Pubblicato il 21 Maggio 2026

Il Manifesto Anthrofood 2050: una chiamata a reclamare il futuro del cibo

di Michele Fontefrancesco

Oggi

Entro il 2050, le modalità di produzione, distribuzione e consumo alimentare determineranno non solo gli outcome sanitari globali, ma anche l’abitabilità degli ecosistemi e la stabilità delle strutture sociali. Già oggi, le perturbazioni climatiche e la degradazione ecologica si intensificano, minacciando le fondamenta stesse della sicurezza alimentare. Parallelamente, tali mutamenti ambientali pongono a rischio le pratiche culturali, gli apparati rituali e le identità legate alla terra, esacerbando le asimmetrie strutturali insite nell’attuale sistema alimentare globale. L’erosione dei saperi alimentari — ampiamente intesi come “tradizionali” — aggrava tali crisi, poiché le strutture politico-economiche dominanti, le monocolture industriali e la standardizzazione delle supply chain mercificano e, al contempo, marginalizzano le pratiche locali e indigene. Questa perdita non è accidentale, bensì prodotta strutturalmente: processi di land grabbing, regimi restrittivi sulla proprietà intellettuale e la svalutazione delle epistemologie non occidentali concorrono all’erosione di foodways eterogenei, che rappresentano serbatoi di sapienza ecologica, strategie adattive e coesione sociale.

Di fronte a sfide crescenti, la tecnologia e le politiche da sole non offrono risposte risolutive. Sebbene le innovazioni tecnologiche si espandano rapidamente, la loro distribuzione rimane iniqua e le direzioni a lungo termine incerte, specialmente in un contesto segnato dalla concentrazione aziendale e dalla finanziarizzazione del settore. Sono in gioco questioni di accesso e controllo sui dati che spesso rinforzano gli squilibri di potere esistenti. Inoltre, le risposte politiche appaiono frammentate entro rigidi confini disciplinari, nonostante la natura intrinsecamente interconnessa dei sistemi alimentari. Questo approccio compartimentato limita la capacità di rispondere in modo olistico alle crisi sovrapposte, trascurando i bisogni delle minoranze e delle comunità marginalizzate.

Questi gap persistenti spingono noi antropologi a definire una voce e una direzione condivise per immaginare futuri alimentari ecologicamente solidi, socialmente giusti e culturalmente densi — ricollegando il cibo alla cura, alla conoscenza e alla vita collettiva. Sebbene l’antropologia sia una disciplina plurale nei metodi e nelle definizioni, miriamo a un orientamento aggiornato per il nostro campo nel contesto delle crisi attuali. Questa è una chiamata all’azione per reclamare il futuro del cibo, integrando le intuizioni antropologiche nelle politiche e nella sostenibilità, riconoscendo che ricercatori e teorici sono parte integrante del sistema alimentare tanto quanto i produttori e gli altri esseri non-umani con cui condividiamo il pianeta.

Quello che sappiamo

L’antropologia offre più della semplice critica; fornisce strumenti euristici per la trasformazione. Posizionando al centro le voci subalterne, tracciando gli intrecci del cibo con la storia, l’identità e la materialità dei corpi, la disciplina identifica non solo le fratture del sistema, ma anche le modalità con cui le comunità resistono, riparano e reimmaginano le proprie realtà alimentari.

Il cibo non è (solo) carburante

Il cibo non è mero apporto calorico: esso è un vettore di emozioni, memorie e ritualità, centrale nei processi di appartenenza e nelle gerarchie di esclusione. L’antropologia evidenzia come le dimensioni culturali della sicurezza alimentare siano spesso trascurate nei framework dello sviluppo. Con il collasso ecologico che destabilizza i modi di vita locali, i significati simbolici del cibo diventano vitali per favorire la resilienza e la continuità culturale.

