Pubblicato il 4 Luglio 2026
Prima di avere un corpo, siamo un corpo
di Valentina Mancino e Caterina Stefanelli

Cosa intendiamo davvero quando diciamo che qualcuno “sta male”? Chi ha il potere di definirlo? In nome di quale sapere? Chiusa nel lessico medico, la malattia ha perso la sua dimensione umana. Analizzato, misurato, scannerizzato, troppo spesso il corpo si separa dal soggetto e dall’esperienza vissuta, reale, della sofferenza. Questa l’importanza di una disciplina come l’antropologia medica, che riporta al centro della sua riflessione l’essere umano come “corpo pensante”.
Giovanni Pizza, in Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo (nuova edizione Carocci, 2026), racchiude alcune delle istanze fondamentali di questa branca della disciplina antropologica. Facendo tesoro dell’esperienza personale di studio, ricerca e insegnamento l’autore propone un testo che non ha la sistematicità asettica di un classico manuale. Fin dalle sue prime pagine, il volume ci spinge a prendere consapevolezza della complessità che si nasconde dietro a concetti apparentemente noti come corpo, salute e malattia. Con un approccio più discorsivo che nozionistico, Pizza riesce a varcare i confini dell’accademia senza tradirne il rigore, scrivendo un testo utile anche per coloro che non hanno una formazione antropologica specializzata, in particolare operatori sanitari del settore medico-professionale.
L’autore ci invita a ripensare la dimensione medica occidentale attraverso una prospettiva fortemente politica, evidente soprattutto nella seconda delle tre parti in cui è suddiviso il volume. Con una chiave di lettura apertamente gramsciana, i capitoli centrali ci accompagnano nell’analisi dei rapporti sociali, economici e, appunto, politici che si celano dietro le definizioni delle malattie. L’interesse delle case farmaceutiche, l’invenzione della cosiddetta “medicina popolare” come contraltare a quella ufficiale, l’istituzionalizzazione della gestione pubblica dei corpi sono alcuni dei temi fondamentali del testo.
Pizza riesce a immergere con naturalezza lettrici e lettori in alcune delle questioni essenziali dell’antropologia medica, spingendo a prendere consapevolezza del carattere storicamente e culturalmente costruito di ciascun sapere, anche di uno apparentemente “oggettivo” come quello scientifico.
Nella terza e ultima parte, Pizza passa ad affrontare le modalità attraverso cui il malessere viene concepito e gestito, i modi con cui gli si dà un senso e con cui si tenta di curarlo. Laddove la medicina occidentale tende sempre più a oggettivare i corpi e privarli della loro personalità, l’antropologia medica ci ricorda che, prima ancora di avere un corpo, tutti noi siamo un corpo. Torna qui al centro la questione dell’“umanità”, che sembra racchiudere tutti gli argomenti affrontati nei capitoli precedenti. Da non confondere con gli approcci “umanizzanti” della biomedicina di inizio 2000, che l’autore critica nel paragrafo conclusivo, intitolato appunto Il “metodo umano”. Pur con le migliori intenzioni, questi approcci finiscono infatti per ridursi a una mera questione di empatia nel rapporto duale medico-paziente, senza rimettere in discussione i significati sociopolitici e i rapporti di forza alla base di quel rapporto.
Al contrario, scrive Pizza, “ciò che conta perché si avvii un reale processo di trasformazione dell’ordine costituito del discorso e della pratica biomedica è la messa in discussione della propria identità e dei presupposti e degli assunti fondamentali su cui si regge il proprio sapere”.
Desideriamo concludere con un’apertura positiva che dimostra che oggi, seppur timidamente, qualcosa negli ospedali ha cominciato a muoversi. Il 19 marzo 2025, presso il Policlinico “L. Di Liegro” di Roma, è nato il BRIDGE – Bioethical Committee for Relationships of Dignity and Guidance in End-of-Life Care: un comitato interprofessionale, laico e interreligioso che riunisce esperti sanitari, giuristi, umanisti ed esponenti religiosi per promuovere il dialogo e la riflessione sulla dignità della relazione nel fine vita. Al tavolo siedono figure che raramente si trovano in una stessa stanza: chirurghi e rabbini, procuratori della Repubblica e abati buddhisti, antropologi e palliativisti.
Il nome non è casuale: bridge significa ponte, ed è esattamente quello che questo comitato prova a costruire – tra discipline, tradizioni e linguaggi che troppo spesso si ignorano a vicenda. L’obiettivo del BRIDGE è produrre strumenti concreti per gli operatori sanitari e giuridici, con particolare attenzione alle differenze religiose e alle migliori pratiche per garantire un’assistenza etica e rispettosa della persona. È, in fondo, una risposta tangibile a qualcosa che Pizza invocava già vent’anni fa: l’attenzione per l’esperienza vissuta, concreta, dei rapporti di cura e la prova che l’interdisciplinarietà vera può trovare spazio anche dentro alle corsie di un ospedale.
Valentina Mancino e Caterina Stefanelli
Giovanni Pizza, Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo. Nuova edizione, Carocci, 2026



