Pubblicato il 28 Maggio 2026
Gli immigrati siamo (stati) noi
di Achiropita Fatima Falcone

Ascoltando i recenti e numerosi dibattiti sul fenomeno migratorio in Italia, mi pongo spesso delle domande: abbiamo davvero dimenticato quando gli immigrati eravamo noi? Abbiamo rimosso la fame che ha spinto lontano i nostri nonni e la ferocia delle discriminazioni che hanno subito? Perché oggi trattiamo con la stessa spietata insensibilità chi arriva nel nostro Paese mosso da quello stesso bisogno?
Una possibile e parziale risposta potrebbe essere che non leggiamo l’emigrazione nello stesso modo in cui leggiamo l’immigrazione. A ben pensarci, emigrazione ed emigrato sono termini che usiamo poco e forse per tale motivo hanno conservato un significato ‘neutro’; l’immigrato, invece, lo sappiamo bene chi è: è il brutto e cattivo che, alternativamente, ruba il lavoro o campa sulle spalle dello Stato, spesso ha la pelle scura, non è occidentale, siamo sicurissimi che la sua religione non sia la nostra e la sua lingua è troppo strana per pensare che abbia a che fare qualcosa con quella che parliamo noi.
Questa asimmetria percettiva si può spiegare con l’analisi semantica dei due termini: pur condividendo la radice latina mĭgrāre (spostarsi), sono i prefissi a indicarne il destino politico; nell’emigrato, il prefisso e- (ex-, fuori da) concentra lo sguardo sull’origine: è colui che esce da una terra, è un soggetto di cui comprendiamo il trauma della partenza. Al contrario, nell’immigrato, il prefisso in- (dentro, verso) focalizza l’attenzione solo sulla destinazione: è colui che entra, alterando l’ordine esistente. Se l’emigrato è definito da ciò che lascia, l’immigrato è percepito solo come corpo estraneo che preme sui confini.
Su questa fessura semantica si innesta la manipolazione politica: attraverso una precisa ingegneria del linguaggio, l’immigrato viene privato della sua dimensione di “emigrato di un altrove”, ovvero della sua storia e delle cause della sua fuga, per essere ridotto a minaccia astratta, spauracchio elettorale de-umanizzato.
Quello che probabilmente sfugge nei discorsi quotidiani è che l’immigrato e l’emigrato sono la stessa persona; ce lo ha spiegato bene il filosofo e sociologo algerino Abdelmalek Sayad, i cui lavori si sono molto concentrati sulla questione emigrazione/immigrazione e che, in La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato (2002), illustra in modo tangibile, brutale e reale la vita interiore ed esteriore di chi lascia il proprio paese per approdare in un altro. L’intento epistemologico del testo, uscito postumo nel 1999, viene illustrato già nelle primissime righe dell’Introduzione: «Non si può fare la sociologia dell’immigrazione senza delineare, allo stesso tempo e allo stesso modo, una sociologia dell’emigrazione. Immigrazione qui ed emigrazione là sono due facce indissociabili di una stessa realtà[…]».
Sayad parla di “doppia assenza” poiché chi migra sperimenta tanto il distacco e la scomparsa fisica dal luogo d’origine quanto l’invisibilità e/o il rifiuto nel paese d’arrivo, vivendo così situazioni complesse in cui le illusioni e le speranze si mescolano alla delusione e allo sconforto, agli “shock culturali” e alla disgregazione della propria identità.
Migrare, aggiunge Sayad, più che una decisione libera e volontaria, è spesso una scelta indotta da cause strutturali, come guerre e diseguaglianze sociali, o quella che Johan Galtung chiama violenza culturale, ovvero scenari ideologici adoperati per normalizzare i soprusi e le prevaricazioni.
Alla luce di ciò, ben si comprende il motivo per cui il sociologo Salvatore Palidda definisce le migrazioni come “fatto politico totale”, parafrasando Marcel Mauss; Palidda ne scrive (anche) nell’introduzione all’edizione italiana del testo di Sayad, spiegando che le migrazioni sono frutto di astruse combinazioni tra questioni economiche, socioculturali e politiche, che si intrecciano come fili, e in cui il ‘potere’ ricopre il ruolo di burattinaio, cioè colui che quei fili li muove. Alle stimolanti riflessioni di Salvatore Palidda aggiungerei che il potere non influisce solo sui corpi e le menti di chi viene visto ma anche di coloro che guardano; torniamo dunque alle domande di apertura, con altri termini: perché quello che se ne va è una persona che lascia a malincuore il proprio paese, la propria famiglia, che compatiamo e in cui ci immedesimiamo, e colui che arriva è invece un essere infimo e ignobile? Che sia un italiano del 1920 diretto in America o un sudanese del 2026 diretto in Italia, cosa cambia nel nostro modo di guardare?
Achiropita Fatima Falcone
Bibliografia per approfondire:
BEVILACQUA P., DE CLEMENTI, A., FRANZINA E., (2001-2002), a cura di, Storia dell’emigrazione italiana (Vol. 1: Partenze; Vol. 2: Arrivi), Donzelli, Roma
GALTUNG J. (2000), Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano
MANERI M. (2001), Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza, in Rassegna Italiana di Sociologia, XLII/1, pp. 5-40
MAUSS M. (2000), Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino
PALIDDA S. (2010), a cura di, Il discorso ambiguo sulle migrazioni, Mesogea, Messina
ID. (2008), Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano
SAYAD A. (2002), La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina Editore, Milano



