Pubblicato il 14 Dicembre 2023

Cultura Pirahã, amicizia e antropologia in Amazzonia

di Gabriele Grieco

Come molte etnografie, Non dormire, ci sono i serpenti (Fabbrica dei Segni editore) dell’antropologo e linguista Daniel Everett, narra l’incontro di due mondi; la dettagliata descrizione delle relazioni quotidiane tra l’antropologo e i nativi, i Pirahã, rende vividi l’insicurezza e la reciproca curiosità. Un esempio di ciò si verifica quando, al risveglio, l’etnografo segue incredulo un gruppo di persone che indicano qualcosa muoversi (uno spirito, secondo i Pirahã) sulla riva oltre il fiume, una visione a cui lui e sua figlia – che accompagna il padre sul campo – non riescono ad accedere. Allo stesso modo, i Pirahã osservano divertiti le madri non indigene rassicurare continuamente i propri figli per ogni situazione, chiedendosi sorprese se non desiderino che i loro bambini imparino a prendersi cura di sé stessi. Prova di quanto norme sociali, valori, comportamenti sono messi in discussione durante la ricerca, molte volte con incredulità e sdegno.

Dopo quasi trent’anni di lavoro, questa incommensurabile distanza si trasforma nella narrazione di una commovente amicizia, guidata dalla curiosità innata nell’uomo e dal compromesso scientifico. Daniel Everett, in “Don’t Sleep, There Are Snakes” (Non dormire, ci sono i serpenti), riesce a condensare tre principali temi: la lezione morale appresa attraverso la vita nella foresta (l’uomo contro la natura); una significativa teoria linguistica sviluppata grazie all’incontro con i Pirahã (l’antropologo e i nativi); infine, una chiara dimostrazione di come operano le scienze antropologiche (una cronaca delle riflessioni metodologiche ed etiche della ricerca), il tutto racchiuso in una fluida spirale di eventi vissuti nella foresta amazzonica.

L’autore riesce in modo fondamentale a dimostrare l’essenza della disciplina antropologica. Riprendendo la citazione di Geertz all’inizio del libro: “…è nelle particolarità culturali delle persone, nelle loro stranezze, che si possono trovare alcune delle rivelazioni più istruttive su ciò che significa essere genericamente umani.”

Nella sua controversia con Chomsky, che lo ha portato all’attenzione del dibattito pubblico e accademico, Everett ribalta l’asserto della linguistica moderna, affermando che è la cultura a determinare il linguaggio e non viceversa. La sua teoria sembra richiamare una prospettiva ecologica, forse influenzata proprio dal campo di ricerca (la foresta). Questo rovesciamento del dibattito sul primato della cultura sulla natura segna una svolta significativa per Everett, che sostiene che lo sviluppo cognitivo è completamente dipendente dall’esterno. Di conseguenza, il linguaggio non è una caratteristica biologica intrinseca all’essere umano, ma piuttosto uno strumento che l’uomo utilizza. Detto altrimenti la lingua esiste e funziona solamente nel contesto della cultura, di cui è parte. La cultura sembrerebbe così determinare la forma che assume il linguaggio del gruppo.

Questa idea è affascinante, ma la sua veridicità o accettazione da parte dei sostenitori di Chomsky sono ancora oggetto di dibattito. Oggi sappiamo bene che la divisione tra ciò che è considerato natura e ciò che è considerato cultura è una finzione creata dalle scienze occidentali per distinguere ciò che è umano dal non umano, che corre sui limiti di ciò che dovrebbe “avere” cultura e ciò che invece non ha una cultura (come gli animali, ad esempio).

Nonostante l’obsoleta divisione euristica, Everett ci riporta nel cuore della questione con interesse pragmatico e offre di più che approfondimenti teorici: un resoconto straordinario di un popolo unico insieme a una dettagliata descrizione del processo di ricerca antropologica, con la sua attenzione metodica ai dettagli, il compromesso umano e la curiosità trasformata in appassionante dedizione.

Nella sua ricerca con i Pirahã, Everett ricostruisce con chiarezza le basi dello studio etnografico sul campo, dandoci esempio di ciò che Sahlins suggerisce essere una metodologia “inversa” rispetto alle scienze cosiddette “dure”. In un’intervista del 2014, Sahlins affermava infatti che l’antropologia inizia studiando l’atomo, estraneo all’esperienza empirica, per poi ricostruirlo e renderlo nuovamente umano: Everett è in grado di dimostrarlo con successo nell’analisi dettagliata della cultura Pirahã, offrendo così una visione appassionante e illuminante di come opera la ricerca antropologica.

Gabriele Grieco

Daniel Everett, Non dormire, ci sono i serpenti: vita e linguaggio nella giungla amazzonica, Fabbrica dei segni editore (1 ed. in inglese 2008)

Immagine dal documentario di Daniel Everett per la Smithsonian Institution Channel “A language without numbers” su YouTube disponibile qui

Documentario completo: Decoding Amazon: Life of the Pirahã, guarda qui

Documentary: The Amazon Code Directed by: Randall Wood & Michael O’Neill Production: Essential Media & Entertainment production with ABC Australia, Smithsonian Networks and ARTE France

Endagered Language Project, link al sito

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