Pubblicato il 15 Maggio 2026

Cos’è la violenza invisibile?

di Lorenzo Vecchio

Ma cos’è, davvero, la violenza? Siamo forse abituati a concepirla solo come qualcosa di necessariamente visibile e tangibile, come corpi feriti, immagini di attacchi aerei, attentati e case distrutte, città ridotte in un cumulo di macerie? Si, questa è la violenza che vediamo in televisione, quella che si manifesta attraverso segni riconoscibili, evidenti, immediati. Ma se non fosse solo questo, ma anche questo?

Se la violenza fosse anche ciò che non è visibile agli occhi? Una lenta sottrazione di sé stessi, profonda e intangibile. E se anche chi non ha mai subito una violenza fisica potesse riconoscere, in forme diverse e certamente meno estreme, qualcosa di quella esperienza? Queste sono solo alcune delle domande che vengono in mente leggendo Dispossession. Anthropological Perspectives on Russia’s War Against Ukraine (Routledge, 2024) , una raccolta di saggi curata da Catherine Wanner sulla guerra in Ucraina.

Il titolo del libro, Dispossession, apre già una domanda sul suo significato. In italiano potremmo tradurlo con “sottrazione”, forse ancora meglio con “privazione” o “espropriazione”, nel senso di una perdita violenta come atto subito e non come passiva constatazione di fatto. Risulta evidente che questo testo parli di violenza, ma il titolo fa riferimento a qualcosa di ben più specifico o forse, ossimoricamente, a qualcosa di ancora più generale.

Ma che cosa c’entra la privazione con la violenza? C’entra perché, come mostrano i contributi raccolti nel volume, la violenza è anzitutto ciò che priva una persona del proprio mondo e, in particolare, di quella capacità di stare nel mondo che gli antropologi chiamano agency.

Violenza significa privazione della casa, ma soprattutto del senso di casa. Significa privazione del tempo, non solo di quello presente, ma anche di quello passato e futuro. Significa non riuscire più a immaginare ciò che verrà, non poter decidere del proprio destino, non avere più pieno controllo della propria vita. La guerra, infatti, colonizza il tempo e lo spazio e, modificando le relazioni, spezza le comunità, interrompe le biografie.

Violenza significa privare della capacità di agire e autodeterminarsi. Significa distruggere le cornici di senso dentro cui una persona interpreta la propria esistenza e presenza nel mondo. Significa instillare ricordi incancellabili, produrre quel senso di colpa che ribalta le responsabilità tra vittima e carnefice, e rovesciare le percezioni più elementari. Significa vivere nel terrore continuo, nell’ansia permanente, nell’attesa di un rumore, di una sirena, di un’esplosione.

Violenza significa sperimentare suoni nuovi e vedere luoghi familiari diventare irriconoscibili. Significa vivere come ordinario il tempo straordinario della guerra. Significa distruggere relazioni solide e a lungo termine per crearne di nuove, spesso provvisorie, fragili, condizionate dall’emergenza. Significa perdere la fiducia negli altri, nelle amicizie, nei vicini di casa, nel futuro, nello Stato e nelle istituzioni.

La seconda parte della raccolta si concentra invece sulle pratiche di resistenza. Anche in questo caso non ci si sofferma su quelle riconoscibili, evidenti, immediate. Perché la resistenza è anche quella armata, ma si costituisce altresì di quelle pratiche del quotidiano e del domestico alla portata di tutti: l’uso di meme, il controllo attivo dei diritti di cittadinanza, la formazione di organizzazioni autonome, la riformulazione dei ruoli di genere negli ambiti del potere e le pratiche di peacebuilding. Anche queste pratiche “a basso costo”, speculari e strettamente connesse a quelle armate, non si manifestano esclusivamente in forme evidenti e immediate, ma in azioni nascoste, piccole ma dal grande valore simbolico.

Il grande merito del volume curato da Wanner consiste dunque nell’allargare il significato della violenza, senza per questo svuotarlo. Il testo non si limita ad analizzare gli aspetti manifesti, ma elicita accuratamente i meccanismi della dinamica violenta e delle conseguenti reazioni pratiche, dimostrando che entrambe le dimensioni vanno ben al di là del caso specifico.

E forse proprio per questo Dispossession non parla soltanto dell’Ucraina, ma parla anche di noi e a noi, del modo in cui comprendiamo la sofferenza degli altri, e la nostra, e del modo in cui siamo – o non siamo – disposti a riconoscere e narrare le forme non immediate della violenza. Perché non tutte le ferite producono ematomi, ma il dolore resta.

Lorenzo Vecchio

Catherine Wanner, Dispossession. Anthropological Perspectives on Russia’s War Against Ukraine (Routledge, 2024)

Immagine: Artemisia Gentileschi, Esther e Assuero, olio su tela, 208×273 cm, realizzato tra il 1628 e il 1635. Conservato al Metropolitan Museum of Art di New York, immagine nel pubblico dominio.

Il dipinto illustra il momento in cui Esther, sposa ebrea di Assuero di Persia, rischia la vita comparendo senza convocazione al cospetto del marito. Non rispettare il protocollo prevedeva la morte ma Esther lo sfida pur di intercedere per il suo popolo. Artemisia Gentileschi sceglie di raffigurare proprio il momento in cui Esther sviene per la tensione, come descritto nelle fonti storiche. Artemisia Gentileschi è la più importante pittrice italiana del Seicento.

Condividi l'articolo sui tuoi Social!

LaRivistaCulturale.com è Media Partner di AnthroDay 2026. Cliccare per maggiori informazioni sugli eventi in programma a Febbraio e Marzo 2026 a Milano, Torino e Roma

SULLA RIVISTA

LaRivistaCulturale.com è uno spazio di mediazione culturale: porta fuori dall’accademia temi e prospettive complesse, rendendole accessibili al pubblico, senza rinunciare al rigore.

I testi sono selezionati con cura dalla direzione, firmati da autori e autrici del mondo universitario e offerti a lettrici e lettori col cuore.

L’arte accompagna i contenuti, trasformando idee complesse in esperienze visive e cognitive.

“Curated, non peer-reviewed”

Ultimi articoli