Pubblicato il 24 Giugno 2026
Il Paradosso del Turista: cerca il paradiso e finisce per distruggerlo
di Gianbiagio Parisi

«Le radici profonde non gelano», scriveva Tolkien e forse aveva ragione, ma credo che in cuor suo sapesse anche lui che possono essere vendute. Possono essere trasformate in un marchio, in un itinerario esperienziale, in un borgo autentico da visitare nel fine settimana o in una spiaggia mediterranea da fotografare prima che lo facciano gli altri. Possono diventare un hashtag, un pacchetto vacanze, una strategia di marketing. È questa la provocazione che mi ha accompagnato per tutta la lettura di Turismo di massa e usura del mondo (Eleuthèra, 2026) del sociologo Rodolphe Christin. Perché il libro, in fondo, non parla davvero di turismo, o meglio, parla del turismo per raccontare qualcosa di molto più inquietante, cioè il modo in cui il capitalismo ha imparato a trasformare il nostro desiderio di autenticità in una merce.
Il paradosso è tanto semplice quanto brutale. Cerchiamo il paradiso e finiamo per distruggerlo. Cerchiamo luoghi incontaminati e li trasformiamo in destinazioni. Cerchiamo comunità autentiche e le costringiamo a mettere in scena la propria autenticità davanti ai nostri occhi. Persino il bisogno di evasione, che immaginiamo profondamente personale, finisce per seguire itinerari prestabiliti, classifiche online e consigli algoritmici in cui l’altrove diventa un prodotto come un altro. La forza del libro sta proprio qui. Christin non se la prende con il turista, non indulge nel moralismo né propone improbabili versioni etiche del turismo di massa, il bersaglio è alla radice, è quell’immaginario che ci convince che vivere significhi muoversi continuamente e che restare equivalga a fallire.
Il viaggio smette così di essere un’eccezione e diventa una norma sociale, quasi un dovere, mentre il radicamento viene guardato con sospetto, come il residuo di un passato provinciale da cui emanciparsi. Ed è forse in questa ossessione per il movimento che il libro trova le sue pagine più convincenti.
Non perché inviti a non partire, non c’è alcun attaccamento allo scoglio, ci obbliga soltanto a chiederci cosa stiamo davvero cercando ogni volta che partiamo: una fuga? Una pausa? O semplicemente un’altra occasione di consumo? Se il lavoro produce merci, il tempo libero sembra ormai destinato a consumarle, e il turismo ne rappresenta una delle espressioni più
compiute.
Anche quando affronta il turismo sessuale, Christin evita accuratamente la facile indignazione. Ci mostra invece un mercato in cui non vengono comprati soltanto corpi, ma esperienze, fantasie di alterità, rapporti di potere e illusioni di autenticità. Cambia l’oggetto dello scambio, non la logica che lo governa. È la stessa dinamica che trasforma una foresta in uno scenario, una montagna in un set fotografico o un quartiere popolare in una destinazione da vivere per quarantotto ore prima di tornare a casa. Alla fine si ha quasi l’impressione che il turismo consumi soprattutto la nostra capacità di abitare il mondo.
Convinti che il senso si trovi sempre altrove, finiamo per impoverire il vicino, il quotidiano, ciò che ci circonda. Inseguiamo incessantemente luoghi autentici senza accorgerci che è proprio questa ricerca compulsiva a renderli sempre meno autentici.
Più che offrire risposte, l’autore pone una domanda: cosa accadrebbe se smettessimo di considerare il mondo come qualcosa da attraversare e ricominciassimo, invece, a considerarlo come qualcosa da abitare? È una domanda radicale, forse persino irrealistica. Ma è anche la ragione per cui Turismo di massa e usura del mondo (Eltèuthera) merita di essere letto: perché riesce ancora a incrinare una delle certezze più profonde del nostro tempo: quella secondo cui muoversi significhi, automaticamente, essere più liberi.
Gianbiagio Parisi
Per approfondire: Rodolphe Christin, Turismo di massa e usura del mondo, Elèuthera 2026 (link qui)



