Pubblicato il 11 Aprile 2026

Nobiltà e destino di un popolo in “Una psicanalista a Teheran”

di Federico Castiglione

Persia, culla e terreno di quel che permane oggi al nome di Iran (dal nome dei popoli Arya che abitarono le lande montagnose e pianeggianti di questa terra millenni fa). Qui nacque la grande tradizione religiosa del fuoco di Zarathustra, prima fra le gemmazioni proto-monoteistiche al cui bacino attinsero le fedi successive. Sempre qui si nascondono tra le città più aristocratiche, nel senso estetico del termine, di cui l’Asia centrale possa riconoscersi genitrice. Partendo da qui, 2500 anni fa circa, popoli antichi inondarono le pianure gangetiche del subcontinente indiano e, scontrandosi e incontrandosi con le popolazioni locali, diedero origine alla lingua Sanscrita, tutt’ora base e struttura di qualsivoglia idioma Indoeuropeo, compreso l’italiano. Mamnoon Iran!

Una breve presentazione per ricordarci la sofisticata evoluzione di questa civiltà, quella iraniana, per la quale prende adesso la parola Gohar Homayounpour attraverso le pagine del suo nuovo libro Una psicoanalista a Teheran (Raffaello Cortina Editore, 2025). L’autrice, il cui passaggio precedente fu Blues a Teheran (Raffaello Cortina Editore, 2024, che abbiamo recensito qui), in questa straordinaria storia psicoanalitica e culturale ci mostra inizialmente come sia possibile sentirsi preda di quello spaesamento dovuto al vivere tempi e luoghi differenti dentro e fuori di sé. Tornata a Teheran dopo anni passati in America, il dubbio d’aver perduto le radici risuona in ogni pensiero e sensazione.

L’incontro con la stanza d’analisi in veste di psicoanalista, in un paese che si mostra più che disposto ad accoglierne le istanze, genera sentimenti di frontiera, percezioni di un limbo mai superato. Ma la potenza creativa che porta con sé il riconoscimento dell’universalità della sofferenza e del mutamento insito nell’agire umano, permette a quello stesso spaesamento di tramutarsi in curiosità per la propria e l’altrui rappresentazione del mondo. Tanto meglio navigarci in questa contraddizione. Come avrebbe detto Freud, in fondo, “La fuga conduce precisamente a ciò che si fugge”, o dalla poltrona al lettino, per dirla con Gohar.

Altra questione di carattere psicologico e culturale, la psicoanalisi in un paese come l’Iran. Può darsi realmente? Risposta, si.
L’autrice, guardando alla plausibile presenza universale del complesso edipico ne riconosce l’adattamento e l’incorporazione antropologica, poiché pensiero, emozioni, affetti e relazioni non sono altro che simboli incarnati della realtà sociale da cui emergono. Come riporta nel paragrafo seguente:

Secondo la mia ipotesi, la fantasia collettiva iraniana è fissata in un’angoscia di disobbedienza che desidera l’obbedienza assoluta (…). Sappiamo che le leggi sono varate in risposta alla necessità di risolvere determinati problemi posti dalla società. All’interno della storia iraniana, la richiesta di obbedienza assoluta può essere interpretata come una formazione reattiva all’angoscia originata dal potenziale di ribellione racchiuso nella cultura (nel caso presente, i figli). Così, ironia vuole che la nostra cultura – che è, in superficie, di obbedienza assoluta – sia al proprio interno una cultura di ribellione. (p.58)

Raramente si leggono passaggi così densi, profondi, intuitivi. Il paradigma etnocentrico caratteristico delle nostre prestazioni cognitive e comunicative oblitera la complessità in nome di una comprensione telegrafica. Dividendo il mondo in bianco e nero, con fare schizofrenico e isterico per dirla psicologicamente, dimentichiamo il punto di vista altrui, scordiamo le profondità per l’apparenza luccicosa della superficie. E di nuovo, l’autrice ci ricorda che ben poco a suo avviso vi è di peggio della banalità. Per noi, una lezione.

Sotto la coltre di fumo del potere politico, vi è una società, una grande nazione, un popolo che mai nel corso della propria evoluzione storica è rimasto inerme e indifeso di fronte all’intollerabile. Come da modello culturale, la ribellione si sviluppa e fluisce in modi diversi a seconda che la comunità coinvolta attivamente sia, soprattutto “inconsciamente”, pronta a
sostenerne i costi materiali e le possibilità che porta con sé, senza indugiare al momento della gloria.

La fantasia collettiva iraniana è, in definitiva, grandezza incommensurabile. Come solo una nazione così poteva costruire.

“Io non morirò poiché sarò ancora vivo, poiché ho sparso i semi di questa lingua…”
(Firdusi, dal poema Shāh-Nāmeh)

Federico Castiglione

Gohar Homayounpour, Una psicanalista a Teheran, Raffaello Cortina Editore, 2025

Immagine: Meghdad LorpourA Sideview of Waves, 2024 – Dastan Art Gallery, Tehran, Iran

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