Pubblicato il 7 Giugno 2026

Dentro o fuori dal closet? L’esperienza della dissimulazione nella ricerca

di Cristiano Modica

La tradizione antropologica riflessiva ha sempre insistito sull’onestà del ricercatore di dichiarare se stesso ai suoi interlocutori, di rendere visibile la sua posizione apertamente. Questa legge morale, ancora oggi largamente condivisa nel mondo accademico, assume però che le identità dichiarabili siano solo quelle per le quali esiste uno spazio sicuro nel campo etnografico, cosa succede se dichiarare la propria identità mettesse a rischio la ricerca stessa, o la sicurezza dell’etnografo?

In questo interstizio nasce il lavoro antropologico di Thomas Hendriks, Rainforest Capitalism, (Duke University Press, 2022). La ricerca, svoltasi in una azienda europea di produzione di legname situata in Congo, ha visto l’etnografo immergersi in una realtà composta prevalentemente da attori sociali maschili, regolata da patti sociali basati sul machismo. Alternando il suo soggiorno fra bungalow dei manager europei e nelle baracche dei lavoratori nativi della zona, Hendriks ha mentito apertamente riguardo la sua identità, rivelando la verità sul suo posizionamento soltanto nella pubblicazione del libro.

Il punto focale della bugia risiedeva nella fede al dito di Hendriks, che lo legava a suo marito. Quando gli veniva chiesto di questa, Hendriks parlava vagamente di una compagna che lo aspettava a casa. Questa menzogna ha permesso al ricercatore di partecipare a diverse dinamiche sociali che gli sarebbero state probabilmente precluse dicendo la verità. Ma con la sua ricerca, il ricercatore ci pone una domanda, questa dissimulazione è solo un sacrificio necessario? Oppure può diventare uno strumento etnografico produttivo?

La posizione di Hendriks ha permesso di stare con i manager bianchi come se fosse uno di loro ma permettendogli di avere uno sguardo completamente diverso. Con i lavoratori indigeni, la situazione é diversa, Hendriks non potrà mai essere come loro per la differenza etnica, e per la sua libertà di accedere a spazi per loro inaccessibili. Durante diverse interazioni, riesce a cogliere elementi come la competizione maschile, l’omoerotismo che ne consegue, e le fratture della performance eterosessuale che rivelavano diverse realtà, come risonanze taciute che il ricercatore ha provato con diversi individui. Un esempio emblematico è la serata in cui i manager europei gli mostrano un sito di film porno interraziali. Hendriks si trova in una situazione paradossale: deve performare l’eterosessualità: ridere e commentare come uno di loro, nonostante il disgusto e indifferenza che prova effettivamente davanti il video.

Ma proprio questa posizione ossimorica gli permette di cogliere ciò che uno sguardo etero avrebbe normalizzato: ovvero l’omoerotismo latente di quella fascinazione collettiva, la competizione e la feticizzazione maschile intorno al fallo nero mostrato nel video, simbolo di pericolo dell’ego bianco, che rivela fratture silenziose di una performance eterosessuale che si incrina nel momento stesso in cui si afferma.

Ma rimanere nel closet in questo caso non significa semplicemente celare il nome del suo compagno con il nome di una donna o far finta di interessarsi a video pornografici. Hendriks ci mostra diversi esempi in cui ha dovuto esercitare attivamente anch’egli la performance eterosessuale, partecipare a rituali di complicità machista e tacere davanti ad alcune scene di violenza di genere: come quando, durante la stessa serata della visione del video, i manager bianchi obbligano una badante congolese a vedere il video con loro, molestandola. Hendriks Il closet (armadio, in inglese) è una metafora molto utilizzata per descrivere il nascondere/tacere la propria sessualità e/o identità di genere. Il termine coming out altro non è che l’abbreviazione dell’espressione “coming out of the closet” non interviene per fermarli, incapace di rivelare la sua diversa economia morale, per non permettere alla sua identità di essere rivelata e nominata dai suoi interlocutori come un nemico esterno.

Questo però pone diversi problemi etici ed anche metodologici. Il consenso informato e la svolta riflessiva post-coloniale hanno imposto l’obbligo morale di presentarsi integralmente come ricercatore, obbligo che Hendriks assolve solamente a libro pubblicato. Sul campo, la sua bugia permette a diversi interlocutori di aprirsi con lui, raccontandogli storie intime riguardo la loro esperienza amorosa e ammettendolo nella loro intimità culturale, ma questa ammissione aveva come premessa una bugia, cioè che Hendriks fosse uno di loro, e non una “sissy venuta a rompere”.

Il mondo accademico, per quanto lentamente aprendosi verso l’esperienza queer, sembra concentrarsi su un solo aspetto di questa realtà, il coming out viene visto come l’unica scelta possibile, l’essere apertamente “out” una necessità. Un po ‘come anche nel mondo fuori dall’accademia. Si può essere accettati solo se out, richiedendo un’apertura che non viene chiesta alle persone cis-eterosessuali. Hendriks stesso in realtà rivolge solo poche pagine riguardo il suo posizionamento in questo senso. Sia accademicamente che nel mondo reale, il coming out è luogo di contraddizione: è un momento espressione di liberazione e coraggio, ma allo stesso tempo, è diventato un implicito obbligo morale. Senza considerare che il closet non svanisce quando si fa coming out una volta.

Ma la realtà va ben oltre la finestra inquadrata nel dibattito accademico sulla queerness. L’essere passing, il vivere “down low” è una realtà ben conosciuta dal mondo queer, specialmente maschile, anche fuori da quello che è il mondo accademico. Non sempre un coming out è possibile, non tutti i contesti sono sicuri, non per viltá o per vergogna. Le persone queer nel closet hanno tutte già provato come si sente un ricercatore immerso in una realtà culturale esterna in cui loro non sono dentro, guadagnando competenza nel dover imparare regole ed etichette sociali a loro non intuitive. Se è così, allora la dissimulazione di Hendriks non è una violazione della metodologia, è un’estensione naturale di una competenza queer preesistente.

Cristiano Modica

Thomas Hendriks, Rainforest Capitalism. Power and masculinity in a congolese timber concession, Duke University Press, 2022

Note:
“Sissy” è il termine inglese riportato nel libro stesso, vuol dire “femminuccia”, chiaramente in maniera
dispregiativa.

“Passing” e “downlow” (o “DL”) sono termini che descrivono un’esperienza simile al closet, ma che va
oltre il semplice celare. Significa adottare comportamenti ciseterosessuali per risultare inosservati nella
folla (downlow, per l’appunto). Questo non si limita a bugie, come quelle di Hendriks, ma anche a dei
comportamenti, come veri matrimoni e figli con persone del sesso opposto, una vera e propria identità
costruita ad imitazione della norma sociale.

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