Pubblicato il 17 Ottobre 2026

Perché siamo obesi?

di Michele Fontefrancesco

I biomarcatori raccontano la fisiologia, ma sono la classe sociale, la forma delle città e l’assenza di tempo a definire chi ingrassa. Un fondamentale studio scientifico internazionale rivoluziona l’approccio alla pandemia del secolo. 

Negli ultimi decenni, la medicina e la salute pubblica hanno affrontato l’obesità come se fosse un enigma da risolvere dentro una provetta o un fallimento morale da correggere sul piano individuale. Abbiamo misurato l’Indice di Massa Corporea (BMI), contato le calorie, analizzato i livelli ematici di leptina e insulina e scandagliato il microbioma intestinale alla ricerca della molecola difettosa o della variante genetica responsabile. Eppure, mentre la ricerca biologica affinava i suoi strumenti, i tassi globali di obesità non hanno smesso di crescere, arrivando a colpire in media il 14% della popolazione mondiale con picchi drammatici che superano il 43% in alcuni Paesi.

Com’è possibile che a fronte di investimenti miliardari la pandemia dei chili di troppo continui a correre inarrestabile? Uno studio sulla letteratura pubblicato pochi giorni fa da Obesity Reviews mette in chiaro come non si possa ridurre tutto ad una risposta biologica. Il contributo, a cui ho partecipato assieme adun team multidisciplinare europeo, evidenzia come l’obesità non sia, infatti, un mero guasto metabolico, ma la traduzione biologica di un cortocircuito sociale, economico e territoriale.

Dal punto di vista antropologico, questo studio scardina il determinismo biologico. Nessun biomarcatore ematico, salivare o genetico, preso singolarmente, possiede, infatti, la capacità di spiegare o prevenire l’esplosione dell’obesità da solo. La biologia umano-organica, con i suoi picchi glicemici, lo stress ossidativo e le citochine infiammatorie, non è la causa prima, ma il registro sul quale si incidono le dinamiche sociali. Il corpo umano agisce come un archivio somatico: incorpora e registra ciò che la struttura socio-economica ha già deciso a monte. Per ciò, analizzando le cause socio-culturali che guidano questa epidemiologia, lo studio dedica un’attenzione fondamentale al foodscape, ovvero il paesaggio alimentare che ci circonda, e all’ambiente urbano costruito.

Più della metà della popolazione mondiale risiede oggi in contesti urbani che si sono strutturati in senso strettamente obesogenico, una caratteristica che si acuisce drasticamente nelle periferie e nei quartieri marginalizzati. Nei contesti abitati da chi dispone di bassi redditi e minori livelli di istruzione formale si verifica il fenomeno ben noto dei “deserti alimentari”: aree urbane sguarnite di mercati di prodotti freschi o aree verdi fruibili, ma saturate da un’alta densità di discount, fast-food e alimenti ultra-processati. In questo scenario, la narrativa neoliberale della libera scelta del consumatore crolla di fronte alla realtà economica. Il prezzo e l’accessibilità del cibo spazzatura, iper-calorico e ricco di grassi o zuccheri raffinati, rappresentano una barriera insormontabile per le fasce meno abbienti, trasformando la possibilità di mangiare sano in un vero e proprio privilegio di classe. A questo si aggiunge la questione cruciale del tempo sociale. Mangiare non richiede solo denaro, ma anche il tempo domestico necessario per la spesa, la cura e la preparazione del cibo. Chi vive in condizioni di lavoro precario, di lungo spostamento urbano o di sovraccarico familiare viene privato di questo tempo e spinto inevitabilmente verso cibi pronti e pro-infiammatori. Infine, lo stress psicologico derivante dall’insicurezza economica e dallo stigma sociale dell’obesità altera il ritmo del cortisolo e la regolazione neuroendocrina, dimostrando come la discriminazione sociale retroalimenti direttamente la sofferenza fisiologica.

Di fronte a una realtà così articolata, lo studio che abbiamo pubblicato lancia un appello per l’adozione di un modello diagnostico e interpretativo olistico, multimodale e integrato. Riconoscere l’obesità come fenomeno multiforme significa smettere di separare la provetta dal quartiere in cui la persona vive. Nella valutazione del rischio clinico, i parametri ematici tradizionali devono essere necessariamente affiancati dalle variabili socio-demografiche e comportamentali: la disponibilità di reddito, la qualità dell’architettura urbana, i ritmi del sonno, lo stress percepito e il tempo reale che le persone hanno a disposizione per la cura di sé. Se il rischio è il prodotto dell’interazione tra l’ospite e il suo ambiente, la prevenzione non può limitarsi a prescrivere diete individuali o a somministrare farmaci per la sazietà.

Per la socio-antropologia del cibo e della salute, questo studio offre un contributo di straordinario valore epistemologico. In primo luogo, dimostra scientificamente il superamento del dualismo tra Natura e Cultura, provando che la biologia e la cultura non sono sfere separate, ma che la fisiologia si modella e prende forma dentro le politiche urbanistiche, i mercati e i rapporti di produzione. In secondo luogo, permette una radicale depenalizzazione della colpa: restituendo l’obesità alle sue matrici strutturali, lo studio toglie il peso dello stigma dalle spalle dell’individuo, smettendo di bollare la condizione come una mancanza di forza di volontà per riconoscerla come la risposta organica a un ambiente sociale malato. Infine, l’articolo promuove una vera alleanza transdisciplinare, mostrando che l’antropologia non è un semplice decoro narrativo per le scienze mediche, ma una disciplina analitica indispensabile. Senza la comprensione del significato sociale del cibo, dei vincoli di classe e delle disuguaglianze territoriali, la medicina resta priva di efficacia sul piano della salute collettiva.

La lezione che consegna il nostro lavoro è dunque chiara: per guarire i corpi dobbiamo curare il sistema. Nessuna pillola e nessuna campagna di colpevolizzazione fermeranno l’epidemia fino a quando non riformeremo i contesti urbani, i prezzi del cibo, i tempi del lavoro e il diritto fondamentale a un’alimentazione sana, sostenibile e accessibile a tutti.

Michele F. Fontefrancesco

Università Cattolica del Sacro Cuore

Referenza dello studio scientifico (Vahid, F. et al. (2026). Established and emerging biomarkers to characterize persons at risk for obesity—Paving the way for targeted clinical intervention trials—A comprehensive position paper. Obesity Reviews, 27(1), e270175. https://doi.org/10.1111/obr.

Immagine: Il Gatto di Fernando Botero, 1987. Photo: Al Sanin, 2013 

Condividi l'articolo sui tuoi Social!

SULLA RIVISTA

LaRivistaCulturale.com è uno spazio di mediazione culturale: porta fuori dall’accademia temi e prospettive complesse, rendendole accessibili al pubblico, senza rinunciare al rigore.

I testi sono selezionati con cura dalla direzione, firmati da autori e autrici del mondo universitario e offerti a lettrici e lettori col cuore.

L’arte accompagna i contenuti, trasformando idee complesse in esperienze visive e cognitive.

“Curated, non peer-reviewed”

Ultimi articoli