempio di Portelli nel passaggio “dal rosso al nero” della storica classe operaia di Terni.

Se non si può più parlare di una sola sinistra e di un unico popolo, si rende esplicito l’intento dell’antropologia di non dare visioni univoche dei due concetti, ma di abitare la loro ambiguità. Come si definiscono allora le figure politiche che fanno parte di questa ampia sinistra plurale? A quale “popolo” parlano? Il consenso può essere ricostruito attraverso la costruzione di un popolo?

A partire da queste domande i contributi ampliano le prospettive da cui guardare la resistenza/rottura di questo rapporto. Indagando lo spazio della politica istituzionale attraverso, per esempio, uno sguardo sul populismo del Movimento Cinque Stelle; ma anche quello di una politica parallela fatta di movimenti ed esperienze collettive fuori, se non in diretta opposizione, alla politica dei partiti: indagati nello specifico in due etnografie che guardano alla Sicilia e Napoli. Non limitandosi all’Italia, l’editoriale inserisce anche etnografie di casi esemplari del Tirolo austriaco e della Sassonia, la città di Salvador (Brasile) e tre stati dell’India. Come detto nella premessa a Sinistra e Popoli di Lorenzo Urbano e Antonio Vesco (Il Mulino, 2025), l’obiettivo non è quello di dare una panoramica completa della pluralità dei due concetti, pretesa impossibile da realizzare, ma piuttosto, attraverso etnografie di contesti locali e specifici, di identificare alcuni punti di riferimento specifici che possano orientare la comprensione  di una nuova articolazione della sinistra e del “suo” popolo.

Tra accuse di elitarismo, populismi, classi sociali frammentate, capitalismo, globalizzazione, ambientalismo e rapide trasformazioni locali, sembra quindi che la destra sia riuscita ad introdursi nelle crepe della sinistra per formare un “popolo della destra”. Un discorso sulle sinistre quindi non può essere fatto senza tener conto delle destre. A questo proposito il numero successivo della rivista, curato da Vincenzo Matera e Fabio Dei, si occupa di Antropologia e cultura di destra (Il Mulino, 2025). L’operazione condotta non è strettamente speculare a quella di “Sinistre e popoli”, poiché si concentra principalmente su aspetti metodologici: ci si chiede se l’antropologia possa studiare le culture di una certa destra piuttosto intollerante rispetto alla diversità.

C’è o c’è mai stata un’antropologia di destra? È questa una delle questioni che anima il numero, per trovare risposta è necessario ripercorre la storia della disciplina ponendo una particolare attenzione all’uso che ne è stato fatto durante i regimi totalitari e per asserire il potere degli imperi coloniali, ma si deve guardare anche al modo in cui è stata utilizzata per legittimare teorie razziali o esaltare valori tradizionali per l’esercizio del potere.

Il relativismo antropologico rappresenta la più grande forza, ma anche un’intrinseca debolezza della disciplina. Matera ricorda come l’antropologia, per sua natura, esercita il dubbio critico e vuole mostrare il carattere storico, particolare e relativo della cultura. Sulla stessa linea di Matera e in sintonia con il tentativo, anche ironico, di Gaber di ricostruire cosa sia di destra e cosa sia di sinistra, Dei nota come vari temi dell’antropologia siano stati usati a vantaggio di fazioni politiche diverse, persino opposte. L’ “identità indigena”, rivendicata a sinistra per sostenere la pari dignità dei “popoli nativi”, con il razzismo differenzialista si gira verso destra e viene utilizzata da movimenti xenofobi e di estrema destra. Allo stesso modo, alcune tematiche sono migrate da destra verso sinistra: il primitivismo, prima baluardo di una destra antimodernista, si sposta verso la sinistra controculturale, con il rischio di promuovere gli effetti di un radicalismo identitario, non utile alla vita democratica.

L’antidoto a questo rischio si troverebbe in un recupero del concetto di cultura e nell’uso di un metodo che mantenga un certo rigore scientifico. La domanda che conduce le ricerche pubblicate nel volume sulle destre si pone in questi termini: è esistita o esiste una cultura di destra? La risposta è sì, ma è necessario ricostruire e comprendere le genealogie culturali che la informano, e sono molti i contributi del numero che fanno una ricostruzione storica in maniera accurata. “Antropologia e cultura di destra” rappresenta dunque un’operazione preliminare e necessaria affinché possa esserci un “destre e popoli” che metta: «[…] al centro dell’attenzione etnografica quei ceti medi sottoposti a stress sociale, alla «paura» e al risentimento che della cultura di destra, se non di un nuovo fascismo, rappresentano la base potenziale».

I dodici articoli di “Antropologia e cultura di destra” sono molto sensibili al clima politico e culturale contemporaneo e lo saldano con una lettura antropologica che mantiene una profondità storica, anche rispetto alla storia della disciplina in Italia e in particolare rispetto all’antropologia dei processi patrimoniali. L’articolo di Palumbo offre una critica all’attuale entusiasmo per il patrimonio culturale che si connetterebbe alle ideologie delle nuove destre globali, le quali utilizzano il patrimonio come strumento di affermazione identitaria e di controllo. La critica di Palumbo e le posizioni non riduzionistiche di Dei offrono uno spaccato su un dibattito politico vivace e fruttuoso.

I molti contributi contenuti nei due numeri speciali della Rivista di Antropologia Contemporanea si possono concludere con la sintesi della terza via indicata da Michael Herzfeld, ovvero la via media militante che include anche chi resiste all’inclusione, rifiutando gli eccessi del positivismo e le versioni estreme del relativismo. Vediamo se questa strada antropologica potrà ispirare anche qualche esponente dei nostri partiti politici.

Federica Michis e Aurora Chialastri

Articolo citato:

Michael Herzfeld, Non è il momento di cedere ai nostri valori. La “via media militante” al momento della crisi, in Rivista di Antropologia Contemporanea, Il Mulino, Fascicolo 2/2025, pp.293-302, doi: 10.48272/119978

Link ai numeri delle riviste:

Lorenzo Urbano e Antonio Vesco (a cura di), Sinistre e popoli, Rivista di Antropologia Contemporanea 1/2025, pp. 3-257, doi 10.48272/118419 (link qui)

Vincenzo Matera e Fabio Dei (a cura di), Antropologia e cultura di destra, Rivista di Antropologia Contemporanea 2/2025, pp. 267-494,doi: 10.48272/119977 (link qui)

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