Pubblicato il 21 Maggio 2026

Il paesaggio nell’arte del viaggio tra Settecento e Novecento

di Leonardo Porcelloni

Non è solo una questione di spostarsi da un luogo all’altro. Tra Settecento e primo Novecento molti viaggiatori, artisti, naturalisti e studiosi alternano gli spostamenti da un luogo all’altro a momenti di sosta in cui osservano il territorio che attraversano, lo descrivono e, talvolta, lo disegnano. E, non di rado, annotano con una precisione quasi tecnica dettagli apparentemente minuti: la struttura di un ponte, l’assetto delle case, elementi di botanica, la percorribilità di un sentiero, la presenza di terrazzamenti o di animali impiegati nel lavoro e nel trasporto. A questo si aggiungono osservazioni sui fenomeni socio-culturali: pratiche rurali, caccia, forme di turismo, fino alla redazione di vere e proprie guide di viaggio destinate a futuri viaggiatori.

Oggi, quelle note e quelle immagini sono delle fonti geo-storiche che ricoprono un ruolo rilevante nell’aiutare a comprendere come i viaggiatori costruivano la propria percezione del territorio, quali categorie utilizzavano, che cosa selezionavano e che cosa lasciavano fuori campo. Allo stesso tempo, se lette e organizzate in modo sistematico, diventano un materiale prezioso per indagare la profondità storica dei paesaggi: consentono analisi diacroniche, mettono in evidenza permanenze e trasformazioni, e possono contribuire a strumenti e riflessioni utili alla governance territoriale.
In questo contesto, Il progetto PRIN 2022 PNRR Envisioning Landscapes parte da questi presupposti. Dall’idea che le fonti di viaggio non siano soltanto testimonianze letterarie o repertori iconografici, ma archivi di paesaggio. Archivi complessi e stratificati che restituiscono non solo come un luogo poteva presentarsi nel passato, ma come veniva percepito e interpretato. Inquadrato nell’ambito dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale e finanziato dal programma Next Generation EU, il progetto riunisce tre unità di ricerca (Università di Genova, Università di Roma Tre e Università di Trento) intorno a una domanda condivisa: in che modo le rappresentazioni storiche del territorio possono diventare strumenti attivi per comprenderne le trasformazioni contemporanee? Non si tratta di celebrare il Grand Tour o di riproporre l’immagine romantica dell’Italia come meta di viaggiatori colti. Si tratta piuttosto di rimettere in circolo un patrimonio di fonti che, lette con attenzione, raccontano molto più di quanto appaia a una prima lettura.

«Apricale, From the West», William Scott, in The Riviera. Painted and Described. Londra, Adam & Charles Black, 1907.

Le aree su cui il progetto si concentra sono territori attraversati da viaggiatori, artisti e studiosi in epoche diverse, ma soprattutto sono territori che oggi vivono tensioni significative: tra costa e interno, tra conservazione e sviluppo, tra turismo e fragilità ambientale, tra infrastrutture storiche e nuove mobilità. In Liguria, ad esempio, la relazione tra Riviera e aree interne è un filo rosso che attraversa secoli di descrizioni. Le vedute ottocentesche mostrano fasce terrazzate fitte, piccoli insediamenti arrampicati sui versanti, percorsi che collegano mare e collina attraverso mulattiere e sentieri. I testi parlano di clima salubre, di luce, di coltivazioni specializzate, ma anche di difficoltà di accesso e di isolamento relativo. Oggi quegli stessi territori sono al centro di politiche di valorizzazione dei borghi, di turismo lento, di recupero dell’entroterra. Le fonti storiche permettono di capire che questa tensione tra attrazione costiera e profondità interna non è nuova. 
Nel Lazio, l’attenzione si concentra anche sugli attraversamenti e le grandi vie di percorrenza: vie consolari, percorsi devozionali, tracciati che mettono in connessione città e campagne. Le fonti di viaggio restituiscono una percezione stratificata dello spazio, in cui rovine antiche, paesaggi agricoli e nuove infrastrutture convivono. Leggere questi materiali oggi significa interrogarsi su come le infrastrutture modellino l’esperienza del territorio e su come la memoria dei tracciati storici possa dialogare con le mobilità contemporanee.

