Pubblicato il 15 Settembre 2023
Lo straniero, il sé, il noi e l’altro: riflessioni per una società multiculturalepu
di Giusy Rossi

Davanti a una società sempre più multietnica in cui siamo chiamati a convivere con la diversità come possiamo costruire una società aperta, capace di accogliere il punto di vista dell’Altro? Come possono le nostre istituzioni, e il diritto, includere le istanze provenienti da altre culture in quella dominante?
La presenza dello straniero suscita in noi una mescolanza di sentimenti opposti. Questi sono dovuti in primo luogo all’ambivalenza della diversa appartenenza culturale, una reazione che è prima di tutto emotiva, ma anche razionale, con l’elaborazione, cioè, di nuovi pensieri e argomenti cognitivi che mettono in discussione la nostra identità.
Lo straniero porta con sé l’ignoto, l’imprevisto, introduce un cambiamento nell’equilibrio prestabilito creando un’insicurezza rispetto alle nuove mescolanze che può generare (Tabboni, 2006: pag. 19).
Da una parte l’immaginario si nutre del desiderio di nuove conoscenze del mondo, dall’altra si cerca conferma e rassicurazione rispetto al proprio modo di vivere. Questa convivenza di sentimenti e di comportamenti ambivalenti, attrazione e rifiuto, mette in moto poi processi di cambiamento oscillatori più ampi, anche a livello collettivo, tra gruppi dominati e gruppi dominanti.
Dal punto di vista psicologico si manifestano due bisogni della persona di segno contrario: la necessità di esplorare e agire in autonomia e al tempo stesso di essere rassicurati dall’appartenenza, quei bisogni che il bambino sperimenta fin da piccolissimo nel distaccamento dalla madre, verso l’ottavo mese di vita, davanti al volto di un estraneo. Questi aspetti inconsci emergono poi con forza soprattutto quando vi è l’incontro con l’altro radicale, figura tanto analizzata dagli antropologi, dai colonizzatori e dai missionari.
Il significato di alterità era stato inizialmente accostato dagli antropologi al concetto di diversità, quando, agli albori della disciplina (XIX sec.), attratti dal fascino esotico delle tribù, dei popoli primitivi e dei “selvaggi” andavano lontano a cercare il diverso da sé (Tabboni, 2006: pag. 32).
Come vedremo meglio in seguito, con lo sviluppo della psicoanalisi, delle teorie etnografiche e degli studi culturali più recenti si scopre gradualmente che l’Altro abita in noi, che va cercato dentro di sé.
Analizzare la figura dell’Altro come categoria sociologica può farci da guida nell’interpretazione di quello che accade fra i popoli nel corso della storia. In fondo, potremmo dire che l’Altro è sempre esistito: la nostra identità si crea per differenza rispetto a ciò che non siamo, rispetto alle immagini che di noi riceviamo dallo sguardo altrui: l’altro ci fa da specchio, la sua semplice presenza ci svela chi siamo. E questo gioco di sguardi avviene sia a livello individuale che come società.
Quello che mi chiedo in questa sede è se gli studi sociologici possono attingere in modo proficuo dalla letteratura, e dalle discipline artistiche più in generale, per suggerire nuove elaborazioni utili a una convivenza pacifica tra i popoli e se la mediazione interculturale possa fare qualcosa per evitare l’esplodere della violenza.
Giusy Rossi




Rivista di Antropologia Culturale, Etnografia e Sociologia dal 2011 – Appunti critici & costruttivi