Pubblicato il 12 Luglio 2026
Il lato oscuro della donna: madre o demone, perché fa paura?
di Achiropita Fatima Falcone

Ci sono miti che più di altri sembrano rifiutarsi di restare confinati nel passato e allora ritornano, periodicamente e ciclicamente, come strumenti per interpretare il presente. Il mito di Lilith, la donna-vampiro che rinnega la maternità, è uno di questi. Nel corso dei secoli l’iconografia di Lilith si è intrecciata con quella di tante altre donne spaventose e al contempo affascianti: Medusa, le sirene, le streghe e tutte le altre figure femminili che la cultura patriarcale ha spesso associato al caos e al ribaltamento dell’ordine sociale.
La storia di questo demone assetato di sangue attraversa millenni di tradizioni religiose, racconti popolari e riscritture culturali, fino a diventare uno dei simboli più discussi, e più utili, della femminilità contemporanea. Il libro di Paolo Riberi Il mito di Lilith. Dal rifiuto della maternità al femminino oscuro (Mimesis 2026), ripercorre le origini, le evoluzioni e l’attuale significato del mito di Lilith: dalle antiche lilitha, spiriti demoniaci della tradizione mesopotamica che minacciavano l’incolumità degli uomini e dei neonati, fino a colei che si pensa essere stata la prima moglie di Adamo.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il gioco di specchi che anima la discussione inerente la relazione Lilith-Eva, alla fine della quale, però, resta una domanda: Eva e Lilith sono davvero così diverse? Entrambe, in fondo, trasgrediscono un ordine imposto, disobbedendo a delle indicazioni ben precise. Forse ciò che le distingue non è tanto il gesto, quanto la consapevolezza di sé e di quell’atto di ribellione: Eva cede alla tentazione, probabilmente per debolezza; Lilith invece rivendica la propria autonomia decisionale e sceglie consapevolmente di non sottomettersi alla volontà maschile. È una risoluzione radicale, quella di Lilith, in virtù della quale accetta l’esilio e la demonizzazione. Diventa così l’incarnazione di tutto ciò che la società ha sempre cercato di reprimere nella donna: la lussuria, l’oscurità, l’indipendenza, la negazione della genitorialità. È quest’ultimo il tratto costante nella fisionomia di Lilith – al di là delle varie interpretazioni storiche e culturali – ed è anche l’aspetto che rende la sua storia sorprendentemente attuale: nonostante si parli tanto di emancipazione femminile, oggi, le donne che scelgono di non avere figli o che semplicemente non si riconoscono nell’idea che la propria identità coincida con la maternità, continuano a essere giudicate, marginalizzate o considerate incomplete, se non addirittura ‘esseri contro natura’. Demonizzate, appunto.
L’autore ci ricorda che questo archetipo femminile terrificante – per gli uomini! – e ribelle non appare solo nei miti e nelle narrazione religiose, e in particolare quelle monoteiste, ma attraversa anche altri aspetti della cultura: nell’arte con la donna-serpente dipinta da Michelangelo, nella letteratura e nel teatro con il Faust di Goethe, fino all’astrologia e alla Luna Nera, passando dal mostruoso femminile del cinema di Cronenberg, per dirne uno, o dall’ “altra madre”, a dir poco macabra, di Coraline e la Porta Magica, e ancora nelle serie tv, nei fumetti, nei videogiochi, nella musica. In molti casi non è la Lilith del mito a comparire, ma il suo nome, che porta con sé una caratterizzazione del femminile ben precisa: indipendente, seducente, pericolosa e oscura.
Il dialogo fra mito e contemporaneità presente nel libro ci ricorda che Lilith non appartiene soltanto alla storia delle religioni o al folklore, ma racconta qualcosa di noi, del modo in cui costruiamo l’idea di femminilità e di quanto sia sempre stato difficile, e lo sia ancora, accettare una donna che scelga liberamente chi essere.
Achiropita Fatima Falcone
Paolo Riberi, Il mito di Lilith. Dal rifiuto della maternità al femminino oscuro, Mimesis 2026



