Pubblicato il 11 Giugno 2026
Le bombe che cadono sulla Terra distruggendone la crosta ed insinuandosi dentro il suo ventre ignaro, piantano dei semi tossici per decenni, influendo sul futuro e sulla salute di intere generazioni. Inconsapevoli di questo e lontani dai fronti guerra, coltiviamo la precisione millimetrica dei gesti ecologici, separiamo i rifiuti, calcoliamo l’impronta carbonica dei nostri brevi viaggi, compriamo auto ad emissioni controllate e discutiamo, con rigorosa sollecitudine accademica, di obiettivi di azzeramento dell’inquinamento e di energie pulite.
Così, mentre il dibattito pubblico globale si concentra sulle restrizioni burocratiche imposte ai cittadini, alle aziende e alle industrie per contenere l’impatto climatico un’ombra gigantesca e invisibile continua a gravare sul futuro del pianeta: è l’impatto ecologico delle attività militari e dei conflitti armati sulla Terra, peraltro un fattore sistematicamente escluso dai trattati sul clima e ignorato dalle narrative istituzionali sulla sostenibilità.
«La morfologia, la composizione e la biologia del suolo possono essere profondamente modificate dalle attività belliche, sia in tempo di guerra sia in tempo di pace (ad esempio nei poligoni di tiro), e il ripristino completo di alcune caratteristiche può richiedere anni o addirittura secoli. Alcune funzioni del suolo possono essere definitivamente compromesse se non vengono attuate adeguate tecniche di bonifica. Tali tecniche sono spesso estremamente costose, come nel caso della contaminazione da diossine o radionuclidi, e il risanamento può persino imporre la completa rimozione del suolo inquinato e la sua sostituzione con terreno proveniente da altrove.»
Lo studio dimostra che gli ordigni ad alto potenziale non si limitano a distruggere ciò che si trova in superficie; essi rimescolano violentemente gli strati pedologici, invertendo gli orizzonti del suolo e alterando per centinaia di anni la porosità, i cicli dei nutrienti e la complessa architettura sotterranea che sostiene la biodiversità.
In un’altro studio sull’impatto delle bombe nei terreni agricoli in Siria, pubblicato dall’
European University Institute con il titolo Water scarcity, mismanagement and pollution in Syria , Joseph Daher ha mostrato come “l’
agricoltura è stato il settore economico più colpito dalla bombe della guerra, con ripercussioni sull’intera struttura produttiva. La popolazione ha sofferto di carenza d’acqua e inquinamento. Malattie si sono diffuse e i continui aumenti dei prezzi dell’acqua hanno inciso sempre di più sulla spesa delle famiglie in un contesto di costante aumento giornaliero del costo della vita. Inoltre, la scarsità dell’acqua e l’inquinamento hanno costituito seri ostacoli a qualsiasi processo di ricostruzione economica, influendo in particolare sulla produzione agroalimentare e sul benessere della popolazione”.
In quest’ottica la Terra cessa di essere un ecosistema dinamico per trasformarsi in una ferita aperta, nella quale la tossicità dei componenti delle bombe permea i suoi strati profondi, incidendo definitivamente sulle vite e sulle società che pur con difficoltà estreme si vanno ricostruendo nei periodi post-bellici.
Così, quando vediamo nelle notizie le quotidiane macerie delle città e degli edifici distrutti dobbiamo iniziare a metterci in relazione con quei mondi ecologici distrutti ricordandoci che per ora “there is no plan(et) B”.
Melissa Pignatelli