In ambito alpino, infine, i racconti di valichi, passi montani, paesaggi fluviali e ponti mostrano quanto la dimensione del rischio fosse già presente nelle descrizioni. Le piene, i crolli, le difficoltà stagionali non sono elementi marginali. Sono parte integrante dell’immagine del paesaggio. Questo dato invita a evitare una lettura esclusivamente estetica delle fonti: la bellezza scenica convive con la consapevolezza della fragilità.
Nella prima parte del progetto il lavoro si concentra sulle fonti. I documenti vengono selezionati, digitalizzati e descritti in modo sistematico. Ogni documento viene poi ricondotto al proprio contesto di produzione: chi lo scrive, quando, per quale pubblico e con quali obiettivi. Un diario personale, ad esempio, risponde a logiche e registri diversi rispetto a una guida turistica o a una relazione di taglio scientifico; per questo non può essere letto allo stesso modo, né produce lo stesso tipo di informazione sul territorio. Un taccuino di artista non è una relazione tecnica. Eppure tutti possono contribuire a costruire una geografia storica delle rappresentazioni.

«The Convent of St. Cosimato, and part of the Claudian Aqueduct», Sir Richard Colt Hoare (1786-1819), the Yale Center for British Art.

Un passaggio decisivo è la georeferenziazione. I luoghi descritti o raffigurati vengono collegati a coordinate spaziali. Questo non significa ridurre la complessità a un punto sulla mappa. Significa piuttosto rendere interrogabile la distribuzione delle rappresentazioni. Quali aree sono più frequentemente descritte? Quali itinerari ricorrono nel tempo? Come vengono rappresentati i territori interessati?
L’integrazione con strumenti GIS consente di individuare densità, traiettorie, concentrazioni tematiche. Ma l’analisi non si ferma alla dimensione quantitativa. La lettura qualitativa rimane centrale. Le parole utilizzate per descrivere un paesaggio, le categorie estetiche evocate, le omissioni, le insistenze, sono elementi che costruiscono un immaginario.
Ad esempio, un elemento significativo riguarda la presenza degli animali nelle rappresentazioni storiche. Muli, asini, buoi, capre compaiono spesso in primo piano o lungo i percorsi. Non sono comparse decorative, ma infrastrutture mobili. Consentono il trasporto di merci, collegano costa e interno, strutturano economie locali. La loro ricorrenza segnala un paesaggio profondamente antropizzato, in cui le relazioni tra umani e animali sono parte integrante dell’organizzazione spaziale. Al tempo stesso, colpisce la relativa assenza di fauna selvatica in molte vedute. L’ambiente evocato dai viaggiatori è spesso coltivato, modellato, gestito. Questo dato invita a riconsiderare l’idea di naturalità che oggi attribuiamo retrospettivamente a quei territori:

 

«Il naturalista che salga a Levens attraverso le gole di Saint-André, e rientri passando per La Roquette e la valle del Var, non rimpiangerà la sua escursione. L’erba, come molte altre cose, acquista valore quanto più diventa rara. In Norvegia ogni ciuffo di vegetazione che spunta dalle fessure delle rocce viene raccolto con cura. Perfino i fili d’erba che crescono sul tetto di paglia di una casa non sono disprezzati. Anche in Riviera, dove le “zone erbose” sono poche e distanti tra loro, nessun lembo di vegetazione viene sprecato. Persino l’erba che cresce lungo il ciglio della strada è spesso affittata da qualche contadino privo di terra per nutrire i suoi conigli o la sua capra; e in tutte le Alpi Marittime la falce del laborioso abitante risparmia ben poche erbe verdi che crescono lungo siepi, fossati o corsi d’acqua. Ogni scarpata viene spogliata, non resta un fiore; perfino la clematide è strappata dalla siepe: uno spettacolo desolante, e triste per il botanico.»

