Pubblicato il 9 Ottobre 2026

Chi decide la storia? L’insostenibile peso dell’evoluzionismo

di Gabriele Grieco

Chi decide la storia? E’ una figura sequestrata dai vincitori o è il frutto di un perenne conflitto di classi?
E’ l’erede di un soggetto unico e carismatico o di un’immenso sforzo collettivo? Queste ed altre, sono le grandi domande sull’insostenibile peso dell’evoluzionismo di cui cercano la genealogia David Graeber e David Wengrow, rispettivamente antropologo e archeologo, nel loro ultimo libro L’Alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità (Rizzoli, 2022). Un corpus denso e significativo che segue una coerenza armoniosa lungo tutta l’opera, piena di stimoli etnografici ma soprattutto teorici, non sempre semplici da digerire per ricentrare il modo in cui ci raccontiamo gli accadimenti storici.

Gli autori ci consegnano una magistrale analisi critica dell’evoluzionismo, retta su due tesi principali che ricorrono costantemente nel libro con il supporto di innumerevoli evidenze etnoarcheologiche. Grande parte del tempo si concentrano sul considerare il mondo non come il prodotto di vincitori (teoria viziata che strizza l’occhio all’evoluzionismo antropologico), ma di una serie di integrazioni e conflitti di idee filosofiche e sociologiche sul mondo che si sono influenzate a vicenda.

Nel caso della storia d’Occidente, ammesso che si possa definire solo e soltanto unicamente Occidentale (con il rischio di chiuderci a riccio su ciò che non sappiamo), i due autori esemplificano le loro tesi con un riferimento alle critiche indigene sulla libertà, l’uguaglianza e il potere, e su come queste critiche abbiano avuto un ruolo centrale nel determinare il destino dei paesi occidentali nell’epoca dell’illuminismo, sia per influenza positiva, cioè per la spinta alle riflessioni dell’epoca, che per una sorta di reazione negativa, quando queste invece erano rigettate restando ad ogni modo una base di comparazione.

Mettendo insieme un intuito coraggioso e uno studio minuzioso di archivi storici con i quali Graeber e Wengrow trovano le sembianze di quella che sembra essere l’origine del dibattito sulle disuguaglianze in Occidente, ne dibattono nel testo per giustificare l’idea secondo cui il nostro illuminismo, all’epoca risorsa intellettuale nata dalle ceneri di un sistema feudale e schiavista, abbia in qualche modo integrato teorie indigene per determinare i propri orientamenti sui complessi temi di un’umanità sulla via della globalizzazione: uguaglianza, stato, potere, gerarchia, assegnando cosi un posto centrale all’incontro con questi filosofi indigeni sul palco della storia2 .

Un rovescio da maestri, che fa invidia a qualsiasi teorico del postcolonialismo che vede la storia come il prodotto di uno scontro materiale, alla Marx, dove lo sviluppo e l’evoluzione materiale di un popolo ha come conseguenza la necessaria soppressione intellettuale e materiale di altri popoli.

La seconda tesi su cui si basa il libro prende invece corpo grazie ad una smisurata serie di nozioni e dettagli archeologici ed etnografici di società lontane nel tempo e nello spazio per chiarire un’ inedita scoperta: la nostra ossessione per la disuguaglianza non nasce dalla gerarchizzazione dei ruoli e dall’accumulo di risorse non riservate al soddisfacimento primario dei bisogni di un gruppo (surplus da amministrare); né tantomento, dalla grandezza e dalla quantità di persone che vivono insieme in uno stesso luogo, definendo una società di bande o tribù come “semplice” e una società-stato, o impero, “complessa”.

Per dimostrarlo gli autori ci dedicano evidenze etnografiche dove si distruggono le idee che finora sono state portate a giustificazione della nascita degli stati e degli autoritarismi; perlopiù tesi viziate di determinismi ecologici e/o determinismi economici. Per rispondere controteoricamente, Graeber e Wengrow ci portano sulle orme di una strada alternativa, richiamandosi alla teoria della schismogenesi di Gregory Bateson3 . Sembra, infatti, che le società si definiscano per mimesi o per differenziazione. Il modo in cui scelgono di essere (autoritarie, democratiche, ugualitarie, anarchiche, totalitarie, messianiche) dipende piuttosto dal contatto con gruppi vicini, con i quali si intrattiene rapporti di amicizia o inimicizia, e dai quali una società si distanzia consciamente o inconsciamente, sviluppando una combinazione tra le forme elementari di potere: il monopolio della violenza, il controllo sulla conoscenza esoterica e la politica carismatica (competitiva).

