Pubblicato il 29 Luglio 2026
Odessa, la presenza assenza della guerra
di Lorenzo Vecchio

A Odessa, città ucraina sul Mar Nero, la straordinarietà della guerra si mescola con scene di vita quotidiane: palazzi distrutti, generatori di corrente, coprifuoco e segni militari convivono con il lavoro, la cura dello spazio, i momenti di svago e le relazioni sociali e famigliari.
La guerra non appare attraverso segni evidenti, ma compare come uno strappo nella tela, come una frizione della quotidianità. Si insinua negli angoli delle piazze, negli interstizi della fitta rete sociale del quotidiano. È un generatore di corrente che rovina il silenzio del giardino; è l’ecomostro carbonizzato sulla riva del mare; è quel pianoforte solitario sulla strada alberata al municipio; è la sirena che stona la chiacchierata con un amico; è la transenna che circonda un palazzo esploso; è il murale di un gatto che cattura i droni con la rete da pesca; è un ragazzo strappato dalla strada per un reclutamento forzato; è il profumo dei fiori che circonda un memoriale della resistenza.
E questo conflitto non riscrive soltanto il presente della città, ma interviene anche sul passato. Di russo, almeno nello spazio monumentale e istituzionale, non sembra essere rimasto quasi nulla. Osservando le immagini degli anni passati, si nota come le scritte sui monumenti e sui memoriali di guerra fossero per lo più in cirillico russo e come la lingua predominante fosse quella del vicino che oggi è divenuto aggressore. Da diversi anni, ormai, le iscrizioni sono state tradotte tutte in ucraino. È una forma di cancel culture che ha riscritto le regole del gioco.
Le iconografie sovietiche sono state rimosse e alcuni dei principali riferimenti imperiali sostituiti da simboli dell’Ucraina e della resistenza. La statua di Caterina II, considerata fondatrice della città moderna e un tempo collocata a poche decine di metri dalla celebre scalinata Potëmkin, è stata trasferita in un deposito municipale. Al suo posto, una grande bandiera gialla e azzurra. Tutt’attorno, infinite bandierine e fotografie di soldati vittime della guerra ricostruiscono simbolicamente un mausoleo degli eroi (Heròyam). Del passato, resta solo l’alone scuro delle antiche lettere che, come un fantasma, fa memoria della presenza russa nella vita quotidiana.
In generale, la città appare molto curata. I giardini sono rigogliosi, verdi e pieni di fiori. Una delle piazze centrali, poco distante dal porto, dall’università, dal teatro e dalle principali attrazioni cittadine, risplende di un verde lucidissimo, arricchito da strutture decorative in acciaio, statue e locali. Ma in tempo di guerra non è facile mantenere in piedi questo patrimonio. In città, l’attenzione e la cura per l’ambiente lasciano spazio alla mancanza di fondi per curarla a dovere. I palazzi e i quartieri arricchiti di decori ottocenteschi appaiono usurati dal tempo.
Ma i segni della guerra non sono solo segni “visibili”, o “presenze”: sono, il più delle volte, assenze. Assenza di uomini, di maschi in età di leva: dai ventisei anni in poi, la mobilitazione incombe perché è il momento di servire il proprio paese. E per le strade, quasi solo donne che lavorano, passeggiano o guidano. Ricoprono quei ruoli che un tempo svolgevano gli uomini, ora impegnati al fronte, nelle dogane, nei rifornimenti o nell’addestramento. Anche l’amministrazione locale e gli uffici del municipio sono sostenuti in larga parte dal lavoro femminile: un’assenza del maschile che rende la guerra presente.
La popolazione, subissata di allarmi, non si allerta più per il suono assillante di una sirena spiegata. Passeggiando in pieno giorno tra le piazze del centro, o nei giardini comunali, o tra i tanti locali per strada, allo scattare dell’allarme per via di un attacco aereo, le persone continuano a fare esattamente quello che stavano facendo prima. Anche i bambini sembrano rimanere indifferenti: se si ode la sirena mentre sono a scuola, con calma si dirigono verso i rifugi e, giocando e scherzando tra loro, aspettano semplicemente che l’allarme rientri. La vita odessita vive dunque di un ossimoro visibile, udibile, palpabile come il rumore silenzioso della guerra, che può esplodere all’improvviso, portando via con sé la vita dei passanti.

La vita odessita oscilla così tra normalità e stravolgimento, tra quotidianità e straordinarietà, tra la volontà di vivere e la costante prossimità della morte. E gli abitanti affrontano tutto ciò con grande dignità, con la lucidità e la trasparenza che solo chi ha vissuto un dolore così tremendo può comprendere. La presenza assenza della guerra ha travolto ogni cosa, insinuandosi persino negli spazi più intimi dell’esistenza; eppure, gli abitanti hanno imparato a ricostruire la vita dentro di essa, impedendo alla violenza di diventarne l’unica misura, impendendo al rumore di diventare frastuono.
Lorenzo Vecchio
Le fotografie di Odessa in primavera 2026 sono pubblicate per gentile concessione dell’autore, Lorenzo Vecchio. La fotografia in copertina ritrae il cortile alberato di una scuola con tante piccole sedie vuote disposte a semicerchio, con una sedia ancora più piccola, messa di traverso, come ad indicare i posti da prendere per un’attività di gruppo. Le sedie sono vuote perché l’allarme per scendere ai ripari è scattato mentre l’autore si trovava nella scuola ed ha fotografato il cortile subito prima di scendere anche lui.




