Pubblicato il 21 Maggio 2026
Senza giustizia sociale, non c’è cibo per il futuro
di Michele Fontefrancesco

In un’era di crisi multiple – disuguaglianze sociali galoppanti, instabilità ecologica e catene alimentari fragili come mai prima – il cibo emerge non solo come necessità biologica, ma come specchio impietoso delle nostre società. È da questa premessa che nasce il Manifesto Anthrofood 2050, pubblicato dalla rete Anthropology of Food dell’European Association of Social Anthropologists (EASA). Come coordinatore del network, ho avuto l’onore di guidare un gruppo di decine di antropologi da Europa, Africa e Asia nella sua stesura. Questo documento non è un semplice appello: è un intervento critico nel dibattito sulla sicurezza alimentare, un monito rivolto a scienziati, decisori politici e cittadini. Le soluzioni puramente tecnologiche – dal biotech alle app di delivery – o quelle delegate alle logiche di mercato non basteranno. Entro il 2050, senza giustizia sociale, non avremo cibo per tutti, né un pianeta vivibile.
Il Manifesto traccia una road-map operativa che sfida i cliché della sostenibilità, smascherando il “greenwashing” che ci illude con etichette ecologiche su prodotti estrattivi. Andiamo al cuore: l’insicurezza alimentare non è accidentale, né figlia di una mera scarsità di risorse. È sistemica, intrecciata a strutture di classe, razza e potere. Pensate al land grabbing: multinazionali e fondi speculativi che sottraggono milioni di ettari di terra fertile in Africa e America Latina, spostando comunità contadine e trasformando campi in monocolture per l’esportazione. O considerate lo sfruttamento della manodopera bracciantile: in Italia, come documentato da etnografie recenti, migliaia di migranti subsahariani raccolgono pomodori e fragole in condizioni disumane, per salari da fame. Il sistema non fallisce nella produzione, ma nella distribuzione equa, riproducendo attivamente disuguaglianze.
Un altro mito da sfatare è la retorica del “locale”. Il “chilometro zero” suona poetico, evoca mercati rionali e sapori autentici. Ma se il locale diventa marchio di lusso – un asparago DOP a 20 euro al chilo, accessibile solo alle élite urbane – si trasforma in strumento di esclusione. Ignora chi lavora quella terra: braccianti precari, spesso migranti senza diritti, che non possono permettersi i frutti del loro sudore. Una sostenibilità che mercifica l’estetica del territorio, senza integrare queste voci, è fallace. L’antropologia ci insegna che il cibo è relazione: va ridisegnato con chi lo produce, non contro.
Poi c’è la “museificazione” della tradizione, quel congelare i piatti in una staticità museale di “tipicità certificata”. In Piemonte, dove vivo e lavoro, DOP e IGP proteggono formaggi e vini, ma spesso cristallizzano pratiche rurali, escludendo innovazioni. Il Manifesto invita a una tradizione dinamica: valorizzare le diaspore, come le spezie senegalesi nei mercati torinesi o le ricette fusion delle seconde generazioni. Il cibo deve evolvere con le migrazioni, diventando volano di sviluppo inclusivo, non reliquia da turismo enogastronomico.
Queste idee riecheggiano nella dichiarazione del network: “Il cibo non è solo carburante per il corpo, è il linguaggio delle nostre società. Entro il 2050, il modo in cui mangeremo determinerà l’abitabilità del pianeta. Questo Manifesto è una chiamata all’azione: non affidiamo il futuro a logiche estrattive. Co-creiamo con le comunità, un seme e una relazione alla volta”. È un cambio di paradigma: l’antropologia non osserva più da lontano, ma interviene. Per la prima volta, un network globale porta la disciplina al centro delle emergenze alimentari, dal land grabbing ugandese ai deserti alimentari delle periferie europee.
Questo testo è prezioso per la storia della nostra comunità scientifica perché l’esperienza etnografica è stata messa a frutto non solo per dare un’analisi del reale, ma per fornire strumenti per agire, unendo Nord e Sud in un’agenda comune. Il Manifesto è concreto: propone politiche redistributive, alleanze tra contadini e urbani, educazione alimentare che parta dalle scuole.
M.F. Fontefrancesco
Coordinatore del network Anthropology of Food (EASA)
michele.fontefrancesco@unicatt.it