L’ingiustizia è il problema

Il sistema alimentare riproduce disuguaglianze sociali e ambientali. L’inquinamento e gli impatti climatici colpiscono sproporzionatamente le comunità marginalizzate — si pensi alle popolazioni fluviali colpite dai deflussi tossici o agli agricoltori vittime di espropriazioni. L’antropologia situa l’insicurezza alimentare entro strutture di classe e potere, invocando risposte che integrino la cura ecologica con la governance partecipativa.

Essere “locale” non basta

La nozione popolare di “cibo locale” può perpetuare iniquità nell’accesso alla terra e nel riconoscimento. Spesso, la sua patrimonializzazione privilegia estetiche vendibili a scapito di conoscenze autentiche. Il lavoro etnografico mostra come piccoli produttori e popoli indigeni mantengano foodways radicati in sistemi che restano funzionalmente esclusivi per chi non opera entro i circuiti dominanti. L’antropologia offre percorsi per economie alimentari più eque.

Il cibo è cura

Gran parte del lavoro che sostiene la biodiversità e la vita sociale — svolto sproporzionatamente da donne, anziani e migranti — rimane invisibile. Attività come la conservazione dei semi e il caregiving sono cruciali per il benessere ecologico, ma svalutate dai sistemi dominanti. L’antropologia inquadra la cura come infrastruttura, mostrando come questo lavoro garantisca la resilienza intergenerazionale di fronte a modelli di sviluppo che privilegiano il profitto sulla coesione sociale.

Il patrimonio è cambiamento e dinamismo

Le pratiche alimentari locali sono oggi sotto pressione a causa di appropriazioni aziendali e standardizzazioni. L’antropologia resiste alla “fossilizzazione” del patrimonio, considerandolo invece dinamico: le cucine diasporiche e le tradizioni ibride riflettono l’adattabilità delle culture. Sosteniamo politiche che proteggano le culture vive senza congelarle in categorie rigide.

“Rigenerativo” è la parola

Piuttosto che sostenere uno status quo precario, l’antropologia promuove sistemi alimentari rigenerativi fondati sulla giustizia multispecie. Valorizziamo l’agroecologia e l’agricoltura rotazionale come strategie culturalmente incorporate. Queste intuizioni sfidano i modelli di conservazione top-down e supportano risposte di base radicalmente ecologiche.

Dove andare

Attraverso il rigore concettuale, l’accuratezza metodologica e un ethos orientato alla giustizia, l’antropologia offre una prospettiva analitica vitale. Radicata nell’evidenza dell’esperienza vissuta, essa dimostra che una trasformazione equa e duratura esige ascolto attivo, impegno costante e umiltà culturale per co-costruire sistemi alimentari socialmente giusti, ecologicamente rigenerativi e culturalmente densi. L’antropologia fornisce sia un framework interpretativo sia dispositivi d’intervento; da questo dibattito emergono dunque precise traiettorie d’azione. Non può darsi alcuna “transizione alimentare” che non computi le complessità sociali, culturali, economiche e politiche del cibo rivelate dallo sguardo antropologico.

Creare ponti

La riconfigurazione del sistema alimentare inizia trasformando i paradigmi di comprensione del cibo nelle sfere politica, educativa e quotidiana. L’antropologia offre strumenti euristici essenziali per questo mutamento, svelando il cibo come esperienza relazionale modellata da memoria, identità, potere e storia – non riducibile a mera merce né a un bisogno biologico. Tuttavia, tale cambio di paradigma richiede una svolta epistemologica che valorizzi e integri lo spessore teorico dell’antropologia nel dialogo con le discipline affini, siano esse scienze della vita o scienze sociali. Ciò ci impone di abitare uno spazio condiviso in cui le discipline non si limitino a coesistere, ma dialoghino attivamente per rimodellare assunti e priorità reciproche, superando logiche tecnocratiche o soluzioni “one-size-fits-all“. Si aprono così vie verso futuri alimentari fondati sulla giustizia, sulla reciprocità e sulla sensibilità contestuale. Tale riallocazione esige un mutamento pragmatico necessario per ripensare i criteri di validazione del sapere e ridefinire il successo oltre le sole metriche quantitative.