Un ulteriore tema centrale riguarda i paesaggi fluviali. Le fonti descrivono ponti, guadi, argini, ma anche eventi estremi. Le piene e i crolli non sono semplici incidenti narrativi. Sono parte della percezione del territorio. La rephotography (il confronto tra immagine storica e fotografia attuale dallo stesso punto di vista) rende evidente come alcune fragilità siano di lunga durata, mentre altre siano legate a trasformazioni recenti: urbanizzazione, canalizzazioni, infrastrutture.
La rephotography è uno dei metodi di lavoro di campo: tornare sul luogo, cercare il punto di osservazione, ricostruire l’inquadratura significa misurarsi concretamente con le trasformazioni. Che cosa è rimasto? Che cosa è scomparso? Che cosa è diventato dominante? Spesso emergono elementi che non erano immediatamente visibili nella sola lettura archivistica: nuove volumetrie, variazioni nella copertura vegetale, infrastrutture che alterano la percezione dello spazio.

Sopra: «Albenga», Edward Lear (1864), the Yale Center for British Art Sotto: Il fiume Centa e il borgo di Albenga da un similar punto di vista della veduta (fotografia dell’autore, Settembre 2024)

Un ulteriore ambito di riflessione riguarda la costruzione dell’immaginario turistico. Le fonti di viaggio mostrano come alcune località siano progressivamente entrate in circuiti di visibilità privilegiata. Il clima, la luce, la vegetazione, il patrimonio storico-artistico, la posizione panoramica diventano argomenti ricorrenti. Nel tempo si consolida un’immagine che può influenzare anche le strategie promozionali contemporanee. Comprendere questa genealogia aiuta a evitare semplificazioni: molte retoriche attuali hanno radici profonde. Questi e molti altri temi sono stati curati dai membri del progetto all’interno del volume collettivo ad accesso gratuito La trama del paesaggio (2025, Viella).

Il progetto non si limita alla ricerca accademica. I risultati confluiscono in un WebGIS che consente di esplorare le fonti attraverso una mappa interattiva. Non è un archivio statico, ma uno strumento che permette di visualizzare e interagire con i record mappati, filtrare per autore o tema, accedere a immagini e testi digitalizzati.
La dimensione digitale ha una funzione precisa: rendere accessibile un patrimonio altrimenti disperso e favorire un dialogo tra ricerca e territorio. Studenti, amministratori, operatori culturali possono utilizzare la piattaforma per costruire percorsi, attività didattiche, progetti di valorizzazione.

Anteprima della mappa del WebGIS

In un momento storico in cui la gestione del paesaggio è attraversata da tensioni tra conservazione, sviluppo e fruizione turistica, una memoria strutturata è uno strumento di orientamento. Le fonti di viaggio permettono di collocare i processi in una prospettiva di lungo periodo e di collegare percezioni, pratiche e trasformazioni materiali del territorio. Mostrano che i territori sono il risultato di stratificazioni, che le fragilità hanno radici storiche, che gli immaginari non nascono dal nulla. Envisioning Landscapes propone dunque un modo di lavorare sul patrimonio culturale che integra rigore storico e strumenti digitali, senza rinunciare alla complessità interpretativa. Il viaggio diventa una lente attraverso cui leggere la lunga durata delle trasformazioni territoriali. E il paesaggio emerge come trama di relazioni, rappresentazioni e pratiche che continuano a evolvere.
Il progetto prosegue con nuove acquisizioni di fonti e con l’ampliamento della piattaforma digitale. L’obiettivo è consolidare una metodologia replicabile in altri contesti e rafforzare il dialogo tra archivi, territorio e società.

Leonardo Porcelloni

Per approfondire, pdf open access: Pietro Piana, Nicola Gabellieri, Arturo Gallia (a cura di) (2025). La trama del paesaggio. Racconti e immagini del Grand Tour tra geografia, storia e progetto territoriale. Roma, Viella Editrice, 2025

 

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