Pubblicato il 18 Marzo 2026
Sulla necesssità della psicologia culturale
di Federico Castiglione

Amiamo essere dolcemente assuefatti da dicotomie immediatamente comprensibili nelle loro impresentabili generalizzazioni. Come umani, stabilizziamo e creiamo tassonomie al fine di conferire una parvenza di controllabilità e sicurezza ad un’esistenza che altrimenti si mostrerebbe come propriamente risulta essere: incalcolabile, indefinibile, incontrollabile. Tra le molte separazioni, rigide e tassonomiche, troviamo la cultura e l’asse mente-comportamento. Di ciò intendiamo occuparci in questo breve articolo.
Una lunga e consolidata tradizione, popolare ed accademica allo stesso tempo, ha disgiunto lo studio e l’interpretazione delle dinamiche antropiche generando compartimenti serrati e inavvicinabili dall’esterno. L’etnologia si è occupata, e ancora si occupa, dello studio delle aggregazioni umane nei termini di relazioni di parentela, prodotti culturali, attitudini collettive, sentimenti socialmente condivisi, forme della famiglia, mentre la psicologia, differenziatasi in numerose branche, ha sempre tenuto al centro alcune fondamentali questioni dell’umano quali emozioni, comportamento, cognizioni, affetti. Cosa le distingue tanto da tenere separate queste due discipline? Quale sarebbe lo scarto differenziale tra l’una e l’altra?
La risposta a nostro avviso è fondamentalmente nulla, se non nell’ottica di una sempre maggiore specializzazione a spese di una comprensione globale dell’oggetto che si intende indagare e comprendere. Entrambe studiano e analizzano l’essere umano. Entrambe dispongono di strumenti e dispositivi molto simili quando intendono cogliere la complessità di una storia individuale, di gruppo, o collettiva. Entrambe infine rispondono ad una serie di domande circa la vita umana nella sua interezza.
Da ciò, ne consegue che una materia assolutamente imprescindibile nell’ambito dello studio dell’uomo debba essere la Psicologia culturale (o socioculturale). In essa, non si ritrovano discrepanze tali da non poter essere integrate e comprese all’interno di una stessa cornice interpretativa (per quanto complessissima, ricca, ed aperta ad influenze esterne). Un esempio chiarificatore dagli studi sull’infanzia. Dal momento in cui un bambino viene concepito, prima ancora che possa nascere nel senso proprio del termine, una serie di fenomeni legati ad aspettative, desideri, volontà inconsce della famiglia e della società generale iniziano a costruire il quadro rappresentativo entro cui il neonato farà le sue prime esperienze di vita.
Le modalità attraverso cui viene cullato, accudito, riconosciuto, e presentato alla comunità non solo determineranno in buona parte il suo carattere in età adulta ma dimostrano anche quanto l’asse cultura-mente-comportamento non possa in alcun modo essere scisso e disgiunto. Il substrato culturale sul quale il piccolo d’uomo germoglierà è quel codice antropologico che determina e viene a sua volta influenzato dalla personalità individuale e dalle matrici sociali insite nell’educazione e nelle cure di cui necessita nei primi anni del suo sviluppo. I comportamenti che adotterà nel corso della sua vita, dall’infanzia all’adolescenza per approdare poi all’età adulta, vengono determinati soprattutto a partire da ciò che è già presente ad uno stato potenziale, ossia latente, in attesa di esercitarsi come origine ed elemento strutturante.
Così, la riflessione di Jerome Bruner in La ricerca del significato (Bollati Boringhieri, 1992) mantiene un’attualità che ci conduce ancora a sposare anche noi riflessioni ormai variamente declinate e sedimentate nei temi della pedagogia, la psicologia, la cultura, e del costume. Così assunti come “l’esperienza all’interno del mondo sociale, come anche i ricordi relativi a questo mondo, risultano fortemente strutturati non solo a causa delle concezioni profondamente interiorizzate ed espresse in forma narrativa della psicologia, ma anche a causa delle istituzioni storicamente radicate che una cultura elabora per supportare e rafforzare tali concezioni” (p.66) possono diventare il filo conduttore per affrontare in maniera integrata i disagi sociali, rendendo evidente il ruolo della psicologia culturale.
In questo modo, le istituzioni sociali emergono come parte integrante di quell’humus concernente comportamenti, cognizioni, emozioni, e stili di esistenza che i gruppi umani incorporano e vedono riprodursi durante il proprio ciclo di vita. In questo senso, la tradizione permane come presente quotidiano e come seme di un futuro pronto a dispiegarsi.
Infine, e concludendo questo breve ragionamento, se la nostra intenzione fosse quella di apprendere dall’esperienza tutto ciò che è possibile coglierne e tutto ciò che dice qualcosa di noi umani dovremo allora integrare più che scindere, mischiare e riconfigurare più che erigere muri tra discipline ed epistemologie solo parzialmente differenti, creando nuove sfumature dall’unione di colori di cui disponiamo. La tavolozza d’artista c’è, e a noi in questo frangente piacerebbe chiamarla civiltà. Non ci resta che dipingere.
Federico Castiglione