Costruire con le comunità

Per rendere operative le intuizioni antropologiche, dobbiamo agire oltre i confini accademici, collaborando con le comunità in quanto co-autrici di conoscenza. Ciò implica la progettazione di metodi di ricerca partecipativi – come l’etnografia collaborativa, il video partecipativo e lo storytelling – non solo per documentare le pratiche locali, ma per supportare le comunità nell’articolare le proprie visioni di sovranità alimentare. È necessario, inoltre, esaminare criticamente come le narrazioni sul “cibo locale” vengano spesso cooptate, lavorando per rimettere al centro le esperienze di popoli indigeni, piccoli agricoltori e produttori urbani. Questo posizionamento richiede che l’antropologia superi ogni residuo del suo passato estrattivo, allineandosi ai propri obiettivi etici attuali. Attraverso la produzione di output creativi – film, esposizioni e interventi artistici – possiamo rendere i risultati della ricerca più accessibili e incidenti per il pubblico e i decisori politici. Nel complesso, il nostro ruolo è creare connessioni tra l’esperienza vissuta e i processi istituzionali, assicurando che la governance e la tutela culturale riflettano i valori e i saperi delle comunità più colpite.

Incorporare intuizioni antropologiche nella governance

Troppo spesso le politiche alimentari sono elaborate senza una comprensione profonda dei contesti culturali e storici dei territori. Gli antropologi devono colmare questo divario orientando l’attenzione sul lavoro di cura, sulla diversità culturale e sugli impatti sociali a lungo termine, garantendo politiche inclusive e trasversali tra i settori dell’agricoltura, del clima e della salute. Il ruolo dell’antropologo è sfidare i modelli tecnocratici e promuovere approcci basati sulle realtà locali, che riflettano le modalità effettive con cui le persone coltivano, cucinano e condividono il cibo. Per farlo, dobbiamo intervenire direttamente nei processi politici, traducendo le evidenze etnografiche in raccomandazioni programmatiche. Il dialogo strutturale con istituzioni e organizzazioni internazionali è fondamentale: la conoscenza antropologica può generare sistemi alimentari più giusti e responsivi, affrontando in modo specifico la distribuzione iniqua dei danni ambientali e l’accesso asimmetrico alle risorse.

Costruire alfabetizzazione critica sul cibo

L’istruzione riveste un ruolo determinante nel modellare il rapporto delle generazioni future con il cibo, sebbene sia spesso declinata attraverso lenti esclusivamente scientifiche o economiche, a scapito delle dimensioni socio-politiche. Come antropologi già inseriti nella sfera educativa, siamo in condizione di promuovere un’alfabetizzazione critica, incoraggiando gli studenti a interrogarsi sulla provenienza del cibo e sulle dinamiche di potere che ne modellano i sistemi. Dovremmo contribuire allo sviluppo di programmi educativi che validino i diversi foodways come forme legittime di sapere, integrando l’espressione culturale e la consapevolezza ecologica. In tal modo, contribuiamo a formare cittadini informati, dotati di una lente antropologica che li abiliti a sfidare le narrazioni egemoniche e a immaginare futuri alternativi radicati nella giustizia e nella cura.

Supportare movimenti grassroots sul cibo

Giustizia alimentare e sostenibilità non sono traguardi burocratici astratti, ma processi costruiti quotidianamente dalle comunità attraverso la prassi, la resistenza e la cura. Dobbiamo supportare attivamente queste istanze di base, collaborando con le reti di conservazione dei semi, i gruppi di mutuo soccorso e gli agricoltori urbani per documentare e amplificare il loro impatto. L’obiettivo è decentralizzare il potere e favorire la partecipazione civica nei sistemi alimentari. Attraverso la co-produzione di ricerca e l’advocacy, possiamo aiutare ad amplificare le voci di chi subisce le maggiori ingiustizie, assicurando che il loro sapere informi il discorso pubblico. Questo impegno deve essere reciproco e non estrattivo, radicato nella solidarietà e nella continuità, oltre la logica del fieldwork di breve durata. Dobbiamo inoltre impegnarci in uno storytelling pubblico e collaborazioni mediatiche che connettano le lotte locali ai framework istituzionali, rendendo l’azione comunitaria visibile e leggibile per i policymaker.