Tornano in mente allora Clastres, quando afferma che le società del bacino amazzonico sono anarchiche non perché non sappiano cosa sia uno stato o una gerarchia, ma al contrario perché ne rigettano le fondamenta per non incorrere nelle conseguenze della centralizzazione del potere coercitivo4 ; oppure Taussig quando afferma che simboli e modi di produzione altrui sono rovesciati dagli autoctoni in una sorta di dialettica hegeliana come dimostra in The Devil and Commodity Fetishism in South America (UNC, 1980). Ma ricorda soprattutto che un individuo non è altro che il risultato di un gioco di specchi con l’altro, la cui identità dipende piuttosto dal riconoscimento o dalla sua scongiura; e così fa una società: seleziona, esclude, incorpora elementi nell’incontro con l’alterità.

Ritrovo, forse, riverberi strutturalisti in questa nuova storia dell’umanità, ma in modo diverso. Se Levi-Strauss non fu in grado di dar conto della storia nelle strutture, non si può dire che il concetto di strutture oggi non sia entrato nella storia; e queste strutture (strutture elementari), finite dell’essere umano, si alternano e si combinano lungo il corso del loro incontro. Si mette cosi da parte per sempre l’evoluzionismo sociale che vuole un mondo rigido in cui le culture passano per le stesse tappe, su una linea retta che va dal primitivo al civilizzato, ognuna con le sue corrispondenti caratteristiche e attitudini a seconda dello stadio in cui si trova.

Leggere Graeber e Wengrow è un esercizio di analisi critica e di vero e proprio disconforto, perché distrugge ogni certezza finora discussa dagli accademici. Ma l’opera va letta soprattutto perché è un viaggio interdisciplinare, ricordandoci dell’importanza del dialogo tra diverse prospettive scientifiche e prospettive cosiddette “tradizionali”, per un rinnovato ordine del nostro “villaggio globale”; ripeterci che l’umanità non ha raggiunto alcun traguardo finale, ed altre forme di convivenza sono possibili e necessarie, perché fanno parte della nostra natura in quanto umani, a prescindere dal tempo in cui viviamo, ma soprattutto dal luogo in cui con-viviamo: città, villaggio o casa che sia.

Gabriele Grieco

Illustrazione di Tim Robinson originariamente pubblicata da The Nation, 2021

__ Note__

1. David Graeber è deceduto nel 2020, a seguito di una grave e repentina complicazione al fegato. Gli scritti che aveva completato sono stati riuniti in gran parte da David Wengrow, riuscendo ad ordinarli per la pubblicazione postuma alla morte di Graeber.

2. Gli autori rileggono in particolare i discorsi di Kondiaronk, un leader indigeno della nazione Wendat e personaggio importante per l’accordo di pace firmato a Montreal tra i francesi e le nazioni indigene nel 1701, poco prima di morire.

3. Bateson scrisse della schismogenesi nella sua opera più importante, Naven (recentemente ripubblicato da Raffaello Cortina editore, 2022). Titolo omonimo di un rituale latmul dove si descrive un processo di ribaltamento delle norme sociali e comportamentali nello spazio ritualistico per correggere quello che Bateson descrive come il principio di una creazione della divisione sociale, alludendo alla formazione di nuove divisioni sociali accumulate nella continua interazione dei soggetti.

4. Nel celebre La società contro lo Stato (in catalogo Elèuthera, 2022) del 1974, Pierre Clastres, uno dei più brillanti alunni di LeviStrauss, analizza il potere politico nelle società amazzoniche, erroneamente definite fino a quel momento società che si trovano in uno stato pre-politico, un pregiudizio etnocentrico ed evoluzionista secondo cui le piccole bande di cacciatori raccoglitori costituitesi in Amazzonia sarebbero ciò che si avvicina di più ad uno stato primitivo dell’essere umano. O, come ci spiegano Graeber e Wengrow, una deviazione etnocentrica in cui le società amazzoniche sarebbero immerse ancora oggi in uno stato di natura selvaggia rousseauiana o, al contrario, hobbesiana. In altre parole, selvaggi buoni o immorali guerrieri.

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