Pubblicato il 26 Settembre 2026

La “guerra diffusa” è l’arte della guerra di oggi

di Melissa Pignatelli

Se un generale attira l’attenzione di civili che lo scelgono come loro rappresentante politico, dobbiamo porci delle domande come dov’è la guerra? Perché un paese in pace cerca un leader militare? Alessandro Curioni, che insegna Sicurezza dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, ha forse una risposta nel suo ultimo libro: la guerra è diffusa, la pace è mimetizzata e le pieghe digitali della società burocratica rivelano un assetto molto più combattivo di quanto crediamo, come ci spiega in Guerre diffuse. La dimensione cyber del conflitto contemporaneo (Mimesis edizioni, 2026).

Discernere la dimensione cyber del conflitto contemporaneo è vedere come la guerra si nutre di lungaggini burocratiche, è realizzare che chi vuole la guerra dice menzogne rapide, immediate e plausibili nelle notizie quotidiane, è accorgersi che la verità è diventata complessa e difficile da portare a galla, è capire che i confronti dei paesi “in pace” sono diventati giuridici, mimetizzati dalle procedure del diritto.

In Guerre Diffuse, Curioni ci ricorda che “per secoli la guerra è stata un rito: si dichiarava, si riconosceva, si delimitava. Aveva un “prima” e un “dopo”, aveva un lessico  e una coreografia. Anche quando era brutale, possedeva una forma. Oggi quella forma è meno utile. Una dichiarazione è un vincolo, ti costringe a firmare, a esporre, a renderti imputabile. La guerra diffusa, invece, è un’arte senza firma: lascia indizi, non prove; suggerisce, non rivendica; mette pressione senza offrirsi come bersaglio. Qui cambia la percezione: il conflitto non arriva più come rottura dell’ordine, ma come il suo inquinamento”.

E prosegue, “Non distrugge necessariamente la macchina, ma ne altera la taratura con il risultato che continua a funzionare, però peggio. E’ la forma più economica di destabilizzazione: la realtà resta in piedi ma diventa inaffidabile. Il grande vantaggio che ha rispetto alle guerre classiche è che può non finire. Può restare in forma latente, intermittente, modulabile. E quando la guerra non finisce, cambia anche la politica: non governa più il “dopo” conflitto, governa dentro il conflitto, spesso senza poterlo nominare. La pace, se ancora ha uno spazio, non è un ritorno all’equilibrio: è una tregua rumorosa, una pausa piena di segnali”.

“Questo produce un paradosso: più lo Stato promette sicurezza, più deve ammettere vulnerabilità. E più ammette vulnerabilità, più alimenta la sensazione di insicurezza. E’ una spirale comunicativa prima ancora che strategica. La guerra diffusa, in fondo è anche questo: un modo per far lavorare l’ansia al posto della forza”.

I tre vettori principali delle guerre diffuse sono localizzati da Curioni nelle infrastrutture, nelle norme e nelle narrazioni. Dai luoghi ai servizi ai collegamenti, le infrastrutture non devono necessariamente essere distrutte, basta farle funzionare ad intermittenza per incrinare la fiducia dei cittadini. Le norme invece diventano “le regole per partecipare ed accedere ai mercati, alle tecnologie, alle filiere anticipando strutturando e rendendo sostenibile il conflitto. “E’ un conflitto che non ha bisogno di carri armati se può usare licenze, interdizioni, obblighi, controlli, dazi. E’ una forma di pressione che rassomiglia alla normalità amministrativa: per questo è così efficace”. Infine la guerra diffusa è nelle narrazioni, “nella realtà condivisa, nell’ambiente cognitivo di ciò che appare vero. “Nella guerra diffusa l’obiettivo non è convincerti di una bugia, è renderti stanco della verità. Saturare, polarizzare, rendere indistinguibili prova e opinione. Quando la realtà condivisa si frantuma, anche la decisione collettiva si paralizza. E la paralisi, in geopolitica, è già una vittoria. Questo non vuol dire che tutto sia manipolazione. Significa che la manipolazione oggi, ha un’infrastruttura favorevole: la velocità, la competizione per l’attenzione, la riduzione della complessità a una semplice reazione. Il conflitto sfrutta quello che già esiste e lo spinge un pò più in là, fino a farlo diventare strategia”.

L’uso delle immagini è funzionale al mantenimento della guerra diffusa: la verità che le fotografie e i video impongono a chi guarda sono difficili da discernere, bisogna capirne le logiche sottostanti, gli interessi velati, gli ammiccamenti. “La falsificazione, nelle guerre diffuse, è la governance del dubbio: un modo di amministrare l’incertezza come strumento di potere. Se la realtà si falsifica, l’immagine diventa il vettore perfetto, istantanea, emotiva, spesso incontestabile”. Riconoscere la verità delle immagini è faticoso, richiede tempo, intenzione e volontà, così si continua a scorrere, inconsapevoli, ma sempre più ansiosi.

E così la pace è senza pace, le cittadine e i cittadini vivono di preoccupazioni, si rivolgono ad un militare per capire, essere rassicurati: non vedono il nemico ma sentono un disagio e un pericolo, se i loro fondi vengono spesi per la Difesa e non per la Sanità o la Scuola sono toccati nei loro interessi, nel loro quotidiano e sono messi in difficoltà. Così si rivolgono a un generale e lo fanno eurodeputato. Se la guerra è diffusa tutto torna, dobbiamo solo avere chiaro come funziona leggendo e rileggendo Curioni.

Melissa Pignatelli

Alessandro Curioni, Guerre diffuse. La dimensione cyber del conflitto contemporaneo, Mimesis edizioni, 2026

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