Cosa fare

L’antropologia alimentare non si limita a fornire una prospettiva analitica, ma delinea precise traiettorie d’azione. Il Manifesto Anthrofood 2050 non si configura come un piano programmatico rigido, bensì come una chiamata alla mobilitazione rivolta ad antropologi, ricercatori, produttori, decisori politici, attivisti e alla collettività dei consumatori, affinché si uniscano nel reimmaginare sistemi alimentari che non siano solo efficienti, ma anche equi, conviviali e rigenerativi. Per tradurre questa visione in prassi, lo sforzo deve concentrarsi su tre ambiti cruciali, profondamente interconnessi alle direzioni epistemologiche e operative che definiscono oggi l’impegno antropologico nei sistemi alimentari.

Interconnessione

Risulta imperativo consolidare la sinergia tra ricerca, politica, educazione e attivismo, poiché le intuizioni etnografiche acquisiscono maggiore incisività quando integrate in sforzi collaborativi e cross-settoriali. Questa interconnessione interdisciplinare favorisce un flusso multidirezionale di saperi e potenzia la capacità dell’antropologia di intervenire nei nodi critici: dai framework legislativi alle politiche di gestione del territorio, dai curricula scolastici fino ai processi di innovazione comunitaria. In tal senso, la creazione di ponti tra domini diversi rappresenta la condizione necessaria per garantire che una pluralità di voci e visioni del mondo concorra alla progettazione di un sistema alimentare capace di rispondere alle complessità del futuro.

Applicazione

Le istanze trasformative esigono una traduzione operativa, convertendo l’apparato teorico in azione concreta nel tessuto sociale. Identificare progetti pilota e reperire le risorse necessarie è fondamentale per trasmutare la conoscenza antropologica in esiti tangibili. Che si tratti di iniziative co-progettate per la conservazione dei semi, di politiche alimentari urbane partecipative o di campagne di storytelling multimediale che restituiscano visibilità al lavoro di cura invisibile, tali progetti dimostrano come il metodo antropologico possa supportare direttamente la sovranità alimentare, la tutela della biodiversità e l’inclusione sociale. Ogni sperimentazione riuscita funge da prova di validità per modelli funzionali. Il passaggio successivo consiste nella messa a sistema di queste esperienze, favorendo un corpo condiviso di competenze tra ricerca, istituzioni e società civile. Questa conoscenza collaborativa non solo arricchisce il dibattito disciplinare, ma promuove una coscienza e una direzione comuni, innescando un processo di co-creazione volto a edificare un sistema alimentare giusto e resiliente per l’orizzonte del 2050.

Non fermarsi mai

Il dialogo costante costituisce la linfa vitale di ogni movimento trasformativo. Mentre i sistemi alimentari affrontano pressioni ambientali, tecnologiche e politiche senza precedenti, l’antropologia deve mantenere una postura adattiva e un impegno costante. Nonostante le criticità, occorre perseguire ciò che definisce la disciplina: sostenere il dibattito, sia interno che pubblico, sul presente e sul futuro del cibo. Le interlocuzioni con agricoltori, giovani, educatori e policymaker mantengono le priorità d’azione radicate nell’esperienza vissuta. Attraverso forum, workshop, scritture collettive e piattaforme digitali, possiamo affinare le visioni di futuri alimentari possibili, amplificando al contempo il valore della disciplina nella sfera politica ed educativa. Questi scambi favoriranno l’integrazione di prospettive culturali ed etiche nella governance, potenziando l’alfabetizzazione critica e dotando le nuove generazioni degli strumenti per interrogare le narrazioni dominanti. Si alimenterà così una prospettiva condivisa sul futuro, generando senso di appartenenza e solidarietà, affinché il processo prosegua come uno sforzo transgenerazionale.

