Pubblicato il 3 Ottobre 2026
L’aura di papa Leone
di Lorenzo Vecchio

Leggo dal mio diario di Odessa, Ucraina, del 27 Agosto 2026: “Sono le due del mattino. Suona l’allarme sul telefono, apri Telegram. Non hai nemmeno il tempo di capire cosa sta succedendo: dopo tre minuti… BOOM! Un boato dirompe nella tua stanza. Scendi ai ripari – o decidi di restare nel letto – e attendi che l’attacco finisca. Ma non cessa affatto. Per cinque ore, un susseguirsi di esplosioni, tonfi secchi e contraerea. C’è chi non si smuove, e riesce a trovare sonno. C’è chi vorrebbe dormire, ma non ci riesce. C’è chi scende al rifugio, magari con tutta la famiglia, e non chiude occhio. Comunque vada, hai la certezza che il giorno dopo la vita continuerà, la routine proseguirà imperturbata e nessuno ti esonererà dall’andare al lavoro, dal prendere l’autobus per andare a scuola o dal seguire i corsi in università. E quando scatta l’allarme e le sirene suonano, anche l’intimità della notte viene spazzata via da un comune destino”.
La guerra è logoramento. La guerra è sfinimento. La guerra è privazione totale. E le persone, considerate alla stregua di pedine di uno scacchiere geopolitico, finiscono per valere quanto un numero su un database. E questo vale per tutti, siano essi ucraini o russi. È impressionante osservare come gli ucraini abbiano tradotto una guerra evidentemente asimmetrica nella logica di un videogioco per nerd. Attraverso il programma Army of Drones.Bonus, le unità sul fronte, come squadre di un grande gioco online, competono caricando sulla piattaforma le immagini degli ultimi istanti dei soldati colpiti o degli obiettivi militari distrutti. I risultati, poi, vengono convertiti in e-Points che le stesse unità possono utilizzare per ottenere nuovi droni o altre tecnologie militari su Brave1 Market. E quelle immagini non si limitano a fornire punti e bonus, ma alimentano un grande database chiamato DELTA attraverso il quale il governo può monitorare in modo capillare l’andamento del conflitto.
Di fronte a tutto questo ci si domanda dove sia finita l’umanità. Gli esseri umani vengono trattati come fossero un numero di una drammatica statistica, immagini su uno schermo, punti. Eppure, ogni vita, tutte le vite, sono molto più di una pedina di un conflitto, molto più di un mero dato militare. Una persona è un corpo che soffre, che ha paura, che teme per la propria famiglia e per sé stesso; è un corpo che ha una storia, un presente, ma anche un progetto per il suo futuro; e possiede, ultimamente, un’intangibile dignità.
Ma è proprio quest’ultima a scomparire dal nostro sguardo. La dignità. Tendiamo a chiuderci nel nostro dolore, nell’assordante rumore del nostro grido. E non lasciamo spazio a quello degli altri, anche dei “nemici”. Il dolore non conosce gerarchie. È a partire dai volti e dai nomi delle persone che si compie quella rivoluzione epistemologica che restituisce realtà e complessità. Ma per farlo va curato anche il linguaggio o, meglio, va disarmato. Cioè liberato da quei termini e da quelle categorie che fanno di una realtà complessa e stratificata un oggetto chiuso, definito una volta per tutte.
È appunto sulla profonda comprensione del nostro lato umano che si concentra la riflessione di Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Il suo ragionamento si può estendere in modo trasversale a tutti i contesti di guerra più rilevanti del periodo corrente. Che si tratti dell’Ucraina, di Gaza, dell’Iran, del Sudan, del Myanmar o della Repubblica Democratica del Congo, la questione centrale è riuscire a riconoscere e custodire la dignità della persona proprio quando la logica del conflitto diventa il criterio generale di valutazione delle persone. Leone, con la sua semplicità immediata e la sua capacità empatica, ha capito proprio questo: la realtà di chi vive con le allerte bomba sul cellulare, le discese nei rifugi e l’incertezza del domani che vivono le persone coinvolte in contesti di violenza; come ho potuto constatare durante il mio soggiorno in Ucraina.
Papa Leone ci porta a concepire la guerra non solo attraverso dati, numeri e algoritmi, ma a partire dal punto di vista di chi la subisce, dei più vulnerabili. Il cambio di prospettiva deve avvenire non perché la dignità della persona dipenda a stretto giro dalla vulnerabilità, ma perché il dolore, la fragilità, la sofferenza aiutano a riconoscere l’inviolabilità della dignità propria e altrui. Ed è proprio l’esperienza del limite ad essere minacciata da una logica violenta e disumanizzante, che tende a escludere le debolezze e i limiti umani come errori da correggere.
Cambiare il punto di vista da cui guardiamo la realtà, da solo, non basta. Occorre anche cambiare le parole con le quali la raccontiamo. Leone, infatti, ripete spesso la necessità di disarmare il linguaggio, attraverso cui la cultura si forma e si trasmette. Perché la pace – come la guerra –, prima ancora di essere condizione politica, è anzitutto una cultura che va coltivata e custodita. Il linguaggio concorre a ridurre l’altro a categoria, oppure a restituirgli un volto e un nome; può semplificare una realtà complessa oppure riconoscere l’irriducibilità di ogni esperienza. Per questo il Papa invita a respingere il paradigma della guerra dicendo “no” alla guerra delle parole e delle immagini, per uscire dalla “torre di Babele” della confusione dei linguaggi e aprire una strada a una comunicazione di pace.
Ripartire, dunque, dalla dignità. Perché dietro uno schermo, un numero in un database, un bersaglio, un morto, c’è una vita; e ogni vita ha una storia, un volto e un nome. L’aura di Papa Leone sta proprio qui: nell’aver riportato la dignità della persona al centro della narrazione. Magnifica humanitas. Non perché perfetta, innocente, ma perché irriducibile.
Lorenzo Vecchio
Nota linguistica: Per l’Accademia della Crusca, la parola aura è un neologismo giovanile che si è affermato nel 2024, iniziando a diffondersi maggiormente dal 13 Settembre 2025, link qui per maggiori informazioni.