Domani

Questo manifesto non costituisce un epilogo, bensì un punto di avvio; un invito a un impegno collettivo. Le sfide del 2050 sono vaste, ma la capacità umana di cura, creatività e collaborazione è superiore. L’antropologia non è mai stata una pratica puramente speculativa né neutrale: è uno strumento critico per la trasformazione sociale. È dunque necessario assumere il nostro ruolo non come osservatori distaccati, ma come partecipanti attivi e impegnati. La nostra disciplina offre più di una semplice critica a un sistema in crisi: fornisce una bussola per orientarsi verso una realtà migliore. Intrecciando saperi diversi, radicando le nostre azioni nella giustizia e promuovendo un’etica della rigenerazione, possiamo coltivare collettivamente un futuro in cui il cibo nutra non solo i corpi, ma anche le culture, le ecologie e i destini planetari condivisi. Il futuro alimentare non è un destino da subire, ma una realtà da co-creare: un seme, una narrazione e una relazione alla volta. Agiamo con intenzione, chiarezza e solidarietà, costruendo sistemi che rigenerino le terre e onorino le storie e i futuri racchiusi in ogni seme e in ogni pasto. In questo risiede l’essenza dell’antropologia del cibo.

La traduzione in italiano è a cura di Michele F. Fontefrancesco.

Per leggere la versione originale:  https://easaonline.org/networks/anthropology-of-food/2050manifesto/.

Il Manifesto è l’esito degli sforzi collettivi del Network di Antropologia del Cibo dell’EASA (EASA Anthropology of Food Network). Esso è il frutto dell’attività coordinata da Michele F. Fontefrancesco e Sabine Parrish. La bozza iniziale è emersa dal workshop Anthrofood 2050, tenutosi a Milano nel luglio 2025 e ha visto coinvolto: Aida Alymbaeva; Pedro Alves; Giovanni Aresi; Nir Avieli; Imogen Bevan; Yaiza Agata Bocos Mirabella; Jillian Cavanaugh; Ben Davenport; Francesco Della Costa; Rizkyana Dipananda; Claude Fischler; Michele F. Fontefrancesco; Elena Fusar Poli; Carmine Garzia; Alessandro Guglielmo; Jenny Herman; Susanne Højlund; Maria Jose Jordan; Jonatan Leer; Elena Marta; Raul Matta; Silvia Mazzucotelli Salice; Furqan Meerza; Maxime Michaud; Alice Mulhearn Williams; Michal Nahman; Elena Neri; Giulia Nicolini; Sabine Parrish; Lucya Passiatore; Elisa Pastorelli; Denise Pettinato; Andrea Pieroni; Branwyn Poleykett; Denisse Román; James Sarick-Whiteside; Paul Sperneac-Wolfer; Andja Srebro; Stanley Ulijaszek; Michele Varini; Leandro Ventura; Domenico Volpicella; Dauro Mattia Zocchi. La bozza è stata ulteriormente perfezionata attraverso un processo di revisione pubblica del documento, durante il quale sono stati sollecitati e integrati i contributi dei partecipanti al workshop e dei membri del Network. Si ringrazia: Rafi Grosglik; Tina Bartelmeß; Zofia Boni; Urjani Chakravarty; Nora Katharina Faltmann; Dimitris Giannakopoulos; Pablo Alonso Gonzalez; Anita Kooij; Ewa Kopczyńska; Joana Lucas; Ikma Citra Ranteallo; MennaTullah Reda Atta; Inga Reimers; Kathleen C. Riley; Ruzanna Tsaturyan; Marisa Wilson.

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